Trasfigurazione del Signore

Trasfigurazione del Signore

Mar, 30 Lug 19 Lectio Divina - Anno C

Questo evento accadde in qualche località del vicinato di Cesarea di Filippi, nel silenzio della notte e lontano dalle abitazioni umane. Esso è l'unico e splendente raggio di gloria che illumina la vita di umiliazione, di travagli e di dolori che il Figlio di Dio per amore nostro condusse su questa terra.

I giudei e le sette religiose farisaiche tenevano vivo fra il popolo un altro pregiudizio contro Gesù, perché rigettava «le tradizioni degli anziani», rappresentandolo come nemico di Mosè e bestemmiatore contro la legge. Da questi due pregiudizi gli apostoli non andavano totalmente esenti. Era, per di più, nato nel cuore dei dodici il timore che quel regno terrestre del Messia, che essi avevano tanto caro per ragioni personali, fosse ritardato od anche reso impossibile da quella morte che, per la prima volta, era stata loro misteriosamente annunziata da Gesù stesso un giorno o due prima.

Il ministero galilaico di Gesù volge verso il suo termine; davanti a lui si prospetta ormai chiaramente Gerusalemme e la croce. Fin d'ora Gesù, proprio mentre offre ai suoi discepoli un segno della sua gloria, ne parla con Mosè ed Elia in termini di «esodo». Perciò, mentre questo brano conclude la sezione precedente (la voce dal ciclo a favore di Gesù, dopo la domanda di Erode 9,9 e le risposte del popolo 9,19e di Pietro 9,20, costituisce il suggello divino all'autenticità della sua missione) esso getta anche un ponte verso la sezione seguente (l'esodo di cui si parla al v. 31 richiama direttamente l'assunzione di Gesù di cui al v. 51). Poiché qui si parla anche gloria (doxa v. 32) e Gesù viene trasfigurato davanti ai suoi discepoli, è chiaro che Luca vuole offrire una anticipazione ed un preludio della gloria, che sarà definitiva, di Gesù risorto. Si può dunque pensare che tutta l'opera lucana sia costruita su tre grandi pilastri (che sono poi altrettante teofanie o, meglio, cristofanie): il Battesimo di Gesù, la sua Trasfigurazione e la Risurrezione-Pentecoste.

v.35: “Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo”. Il racconto della trasfigurazione di Gesù è modellato selle narrazioni dell’Antico Testamento (la voce, la nube, lo splendore, i personaggi celesti, simboli della legge e della profezia) ed è una vera e propria proclamazione anticipata della glorificazione pasquale (vv. 9-10). La trasfigurazione è, però, preparata nel contesto proprio dal primo annuncio della passione e della morte (Lc 8,22).

Morte e resurrezione costituiscono, così, un mistero unitario da non scindere, pena la riduzione di Gesù alla sola umanità sia pure eroica (la morte) o alla sola divinità separata e lontana dall’uomo (la gloria pasquale). Solo attraverso l’annunzio di morte può fiorire la risurrezione, e solo attraverso la croce si giunge alla proclamazione della fede pasquale. “Questi è il Figlio mio l’eletto.” (v.35) è parallelo alla confessione del centurione ai piedi della croce: “Veramente costui è Figlio di Dio” (Mc 15,39).

La trasfigurazione è, quindi, un’apparizione pasquale anticipata, destinata a illuminare e a svelare alla Chiesa il mistero della morte e risurrezione del Cristo.

L’avvenimento della trasfigurazione segna il punto centrale e culminante del vangelo di Luca e si abbina alla confessione di Pietro (Mc 8,27-30), di cui sembra la conferma più autorevole, giunta dal cielo dissipare ogni incertezza, che poteva essersi incuneata nel cuore degli apostoli quando, quasi per contrasto alle parole di Pietro, Gesù aveva iniziato a parlare per la prima volta della necessità della sua passione (Lc 8,22).

v.29: “… la sua veste divenne candida e sfolgorante”: il bianco è il colore degli esseri celesti (Mc 16,5; At 1,10: Ap 1,13; ecc.); le vesti bianche sono spesso immagine della vita dopo la risurrezione. 

v.33: “Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi essere qui”. L’intervento del principe degli apostoli rientra perfettamente nel suo stile. Con le sue parole egli dichiara la soddisfazione anche dei suoi compagni per essere stati “degni” di contemplare una scena tanto singolare e gloriosa. Pensava forse Pietro che con questa visione i tempi messianici fossero giunti al loro stadio terminale? E’ difficile dirlo. La sua proposta di fare tre tende potrebbe essere stata dettata anche semplicemente dal desiderio di prolungare indefinitamente la felicità provata nel contemplare quello sprazzo di gloria, che aveva avvolto la persona del suo amato Maestro.

v.34: “Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra”. Per l’aspetto esteriore del fatto va rilevato che la nube avvolge Gesù con Elia e Mosè e non il gruppo dei tre apostoli, i quali ne sono soltanto i testimoni. Quanto al significato della stessa nube, è chiaro che essa sta ad attestare una particolare presenza di Dio, come in molti testi dell’Antico Testamento.

“Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo”. Le parole divine sono le medesime che furono rivolte a Gesù personalmente al momento della sua risalita dalle acque del Giordano (3,22). Con esse Dio non soltanto proclama la figliolanza naturale di Gesù, ma conferma pure la veracità della professione di Pietro (Lc 8,20), aggiungendo l’esortazione ad ascoltarlo come conclusione logica e pratica del riconoscimento della sua dignità, quale inviato del Padre.

v.36: “Appena la voce cessò, restò Gesù solo”. La visione è finita e i tre discepoli privilegiati, guardandosi attorno, non scorgono che Gesù nell’aspetto consueto e abituale, a loro familiare. “Non videro se non Gesù solo”, dice il Vangelo di Marco (Mc 17, 8): e questo basta ed avanza!