Salmo 42-43

Salmo 42-43

Sab, 20 Gen 18 Lectio Divina - Salmi

I salmi 42-43 formano un solo salmo per l'unità tematica, stilistica, letteraria, ideologica e di autore.

v.2: La scena si apre col lamento della cerva assetata davanti al letto secco di un torrente. È il canto del desiderio profondo e istintivo che crea un accostamento significativo tra sete e Dio, sorgente di vita e di acqua. Si tratta di un'esperienza fisica e mistica. Immaginiamo l'autore che si trova nella zona montagnosa a sud dell'Ermon. Il suo sguardo incrocia una cerva alla ricerca disperata di acqua. Nella ricerca ansiosa dell'animale, l'autore proietta il suo stato d'animo e scopre se stesso in ricerca ansiosa di Dio.

v.3: Riguardo alla "sete di Jahweh", vedi: Sal 27,4; 36,10; 63,2. Andare a vedere il volto di Jahweh significa andare al tempio. Però vedere il volto di Jahweh è morire (Es 33,20). Vedi le manifestazioni di Jahweh a Mosè (Es 33,11) ed a Elia (2 Re, 19,11s), ma soprattutto la trasfigurazione di Gesù (Mc. 9,2-8) e il silenzio che Egli impone ai suoi. Sembra che qui il salmista senta acutamente la mancanza della liturgia comunitaria come fonte e sostegno della sua vita.

vv.4-5: Angoscia per la lontananza dal tempio nel ricordo di feste di popolo nella casa del Signore, mentre ora il salmista si sente attaccato da miscredenti che deridono la sua fede. Così il loro attacco acutizza la percezione e consapevolezza dell'assenza di Dio, ma anche lo rendono presente in forma nostalgica.

v.6: Ritornello. Lo ritroviamo ancora ai vv. 12 e 17, che è l'ultimo del Sal 43. È un dialogo interiore: spesso noi ci sfoghiamo interiormente, ci incoraggiamo o ci scoraggiamo, come se fossimo in due: io e me. La coscienza si sdoppia in due personaggi. Scopro un "io" angosciato dentro di me, tanto da disperarmi. Allora viene un altro "io" coraggioso, che cerca di comunicare la sua speranza al primo "io". C'è in me qualcosa che mi spinge alla speranza e qualcosa che finisce di sperare. Se Dio mi ha trascinato e disfatto, come posso sperare? Se però Dio è un torrente che scorre, potrò raggiungerlo in qualche punto… Il modo della presenza di Dio è la sua assenza percepita.

vv.7 – 11: Preghiera sulla tragedia presente. Al confine nord della Palestina si trova la catena di cime dell'Anti-Libano (Hermon), nella terra del Giordano, dove il fiume sprizza impetuoso con le cascate evocate dal v. 8. Siamo nell'alta Galilea, una zona a prevalenza pagana, successivamente centrata su Banias, la Cesarea di Filippo di Matteo 16,13). L'altro monte citato è il Misar. Forse si tratta sempre di una cima più piccola dell'Hermon. Certo è che la visione di questi monti fa da stimolo alla nostalgia per Sion, l'unico monte che il poeta ama e sogna (Gerusalemme). Il salmista parte dall'abisso geografico che è appunto la faglia giordanica, il punto più basso della superficie terrestre (400 m. sotto il livello del mare, col Mar Morto); si tratta di un simbolo che evoca le acque, le cascate che segnano l'inizio del percorso tortuoso del Giordano e, per associazione, le onde e i flutti che sembrano sommergere tutto.
Queste masse caotiche di acque sono il simbolo del nulla e… passano sopra di me. Nei salmi 18,17; 38,5; 77,19; 88.8) le acque devastatrici sono il segno storico-teologico del giudizio di Dio. Siamo di fronte ad una forte emozione e tensione spirituale e psicologica.
Al v. 9 si parla di "giorno e di notte" per indicare la totalità del tempo. II giorno o il mattino è il momento tipico dell'ascolto di Dio; la notte invece è il tempo classico del canto e dell'invocazione, perché con la sua assenza di luce parla di prova, di morte, di dolore. Qui c'è un parallelo tra hesed e "canto per lui", "preghiera per il Dio vivente". Da un lato c'è la supplica ininterrotta; dall'altro c'è Dio che, pur sembrando assente, in realtà è vivo e operante. Uomo e Dio si incontrano. Dio è presente attraverso la sua fedeltà-grazia (hesed); il "Dio della mia vita", una frase unica nella Bibbia (ricorre solo qui e in Sir 23,4) che esprime bene l'idea centrale della speranza.
La preghiera del v. 10 è caratterizzata dal "perché?" delle suppliche. In contrapposizione all'instabilità delle acque e della palude infernale (Sal 69,3), Dio appare come "roccia" ferma e indistruttibile. A questa base di sicurezza e di forza si rivolge il salmista, lanciando il suo grido desolato: "Perché mi hai dimenticato?". Questo grido acquista tutta la sua drammaticità se si pensa che nella Bibbia il "dimenticato" da Dio è per eccellenza il morto o lo sheol (Sal 6,6; 88.6).
Al v. 10 i nemici, i miscredenti sono presentati come "oppressori": nel v.11 sono quasi simili agli assassini che con i loro oltraggi spezzano le ossa, cioè la realtà più profonda del fedele. Sono questi che portano la domanda atea e sarcastica: "Dov'è il tuo Dio?".

v.12: Il ritornello finale ripetuto con maggiore intensità, semina nel presente quasi disperato, il segno della speranza.

Salmo 43
È lo stesso salmo 42. Qui si parla di un'ardente preghiera colma di speranza e di attesa per l'intervento giudiziario di Dio. Il salmista nella sua preghiera è proteso verso Sion, ma non più come ad una patria perduta, bensì come ad una meta del futuro. Si tratta di un sogno che non resterà irreale, perché dominato dalla fede. La guida è Dio, che è il grandioso protagonista della strofa, ma è anche la meta del ritorno.

Nei vv. 1-2 Dio appare come giudice. Significativi sono i verbi "fammi giustizia, difendimi, liberami'" che definiscono l'azione di Dio. Il primo "far giustizia" "giudicare" rende l'avvio della strofa simile al Sal 26 (Jahweh, fammi giustizia!) o al Sal 35 (Jahweh, accusa chi mi accusa!), ed è forse questa la ragione che ha spinto a considerare questo versetto come l'inizio di un nuovo salmo.
Dio appare nella sua solenne funzione di giudice supremo; ma è anche il patrocinatore, il difensore: "difende la causa". Dio si scaglia contro l'avversario senza hesed del giusto. Questi avversari, definiti senza "pietà", senza "fedeltà", non sono solo gli stranieri atei in mezzo ai quali è relegato il salmista, ma anche coloro che con la frode e le nequizia l'hanno esiliato lontano dal tempio. Dio è colui che "libera".
L'invocazione del salmista si fa insistente e riprende al v. 2 quasi alla lettera l'appello di 42, 10. Alla base c'è la fiducia in Dio presentato come la "fortezza" sicura entro cui riparare. Il fedele si stupisce che le porte non si aprano, che Dio respinga il giusto. Allora fa riecheggiare il "perché?". In tutto il salmo il "perché?" risuona 10 volte e con il suo realismo ci ricorda che la religione biblica non è un narcotico che annulla il presente con la speranza di un futuro mitico. È invece lotta, ricerca, protesta, domanda, giustizia.
La luce e la verità, considerati attributi divini (Sal 25,21), appariranno davanti all'orante nell'itinerario di ritorno verso Sion. La luce è il segno della benevolenza divina, la verità è sinonimo di fedeltà. Con questo retto giudizio la sorte dell'esiliato muta e finalmente riappare il profilo mirabile della città santa. Tutto si trasforma in gioia, in giubilo, in canto. Dio è chiamato al v. 4 "Dio della mia gioia e della mia felicità". Dio è la radice della gioia. La preghiera nel tempio e la partecipazione alla liturgia sono il vertice di ogni attesa e di ogni gioia.

Domande per l'approfondimento e il discernimento personale
Anche Gesù nel Getsemani e sulla croce ha provato angoscia e si è lamentato: "La mia anima è triste fino alla morte". "Perché mi hai abbandonato?"
Come viviamo il nostro rapporto con Dio, specialmente nelle difficoltà?
Che senso più profondo può avere il desiderio del tempio?
"Sete del Dio vivente": come fare i conti con il suo silenzio?
Non corro forse il pericolo di considerare Dio come una cosa scontata?
So sperare contro ogni speranza?