Trasfigurazione del Signore

Trasfigurazione del Signore

Lun, 30 Lug 18 Lectio Divina - Anno B

La Festa della Trasfigurazione: origine e storia
La Chiesa orientale celebra la festa della Trasfigurazione, fissata il 6 agosto, come una tra le festività maggiori del Signore, nel ciclo delle dodici feste, il Dodecaorton, con un giorno di vigilia che la precede e l’ottava che le succede. È evidente, dunque che per i nostri fratelli orientali si tratta di una festa solenne.
La motivazione per cui è stata scelta la data del 6 agosto è probabilmente riferita alla dedicazione di una delle chiese sul Monte Tabor, ma anche perché si tratta del giorno dal grande mezzogiorno, l’apogeo della luce estiva. In questo giorno si benedicono i frutti della stagione: spesso si tratta dell’uva. Pur essendo di origine palestinese, la festa della Trasfigurazione si è estesa anche alla Chiesa Armena e a quella Siriaca; solo più tardi sarà parte delle feste della Chiesa occidentale. Essa fu adottata nel suo calendario nell'anno 1457, ad opera di papa Callisto III, in ricordo della vittoria riportata sui Turchi presso Belgrado.

In questo giorno festeggiano la Trasfigurazione del Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo oltre che i cattolici e gli ortodossi, anche i fratelli anglicani e luterani.

La Chiesa occidentale celebra l’episodio leggendo l‘episodio della Trasfigurazione nel vangelo della II Domenica di Quaresima, al fine di seguire di più l’aspetto cronologico della vita di Gesù.

La Trasfigurazione nella liturgia della Parola
L'episodio della Trasfigurazione ci è pervenuto attraverso i racconti evangelici dei Sinottici (Mt 17,1-9; Mc 9,2-10; Lc 9,28-36) ma anche attraverso un’allusione contenuta nella Seconda lettera di san Pietro apostolo (1,16-18) proposta dal formulario liturgico come lettura a scelta rispetto alla proposta della lettura dal libro del profeta Daniele (7,9-10.13-14), se la festa si celebra in settimana.
Il profeta Daniele, nella prima lettura, ci prepara alla comprensione della Trasfigurazione di Gesù tramite la forma letteraria biblica della visione apocalittica, che, grazie alla conoscenza del racconto evangelico, possiamo comprendere come profezia cristologica.
Nella sua visione notturna, Daniele ci parla di una veste «candida come la neve» (Dn 7,9) e di capelli «candidi come la lana» (Dn 7.9), entrambe caratteristiche di un vegliardo che sta seduto sul suo trono infuocato, intorno al quale c’è la corte celeste al suo servizio. A questi è presentato un personaggio arrivato con le nubi del cielo, «simile ad un figlio d’uomo» (Dn 7,13), al quale sono dati un potere eterno, la gloria e un suo regno che resterà per sempre; tutti i popoli lo serviranno.
Questa profezia è in chiave cristologica, perché noi leggiamo l’espressione “figlio d’uomo” in riferimento a Gesù, vero Dio e vero uomo, figlio dell’uomo e Figlio di Dio. Gesù Cristo stesso ha usato per sé l'appellativo “figlio dell'uomo” per aiutare i suoi ascoltatori a riflettere sulla sua persona sia come figura apocalittica del Re e Giudice celeste sia come colui che deve soffrire, morire e risuscitare, che, alla destra del Padre, si manifesterà nella gloria della sua divinità ricevendo il potere su tutti e su tutto.
È interessante ricordare che durante il processo davanti a Pilato, Gesù si dichiara il figlio dell'uomo che arriva sulle nubi del cielo, e per questo viene accusato di bestemmia, cosa che lo porterà alla morte ignominiosa di croce.

Circa il Nuovo Testamento, sia la lettura dell'apostolo Pietro che il racconto evangelico di Marco, ci parlano dell’episodio della Trasfigurazione del Signore, l’uno come rievocazione e ricordo del primo apostolo utile per sostenere il cammino della Chiesa, l’altro come evento storico vissuto e testimoniato dai tre discepoli.
Nella lettera apostolica di Pietro possiamo ascoltare da un testimone più che oculare, la sua esperienza di fede, che diventa per noi speranza per ciò che ci attende nella vita eterna, quando saremo simili a Lui, così come Egli è, tutto splendente di luce.

Nel vangelo di Marco (9,2-10) che leggiamo nell’anno B, siamo nel contesto che precede la passione di Gesù, il quale, prima di salire per l'ultima volta dalla Galilea a Gerusalemme, riunisce i suoi discepoli prediletti, Pietro, Giacomo e Giovanni, per condurli in disparte su un monte alto: il Tabor. Qui, Gesù fu trasfigurato davanti a loro (è interessante notare l’uso del passivo teologico): il suo volto e le sue vesti divennero splendenti e bianche, tanto che nessun lavandaio potrebbe fare altrettanto.
In questo prodigioso evento, apparvero Mosè ed Elia, impegnati a conversare con Gesù. Di fronte a tutto questo, senza parole, Pietro si rivolse a Gesù per esprimere la sua meraviglia e anche il suo spavento per quello che lui e gli altri due discepoli avevano visto e a cui stavano partecipando: «Rabbì, è bello per noi essere qui: facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia».

Giunse una nube, simbolo della presenza divina (come quella che accompagna gli ebrei: cfr. Es 24,16) che li avvolse con la sua ombra, dalla quale uscì una voce: «Questi è il Figlio mio l’amato: ascoltatelo!», ripetendo quanto Dio Padre aveva già rivelato in occasione del battesimo di Gesù nel Giordano, prima teofania della Trinità. “Figlio amato” è uno dei più importanti titoli cristologici, ispirato a Is 42,1 in cui il termine «amato» indica il Servo di Yhwh, mentre l'invito: «ascoltatelo», richiama Dt 18,25, in cui Mosè annuncia la venuta del profeta della fine dei tempi al quale il popolo deve dare ascolto.

I discepoli prescelti, già testimoni dei miracoli, delle guarigioni e soprattutto della risurrezione della figlia di Giairo (Mc 5,37), sono gli «intimi» di Gesù, prescelti per vivere questa rivelazione, ma non capiscono ciò che avviene. È proprio per questo che Gesù vive questo momento di trasfigurazione: come risposta all'incomprensione dei discepoli, dinanzi al cammino della croce che lo porterà poi alla gloriosa resurrezione.

Questa voce e l’ombra della nube hanno gettato i discepoli in un grande timore, tanto da prostrarli faccia a terra. Ma quando i discepoli si guardarono intorno, non videro altri che Gesù solo. Questa presenza, è l’unica essenziale, è la cosa più importante da constatare al termine di una grande esperienza. Mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro di non comunicare a nessuno l’esperienza teofanica vissuta, se non dopo che il Figlio dell'uomo sarà risorto dai morti, cosa della quale non compresero il significato.

Il testo biblico di Marco inizia con l’espressione temporale “dopo sei giorni” precisazione che la liturgia della Parola odierna non mantiene per non creare collegamenti con ciò che precede questo episodio e dunque per non disperdere l’attenzione sull’hodie liturgico.

In questo contesto di spiegazione, è bene ricordare che “sei giorni” sono l'intervallo di tempo tra la confessione di Pietro, che nella città di Cesarea di Filippo aveva proclamato Gesù come Figlio di Dio, e la proclamazione di Gesù come Figlio amato di Dio avvenuta sul monte della trasfigurazione da parte del Padre. Si tratta dunque di una conferma che ha reso più salda la fede dei tre discepoli, per una testimonianza da trasmettere attraverso la tradizione apostolica in tutto il mondo. Proprio per questo Dio rivela sul monte la gloria del suo Figlio, come fa sulle rive del Giordano all’inizio del ministero pubblico di Gesù. Questa è una caratteristica propria del modo di agire di Dio: si fa vicino all’uomo e lo incontra sul monte per risollevare il coraggio che di lì a poco sarà messo a dura prova attraverso la passione e la morte di Gesù alla quale i suoi discepoli assisteranno con grande timore e delusione.

Gesù prende l'iniziativa di condurre con sé Pietro, Giacomo e Giovanni sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli (Mc 9,2). Sono gli stessi discepoli che assisteranno ai miracoli più significativi ed infine alla sua agonia.

L’alto monte ricorda la teofania del Sinai in cui Mosè ha goduto della gloria di Dio, la stessa che ora sul Tabor, si riflette nel volto e nelle vesti bianchissime di Gesù, mentre la nube rappresenta la presenza di Dio e la sua trascendenza. Mosè ed Elia vengono rappresentati nelle icone che ritraggono la Trasfigurazione in una convergenza fisica, di sguardo verso la persona di Gesù, come a sottolineare il compimento dell’antica alleanza in quella inaugurata da Gesù.

La luce è la forma di comunione più perfetta perché permette la conoscenza reciproca. Si comprende come la trasfigurazione, con il tema della luce, sia stata scelta ben presto quale lettura base per la catechesi liturgica in preparazione al battesimo (cfr II domenica di Quaresima). Mosè al roveto ardente, Elia rapito sul carro di fuoco; Pietro, Giacomo e Giovanni al Tabor; gli Apostoli con Maria nel cenacolo a Pentecoste, Paolo sulla via di Damasco.

La Trasfigurazione dunque è una teofania, una manifestazione sia della vita divina del Cristo che quella della Trinità. In questo senso, l'episodio della vita di Gesù è considerato come il battesimo di Gesù nel Giordano. La voce del Padre dichiara Gesù, come il figlio amato; il Figlio è splendente di luce, simbolo della sua discendenza divina; lo Spirito avvolge nell’ombra della nube i discepoli facendosi portatore della voce che testimonia l’identità di Gesù.

Gesù fu trasfigurato agli occhi dei suoi discepoli, quindi anche gli occhi dei discepoli furono trasfigurati, nel senso di una trasformazione della loro capacità di vedere, di contemplare, per essere in grado di incontrare in Cristo la Gloria di Dio per opera dello Spirito Santo. Questi discepoli sono quelli che hanno partecipato a dei momenti particolari della vita di Gesù: le guarigioni, la predicazione e poi la passione. È proprio per rafforzare la fede di questi, in vista dello scandalo della croce, che Gesù li ha scelti: perché di fronte all’umiliazione della morte e al suo essere sfigurato dal dolore sulla croce, essi possano poi ricordare di aver contemplato la natura divina di Gesù anche solo per un attimo, al fine di credere oltre la morte che sembra cancellare la vita.

I tre prediletti, infatti, dopo l'ultima cena, saranno condotti da Gesù su un altro monte, quello degli Ulivi, testimoni della sua angoscia (Mc 14,33) prenderanno sonno di fronte ad un Cristo non più trasfigurato, ma sfigurato dal sudore di sangue.

La Trasfigurazione è un sostegno per la fede al fine di sostenere la debolezza dei suoi apostoli, un aiuto graduale davanti al mistero di Cristo fino alla Pasqua. Si tratta di uno sprazzo della luce del Regno di Dio che è Cristo stesso, luce della Pasqua e della Pentecoste, dell’Eschaton, il tempo della Trasfigurazione del mondo.

Se Mosè ed Elia rappresentano l’antica alleanza, coloro i quali sono stati scelti per incontrare Dio in favore del popolo, Pietro, e i due fratelli Giacomo e Giovanni, rappresentano la nuova alleanza, coloro che porteranno il messaggio dell’amore di Dio per mezzo di Gesù Cristo.

La trasfigurazione, possiamo vederla come una finestra aperta sulla divinità di Gesù, la partecipazione alla sua essenza intratrinitaria, o almeno la manifestazione esperibile per noi di ciò che Egli è in seno alla Trinità. Questa è la vita che vive il Figlio da sempre, prima che il mondo fosse, vita racchiusa nel corpo di carne che Gesù ha preso da Maria, occulta durante la sua vita terrena. È dunque un’anticipazione di ciò che saremo quando verremo glorificati nella resurrezione, ciò che saremo quando Cristo trasformerà il nostro corpo mortale e lo renderà simile al suo corpo glorioso, per partecipare della bellezza di Dio.

Nel nostro cammino di tutti i giorni siamo trasfigurati gradualmente dall’azione dello Spirito che ci cristifica, anche attraverso i sacramenti, soprattutto l’Eucaristia, la presenza trasfigurata di Gesù Cristo nel pane e nel vino che diventano suo Corpo e suo Sangue per la remissione dei peccati e per la nostra salvezza. Gesù trasfigurato è già ciò che il credente è chiamato a diventare.

La vita cristiana è un processo storico di reale trasformazione in Cristo, parafrasando il prefazio proprio di questa festa, il quale ha rivelato la sua gloria sia per preparare i suoi discepoli a sostenere “lo scandalo della croce” che per anticipare il destino splendido della Chiesa.

La trasfigurazione è una lezione di fede anche per noi, ed è pure una lezione di speranza, nel momento in cui incombe l'annuncio della passione e della morte quando la tristezza e la sofferenza entrano nella nostra esistenza.