Tutti i Santi

Tutti i Santi

Mer, 24 Ott 18 Lectio Divina - Anno B

Nota storico – liturgica
La festa di tutti i Santi, che ricorre l’1 novembre, si diffuse in Europa nei secoli VIII-IX. A Roma si iniziò a celebrarla fin dal sec. IX come unica festa per tutti i Santi, cioè per la Chiesa gloriosa, intimamente unita alla Chiesa ancora pellegrinante e sofferente. Oggi è una festa di speranza: “L’assemblea festosa dei nostri fratelli” rappresenta la parte eletta e sicuramente riuscita del popolo di Dio; ci richiama al nostro fine e alla nostra vocazione vera: la santità, cui tutti siamo chiamati, aportando a compimento con fedeltà la grazia del Battesimo.

La Chiesa è indefettibilmente santa: Cristo l’ha amata come sua sposa e ha dato se stesso per lei, al fine di santificarla; perciò tutti nella Chiesa sono chiamati alla santità (cfr LG 39). La Chiesa predica il mistero pasquale nei Santi che hanno sofferto con Cristo e con lui sono glorificati; propone ai fedeli i loro esempi che attraggono tutti al Padre per mezzo di Cristo e implora per i loro meriti i benefici di Dio (cfr SC 104). Oggi in un’unica festa si celebrano, insieme ai santi canonizzati, tutti i giusti di ogni lingua, razza e nazione, i cui nomi sono scritti nel libro della vita (cfr Ap 20, 12) (dal Messale Romano).

Lectio
Purifichiamo il nostro cuore facendo silenzio perché solo in cuori silenziosi la Parola può nascere e prendere carne. Chiediamo al Padre il dono dello Spirito perché la Parola “ci” possa abitare.
Le Beatitudini che Matteo ci offre sono inserite nel cosiddetto “discorso della montagna” (capitoli 5-7) considerato come la magna charta che Gesù ha affidato alla sua comunità come parola “normativa” e vincolante per definirsi cristiana. Origene ci ricorda inoltre che: “Le beatitudini sono immagine di Gesù, altrettante icone della figura spirituale di Gesù”.

vv.1-2: Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: L’Evangelista, prima di esporre le parole di Gesù, descrive il luogo dove è pronunciato il discorso, “Gesù salì sulla montagna” (5,1). Il monte è il luogo della rivelazione; il monte ci ricorda il Sinai, il monte della promulgazione della legge e della conclusione dell’alleanza. In questo modo Matteo indica Gesù come il nuovo Mosè e la sua parola è parola di vita, è legge nuova (“ma io vi dico ...”) che non abolisce l’antica ma la porta a compimento. Tutto il grande Discorso della Montagna traccia la via del discepolo sulle orme del Regno. Le Beatitudini ne costituiscono il punto di partenza: Gesù ci invita ad aprire gli occhi, per contemplare il Regno dei cieli in arrivo e lasciarci sorprendere dalla sua venuta.
Ancora è da rilevare la posizione fisica in cui Gesù pronunzia le sue parole: “E, messosi a sedere”. È l’atteggiamento dell’autorità che promulga nuove leggi. Il verbo “insegnare” (edidasken) in Matteo è usato soltanto in questo discorso, qui e in 7,29.
Inoltre, lo sguardo di Gesù è rivolto alle “folle”: tutti sono destinatari del suo Vangelo.

v.3: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Il termine “beati” (in greco makarioi) esprime un vero e proprio grido di felicità diffuso nel linguaggio biblico. In Sir 25,7-10 sono definite “felici” le persone che vivono le indicazioni della Sapienza. Nei Salmi (1,1; 128,1) è definito “felice” chi teme, chi ama il Signore, chi osserva la Parola di Dio. L’originalità di Matteo consiste nell’aggiunta di una frase che specifica e illustra ogni beatitudine. Inoltre Gesù annuncia una felicità che salva già nel presente e tutti possono accedere alla felicità, a patto che si stia uniti a Lui.
Come è possibile che i poveri possano essere felici? è il grande “segreto” del Figlio di Dio e la grande prospettiva dell'umanità nuova. La povertà in spirito è la felice condizione dell'uomo che ha nulla, che è nulla perché tutto riceve in dono. Nulla può e vuole ma solo essere e vivere nel dono di Dio! Allora quest’uomo nuovo e beato è Gesù stesso perché tutto da Dio Padre riceve. Beato quindi non dice una conquista o un merito, ma ancora una volta il dono di Dio che raggiunge la condizione dell'uomo: l'uomo nuovo. è un mettere come primato della propria vita l’iniziativa di Dio e non le nostre capacità; è la disponibilità a ricevere la grazia e il dono di Dio. “Dio solo basta!” (Santa Teresa d’Avila).

v.4: Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Sono tutti quelli che hanno a cuore il Regno di Dio e soffrono per tante negatività presenti nella Chiesa; si addolorano per il male presente nel mondo e per i propri peccati che, in qualche modo, rallentano il cammino della Chiesa verso il Regno. Solo Dio li può consolare nelle loro tribolazioni e nello stesso tempo da Dio sono resi capaci di consolare gli altri (cfr 2Cor 1,1-7).

v.5: Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. La mitezza è un atteggiamento oggi in disuso, scambiato molte volte per debolezza. Con il termine “miti” nella Bibbia sono ricordati come persone che godono di una grande pace (Sal 37,10), ritenute felici, benedette, amate da Dio, contrapposte ai malvagi, agli empi, ai peccatori.
Paolo ricorda la mitezza come un atteggiamento specifico dell’essere cristiano. In 2Cor 10,1 esorta i credenti “per la benignità e la mitezza di Cristo”. In Gal 5,22 la mitezza è considerata un frutto dello Spirito Santo nel cuore dei credenti e consiste nell’essere mansueti, moderati, lenti nel punire, dolci, pazienti verso gli altri. In Ef 4,32 e Col 3,12 la mitezza è un comportamento che deriva dall’essere cristiani ed è un segno che caratterizza l’uomo nuovo in Cristo. In 1Pt 3,3-4: “Il vostro ornamento non sia quello esteriore […] ma piuttosto, nel profondo del vostro cuore, un'anima incorruttibile, piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davanti a Dio.”
La persona mite è chi, nonostante l’ardore dei suoi sentimenti, ama la pace, la serenità e le diffonde attorno a sé; è la persona che vince con la perseveranza della bontà, con la forza della pazienza. È chi sa porsi in dialogo e attende la terra promessa, il Regno, cioè il nuovo modo di vivere nella giustizia e nella fraternità dei figli di Dio. Mite è chi assomiglia a Gesù il quale “insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta” (1Pt 2,23a).

v.6: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. I verbi aver fame e aver sete, in senso simbolico, esprimono il desiderio forte di Dio e della sua Parola: “L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente” (Sal 42,3); “O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua” (Sal 63,2). “Ecco verranno giorni -dice il Signore - in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d'ascoltare la parola del Signore” (Am 8,11).
Nel Vangelo di Matteo la giustizia è fare la volontà del Padre (Mt 7,21). Gli affamati di giustizia imitano l’amore gratuito e misericordioso del Padre verso tutti e seguono Gesù che ha “compiuto ogni giustizia”.

v.7: Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. La misericordia è caratteristica propria di Dio che Gesù incarna. I misericordiosi, di conseguenza, sono coloro che, imitando Dio, sanno comprendere e perdonare il prossimo com’è chiesto nella preghiera del Padre Nostro (cfr. Mt 6,11-12.14-15).

v.8: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Nella Bibbia il cuore è il “luogo” in cui avvengono le decisioni della vita. Il cuore buono rende buono tutto l'uomo, il cuore cattivo lo rende cattivo. L'espressione “cuore puro” è riferita alle persone rette e corrette nelle loro relazioni con Dio e con il prossimo. Quello che pensano, lo dicono e lo fanno: il loro agire è coerente con le intenzioni. Hanno l’occhio trasparente che sa vedere il bello e il buono in ogni cosa e poiché cercano Dio, lo trovano in tutto.

v.9: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Il termine in greco significa chi lavora per la pace, che “fanno pace” nel senso che aiutano i nemici a riconciliarsi. Non sono amanti del quieto vivere ma attivi operatori di pace, che agiscono come Dio stesso, perché Dio è il Dio della pace (Rm 16,20) e per questo sono chiamati “figli di Dio”: perché somigliano a Lui.

vv.10 - 12: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Si tratta di chi subisce ostilità, discriminazioni, diffamazioni, insulti e violenze per il nome di Gesù, per la causa del Vangelo. La persecuzione è segno che si è dalla parte di Gesù, perseguitato ingiustamente, e possiamo trovarci anche noi, oggi, tutte quelle volte che dobbiamo difendere la dignità di essere cristiani perché annunciamo il nome di Gesù. “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20).
La gioia del perseguitato è un’anticipazione della letizia del cielo perché a lui è garantita la più grande ricompensa: la vita eterna, la piena comunione con Dio. Per questo, fin da ora, dobbiamo gioire ed esultare e non essere tristi. Alla fine dei tempi potremo anche noi cantare il canto degli eletti: “Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché sono giunte le nozze dell'Agnello; la sua sposa è pronta” (Ap 19, 7).
“Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell'Agnello” (Ap 7,14).