Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

Lun, 23 Dic 19 Lectio Divina - Anno A

La sequenza narrativa della persecuzione e del salvataggio del bambino Gesù si collega all’incontro dei Magi col re Erode. I due brani esprimono compiutamente il diffuso motivo della persecuzione e del salvataggio del re bambino. Nella struttura del racconto del testo di questa domenica troviamo uno schema alternato: l’iniziativa omicida di Erode e l’apparizione dell’angelo in sogno. È come se tutta la storia si svolgesse su due registri diversi: quello visibile e violento del potere e quello invisibile del sogno, che poi non è che una rivelazione divina. Il contrasto è enorme, perché non vi è nulla di così fragile e impotente quanto il sogno, eppure esso è sufficiente al Signore per sventare il disegno omicida di Erode, per impedire che esso prevalga a scapito del suo disegno di salvezza. Questo significa che nessun attentato dei poteri di questo mondo è in grado di mettere in scacco la salvezza di Dio.

È ancora una volta molto importante tenere presente lo sfondo vetero-giudaico, a cui il testo di oggi fa riferimento, per cercarne gli elementi di continuità e le differenze. Per molte ragioni occorre fare attenzione alla vicenda di Mosè. Nei testi dell’Esodo si narra che il faraone diffida degli Israeliti perché diventano un popolo grande e forte; ciò dipende dall’annuncio degli scribi, secondo cui tra gli Ebrei sarebbe nato un bambino che avrebbe distrutto gli Egiziani e reso potente Israele. Infine, l’ordine del faraone di uccidere tutti i bambini ebrei subito dopo la nascita riguarda solo l’uccisione dell’annunciato potente bambino. Il miracoloso salvataggio del bimbo ad opera di Dio è arricchito dal racconto che Dio appare in sogno al padre di Mosè e gli annuncia il salvataggio. La regola nota nel giudaismo: “Come il primo salvatore (= Mosè), così il secondo Salvatore (= il Messia)” può contribuire a facilitare la comprensione di questo modo di narrare.

v.13: Giuseppe non fa niente di straordinario; le cose che vengono raccontate sono cose che fanno parte della struttura normale della vita degli uomini. Però, nel fare questo, nel fare semplicemente il papà, Giuseppe realizza il progetto di Dio, e Matteo lo sottolinea dicendo che tutto questo non è avvenuto per caso. No, è avvenuto perché si adempisse ciò che aveva detto il profeta; prima Osea e poi gli altri profeti. Insomma ciò che è avvenuto, non è avvenuto per caso. C’era un disegno e allora la paternità di Giuseppe, quest’atteggiamento di cura nei confronti della sposa, nei confronti del bambino, diventa obbedienza a Dio, diventa una vita ricca, straordinariamente ricca di valori. Vive, Giuseppe, non per se stesso, ma vive, per la sua sposa e per il bambino, nell’ottica del servizio. È l’ottica dello spendere la sua esistenza quotidianamente, con pazienza, nell’umiltà, nella docilità della sua vocazione. Questo è il modello che la festa di oggi vuole mettere davanti a noi. Non cose straordinarie, ma la vita normale della famiglia, la vita normale della famiglia nell’obbedienza a Dio, in un atteggiamento non egocentrico, ma in un atteggiamento di servizio, di dono. E dove c’è la capacità di donare nel servizio, c’è anche la pienezza della propria vita, c’è anche la gioia di vivere e di essere quello che noi siamo.

v.14: La fuga in Egitto afferma la comunanza di destino fra il Messia e il suo popolo; anche Gesù - essendo il Figlio - doveva compiere un esodo. E allora, il senso del racconto è ancora una volta prefigurativo, giacché l’esodo di Gesù non è stato dall’Egitto alla terra promessa, bensì da questo mondo al Padre. Se nella visita dei magi era prefigurata la passione, qui viene prefigurata la risurrezione.

v.19: Si potrebbe però fare un’obiezione, e l’obiezione è questa: che Giuseppe è fortunato, perché è vero che gli vengono chieste delle cose difficili: deve andare in Egitto, deve ritornare, poi deve andare in Galilea perché c’è Archelao. Cioè gli vengono chiesti dei sacrifici. Però si potrebbe dire: è vero, ma Giuseppe sa con chiarezza quello che deve fare, sa qual è la volontà di Dio e non sbaglia, semplicemente esegue quello che l’angelo gli ha annunciato. Fosse così la nostra vita, potrebbe diventare più semplice, più facile. È proprio vero? Forse è un po’ più complicato. Giuseppe ha dato retta a un angelo del Signore, ma ascoltare gli angeli non è la cosa più semplice di questo mondo; riconoscere l’angelo del Signore e capire quello che sta chiedendo richiede un cuore puro, richiede un atteggiamento di fede. Non pensiamo a qualche cosa di meccanico: è arrivato un programma scritto e Giuseppe lo ha semplicemente eseguito come un computer può eseguire il programma che viene inserito: non è così. Giuseppe ha dovuto compiere un’azione umana di libertà, ha dovuto riconoscere la volontà di Dio in un sogno che di per sé non era evidente che venisse da Dio; ha dovuto avere un cuore capace di riconoscere la volontà di Dio nella sua vita.

Ed è proprio questo quello che ci viene chiesto, quello che dobbiamo tentare di fare: leggere questa volontà di Dio dentro alla nostra esistenza. Ci deve essere nella nostra vita una familiarità con Dio, una familiarità con la sua Parola, una conoscenza di cuore, col cuore, del Vangelo, in modo che pian piano i lineamenti di Dio, i desideri di Dio, impariamo a conoscerli e impariamo a farli nostri; dopo, l’obbedienza diventa possibile, dopo diventa possibile capire quello che il Signore ci sta chiedendo.

v.20: Il vangelo ci presenta l’obbedienza di Giuseppe e di Maria, che sin dal principio seguono il volere di Dio per il loro primogenito, per colui che non solo avrebbe dovuto ricevere le promesse, ma per colui che era l’adempimento di tutte le promesse e di tutte le attese dell’intera umanità. Giuseppe e Maria obbediscono nel loro andare in Egitto e nel loro ritornare in Israele e abitare a Nazaret. Cosa vuol dire questo? Il dono dell’obbedienza di fede è fatto certamente da Dio. È solo per grazia di Dio che i padri hanno continuato a sperare nel futuro messia; è solo per grazia di Dio che, pur non vedendo le promesse realizzate, anzi, vedendole molte volte sconvolte dalla contrarietà degli eventi, il popolo ha continuato a sperare e a credere sempre, con fede indefettibile, in ciò che era riservato per esso da Dio.

È conforme alla volontà del Signore che noi desideriamo figli. Tutti devono desiderare figli, anche i non sposati se la loro rinuncia al matrimonio è per il regno dei cieli. I figli si devono desiderare per farne cittadini del Regno. Questa è l’unica vera ragione che autorizza un legittimo desiderio. Quelli che non hanno fede possono desiderare figli per tante ragioni, ma quelli che hanno la fede, i cristiani, desiderano legittimamente i figli solo per farne dei cittadini del Regno; bisogna non avere paura a desiderarli per questo. Allora bisogna pensare in modo conseguente: il fine fondamentale non è solo la generazione, ma anche l’educazione dei futuri cittadini del Regno. Non basta quindi la generazione fisica se non c’è la finalizzazione a questo vero e unico fine assorbente tutti gli altri; e non è necessaria la generazione fisica per preparare cittadini del Regno che siano figli secondo lo Spirito e secondo la fede.