V Domenica del Tempo Ordinario

V Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 03 Feb 20 Lectio Divina - Anno A

Stiamo percorrendo il TEMPO ORDINARIO con la rapidità che contraddistingue questo periodo così carico di tensioni e speranze; un tempo che non reca nulla di straordinario perché tutto è racchiuso nell’ordinarietà dei giorni che si susseguono e sono scanditi dalla DOMENICA, giorno in cui ogni credente si lascia incontrare dal Signore Risorto!

Alcuni studiosi dicono che il tempo ordinario è forse una delle più grandi “novità” della riforma dell’anno liturgico seguita al Vaticano II. Se per altri tempi dell’anno liturgico infatti la riforma ha dovuto far emergere con maggiore chiarezza elementi che erano andati persi nel corso dei secoli, riformulare testi e gesti, recuperare la “verità” del tempo della celebrazione… per il tempo ordinario si è trattato invece di una vera e propria novità, o almeno un profondo ripensamento di quella parte dell’anno liturgico che non apparteneva al ciclo pasquale (quaresima, triduo, tempo di pasqua), né al ciclo della manifestazione (avvento, natale, epifania).

Il primo elemento che rivela il senso del tempo ordinario è costituito dalle Scritture che vengono proclamate nella liturgia. È il lezionario infatti che ritma il cammino delle domeniche e dei giorni feriali. Di domenica in domenica la Chiesa segue il suo Signore sulla via del “compimento di ogni giustizia” (Mt 3,15), perché essa diventi sempre più somigliante al suo maestro e sposo.

Nel tempo ordinario, come afferma l’Ordinamento delle letture della messa (OLM), l’elemento che, in modo ancor più significativo che negli altri tempi liturgici, costituisce il culmine e nello stesso tempo il cuore della liturgia della Parola è la lettura dei Vangeli. Sempre nella liturgia della parola l’elemento principale è costituito dal Vangelo (OLM, n. 13): «La lettura del Vangelo costituisce il culmine della stessa liturgia della Parola», proprio perché la celebrazione eucaristica è sempre celebrazione del mistero di Cristo che nel vangelo viene “narrato”. L’OLM al n. 10, mentre parla del nesso tra sacra Scrittura ed Eucaristia, afferma: «Nella parola di Dio si annunzia la divina alleanza, mentre nell’Eucaristia si ripropone l’alleanza stessa, nuova ed eterna. Lì la storia della salvezza viene rievocata nel suono delle parole, qui la stessa storia viene ripresentata nei segni sacramentali della liturgia”.

Mi sembra opportuno riprendere alcuni principi che sono indicativi per noi che seguiamo queste pagine sul Sito; come trovo altrettanto significativo riflettere sul valore della sequela per evitare ogni eventuale ‘fatto scontato’ …

Che cos’ è la sequela? Intanto essa richiama il verbo seguire; verbo che presuppone un certo dinamismo, innanzitutto interiore: vuol dire essere operativi e non statici… Consegnarsi ad una itineranza che non lascia spazio alla comoda rassegnazione … Non è questione solo di movimento fisico; anche colui che rimane per tutta la vita nel suo paese segue Gesù, ripercorrendo il suo stesso itinerario. La metafora del cammino è fondamentale nella vita umana, che è il percorso cronologico dalla nascita alla morte. Il cammino cristiano ha senso solo con riferimento a Gesù e al suo cammino storico ... In questa luce l’esperienza dei discepoli, senza perdere quel riferimento storico ai primi testimoni: Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni, diventa il prototipo della chiamata che il Signore rivolge ad ognuno di noi e della risposta che noi diamo a Lui!

Gesù da buon Maestro com’era ed è, ci dona delle ‘dritte’ incoraggiandoci ad essere sapore e luce. Lo fa servendosi di due semplici segni: il sale e la luce.

I due versetti Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo … non sono un imperativo, non dicono che dobbiamo essere, invece annunciano un’identità già attuale, perché ricevuta in dono (noi siamo già sale della terra e luce del mondo). Questa identità ci è stata donata sacramentalmente con il battesimo e diviene operante per mezzo della nostra fede. (Un pizzico di sale veniva messo in bocca, anticamente al bambino battezzando). Il sale è usato per dare sapore ai cibi e conservare; nella Scrittura è segno di alleanza e di pace: “Dovrai salare ogni tua offerta di oblazione: nella tua oblazione non lascerai mancare il sale dell’alleanza del tuo Dio; sopra ogni offerta porrai del sale” (Levitico 2,13).

Esso è simbolo di sapienza: “Comportatevi saggiamente con quelli di fuori, cogliendo ogni occasione. Il vostro parlare sia sempre gentile, sensato, in modo da poter rispondere a ciascuno come si deve” (Colossesi 4,5-6). Con il sale si possono anche medicare le ferite.

Ogni credente in Gesù e quindi la comunità cristiana è sale della terra, poiché il vangelo dà senso non solo all'esistenza personale, ma anche a quella di ogni persona e di tutta la comunità umana. Infatti la fede in Cristo ci rende consapevoli della nostra identità: di figli del Padre e conseguentemente di fratelli e sorelle. Il sale non può essere adulterato e perde le sue proprietà solo se viene sciolto, solo se scompare. Così il credente può perdere credibilità e significato se si discioglie, se si nasconde della massa e perde la sua vera identità, quando il suo vivere non ha più il sapore del vangelo: il discepolo che non ha il sapore di Cristo non serve a nessuno e a buon ragione può essere messo in ridicolo.

Tutto ciò sembra ben condensato nell’omelia di S. Giovanni Crisostomo, nella parte in cui medita l’immagine del sale: “Dopo averli dunque esortati a ciò che era conveniente, di nuovo li risolleva con gli elogi. Poiché i precetti erano sublimi e molto superiori a quelli dell’Antico Testamento, perché non rimanessero turbati e sconvolti e dicessero: Come potremo realizzarli? ascolta che cosa dice: Voi siete il sale della terra, mostrando che era necessario che desse questi precetti. Dicendo: voi siete il sale della terra, ha mostrato che tutta la natura umana era insipida e imputridita dai peccati. Perciò esige da loro queste virtù che soprattutto sono necessarie ed utili per prendersi cura della moltitudine. Infatti chi è mite, moderato, misericordioso, giusto non racchiude solo in sé le buone opere, ma fa in modo che queste belle fonti si riversino per l’utilità degli altri. Ancora, chi è puro di cuore, operatore di pace ed è perseguitato per la verità, dispone la sua vita per il vantaggio comune” (GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sul Vangelo di Matteo/1 15,7; tr. it. di S. Zincone, Città Nuova ed., Roma 2003, 276).

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte. Luce del mondo a quel tempo si considerava Gerusalemme, l’intero Israele. Il profeta Isaia nel capitolo 60 scriveva: “Cammineranno le genti alla tua luce”. Ebbene, ora la luce del mondo non è più qualcosa di statico, ma qualcosa di dinamico: il gruppo di discepoli che poi, alla fine del vangelo, Gesù manderà ad annunziare questa buona notizia: “Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino” (Salmo 119,105). La sapienza è luce: “È riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e immagine della sua bontà” (Sapienza 7,26).

L’immagine della luce è poi legata al tempio e alla città santa, intesa anche come comunità escatologica: “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brillerà sopra di te” (Isaia 60,1).

Inoltre anche il servo di Dio è luce per le nazioni: “E’ troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza all’estremità della terra” (Isaia 49,6).

Nel Vangelo, Gesù Cristo e la salvezza da lui realizzata sono luce: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Giovanni 8,12).

Dal libro del profeta Isaìa (58, 7-10)
Così dice il Signore:
«Non consiste forse [il digiuno che voglio]
nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio».

Isaia indica la strada perché la luce sia posta sul candelabro e non sotto il moggio. Senza mezzi termini dice quello che è necessario fare per intiepidirsi, per non diventare insipido o semplicemente superficiale, come persona e come credente. Egli afferma che è necessario:

Spezzare il proprio pane

Introdurre in casa lo straniero

Vestire chi è nudo

Non distogliere lo sguardo da chi mi vive vicino

Come risultato benefico se ne avrà che:  Allora la tua luce sorgerà come l'aurora, la tua ferita si rimarginerà in fretta. Illuminiamo e saremo illuminati!

Il compito che Gesù affida ai suoi discepoli appare denso di speranza, però difficile da attuare se non ci si alimenta della Parola, dei Sacramenti, della vita della Chiesa, nostra prima pedagoga!

La seconda lettura ci sollecita incoraggiandoci. L'apostolo Paolo si sentiva anche lui inadeguato ad essere sale e luce del mondo; ma non per questo si trattenne dal fare quanto era in suo potere per testimoniare Colui che l'aveva mandato. In proposito, scrive: "Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l'eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio" (1Corinzi 2,1-5).