V Domenica del Tempo Ordinario

V Domenica del Tempo Ordinario

Mer, 24 Gen 18 Lectio Divina - Anno B

L’evangelista Marco inizia il suo Vangelo narrando la prima giornata di Gesù a Cafarnao; fin dal sabato seguente Gesù insegna nella sinagoga e compie miracoli. La sinagoga è il luogo dell’insegnamento, è il luogo dell’istruzione, luogo dell’ascolto della Parola e della preghiera. Gesù insegna nella sinagoga e subito l’insegnamento di Gesù provoca stupore. Gesù insegna con la sua vita ed ecco c’è chi ne rimane sconvolto. “La sua fama si diffuse subito ovunque nei dintorni della Galilea” 1,28

E’ una giornata tipo di Gesù ed è questa giornata di Cafarnao che per noi oggi è importante, proprio questa, entra dentro la nostra giornata per infondervi speranza e forza. Il tempo di Dio s’inserisce nel nostro piccolo e fragile tempo in cui spesso la fatica e le difficoltà sembrano avere il sopravvento e sentiamo quanto mai vive le parole di Giobbe: “Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli di un mercenario?” Gb 7,1 Se poi guardiamo il telegiornale o leggiamo un quotidiano ecco che ancora più cocente sembra la realtà, il lamento di Giobbe si alza forte: “A me sono toccati mesi d’illusione e notti di dolore mi sono state assegnate. Se mi corico dico: “Quando mi alzerò? I miei giorni sono stati più veloci di una spola”. 7,6

E’ una lamentazione struggente, ebbene in questa drammaticità come una brezza, un soffio leggero, un profumo, uno sguardo, entra Gesù e il suo giorno. Certo bisogna essere ben addestrati, esercitati per accorgersi che il tempo di Dio si è innestato in ogni nostra fatica e dolore. Ma andiamo al testo senza nessun’altra pretesa se non quella di essere protagonisti con il Signore. I versetti precedenti dicono che la fama di Gesù si espande subito per tutta la Galilea come presenza di un maestro, un taumaturgo e profeta dotato di una nuova dottrina.

v.1,29: Gesù esce dalla sinagoga per entrare in casa e non una casa qualunque ma quella di Pietro e la sua di conseguenza, egli ci va in compagnia di Giacomo e Giovanni. Sembra evidente che Marco voglia sottolineare il contrasto che c’è fra la casa e la sinagoga, quest’ultima è un luogo essenzialmente pubblico mentre la casa appartiene alla sfera del privato, dell’intimità ed è appunto questa intimità ad essere minacciata. Come in Matteo 8,14 la casa di Pietro ha una valenza simbolica: è la Chiesa che nasce, la nuova comunità che inizia ha già qualcosa che non va ed è sabato. Il sabato è il giorno in cui Dio Creatore si è riposato per contemplare la bellezza delle sue creature ed è sabato il giorno in cui Gesù esce dalla sinagoga per approdare nella casa di Simone.

v.1,30: La suocera di Simone era a letto con la febbre; la situazione della donna viene descritta con due elementi: giaceva a letto e aveva la febbre. La casa di Simone è la casa dove una persona è malata, è una casa che ha un problema, vive un malessere. Tutti quelli che vi abitano risentono di questo disagio, infatti appena Gesù entra gli parlano di lei. La donna è a letto, la febbre la opprime, la rende incapace di agire; questa febbre di cui l’A.T. parla come un castigo annunciatore di morte per chi è infedele all’alleanza (cf Lv 26,16; Dt 28,22). La donna è a letto e quindi è impedita nel dedicarsi alle faccende domestiche ma ancora di più è impedita di celebrare la liturgia sabbatica nel quadro della casa, mentre l’uomo si reca in sinagoga. La febbre di questa donna crea uno squilibrio, indica uno scompenso, la casa stessa sembra (come dice un autore) afflitta dalla febbre. C’è un malato in casa? Tutta la casa ne risente. Questa è una realtà il disagio di uno inevitabilmente si espande su ogni realtà…come se gli equilibri s’incrinassero. L’attenzione di tutti è pertanto rivolta verso di lei ed ecco ci sono degli intermediari anonimi cha hanno il coraggio di parlare a Gesù di lei; sì il coraggio perché mettono la persona al di sopra di ogni legalismo. Era sabato e non si potevano compiere guarigioni.

v.1,31: Gesù non pronuncia alcuna parola. Gesù le si avvicina, la prende per mano e la solleva. Prendere per mano: gesto d’affetto, carico di significato per chi è prostrato, la forza di chi tende la mano viene trasmessa all’altro, c’è uno scambio di energia in due mani che s’incontrano. Un poeta scrive: “la mano di Gesù viene ogni giorno, quando una parola, un incontro, una telefonata, un angelo interiore, riaccendono la speranza e la strada, attraverso le nostre mani, Dio dona l’infinita pazienza di ricominciare. Anche se tutti restiamo promessi ad un’ultima malattia, ad un’ultima ricaduta, e per quella sarà la Pasqua a dare risposta. E’ una mano che riaccende la speranza”.

Il verbo sollevare, alzare, sono verbi di resurrezione che incontriamo molte volte nel Vangelo (cf 5,41; 6,14.16; 9,27; 12,26 ecc). Gesù fa alzare la donna, eleva la donna, le ridona la sua andatura eretta, le ridona la capacità di fare, di creare, di agire, di servire, di compiere la sua missione all’interno della casa.

v.1,31b: Il verbo diakonein, lo stesso usato in Mc 1,13, là dove erano gli angeli a servire Gesù. Il verbo introduce il fondamentale concetto di servizio; suo contrario è il dominio. Servire è un atto di liberazione dal dominio. Questa donna, dunque, liberata dalla febbre, si alza per servire Gesù e quelli che sono in casa. Il primo significato qui è dar da mangiare, in Marco il verbo indica anche dare la propria vita da parte del Figlio dell’Uomo: “Il Figlio dell’Uomo, infatti non è venuto per essere servito, ma per dare la propria vita in riscatto per molti” Mc 10,45. La donna guarita, dunque, rende ospitale la casa, può dedicarsi a quella liturgia domestica che è in grado di presiedere; se prima poteva essere considerata un intralcio ora è proprio lei che per prima serve Gesù, il gesto prodigioso del Signore non è tanto nel guarire, quanto nel rivelare a lei e agli altri che questa persona risorta svolge ora la funzione del servizio.

Se Gesù libera è per rendere capace l’uomo di servire a sua volta. Guarigione e diakonia sono collegate, così come sono in sintonia servizio e sequela. Chi come la donna è guarita da Gesù s’impegna al servizio del Vangelo…, fino a quel servizio che ancora le donne faranno alla sepoltura. La predicazione neotestamentaria insiste molto su questo verbo diakonéin, rivelando in questo un’intenzione precisa: servirsi gli uni gli altri, dare la precedenza all’altro, vivere per gli altri: ecco la specificità dell’esistenza cristiana! Da quando Dio in Cristo ha dato la sua vita per gli altri, il servire implica necessariamente gli aspetti della rinuncia, dell’umiliazione, della sofferenza, della solidarietà.

v.1,32: La guarigione della donna avvenuta nell’intimità costituisce una speranza per quelli che sono fuori. Tutta la città sa del fatto, un pezzo d’umanità sembra ostruire la porta della casa di Pietro… Gesù non può uscire senza avere attraversato il dolore. Gesù deve attraversare la disperazione, la tristezza, il male. Tutto è posto dinanzi alla porta. Il termine che Marco usa lo incontriamo anche nel capitolo 15,46 in rapporto al sepolcro di Gesù. Anche quel sepolcro ha una porta, una porta che si spalancherà dopo che Lui si sarà inabissato nelle viscere della morte. La porta della casa di Simone diventa, quindi, luogo dell’assemblea “tutta la città era riunita là”, significativa questa espressione: là dove si opera, là dove la malattia risorge, là dove la presenza di Gesù fa rialzare, ecco che la casa e quanti la abitano diventa luogo di accoglienza e di attrazione.

v.1,35: Gesù è sulla strada e Simone e quelli che erano con lui lo inseguono, vogliono fermarlo, gli chiedono di tornare indietro, di rimanere. Gesù risponde aprendo altri orizzonti “andiamocene altrove, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto”. Il testo letterale traduce “sono uscito”. La vita di Gesù è un esodo continuo: Uscito dal seno del Padre, uscito lungo il mare, uscito dalla sinagoga, uscito dalla casa… Continuamente percorre le strade, penetra la storia degli uomini, raggiungendo le periferie del nostro essere più lacerate e drammatiche che siano. Gesù si muove e ha il coraggio d’incontrare il male; lo stesso male che è vicino a noi, fastidiosamente a portata di mano. Gesù prosegue il suo cammino e c’invita a fare altrettanto “andiamocene altrove”, ovvero non lasciamoci catturare, frenare, condizionare da piccoli interessi… Il tempo della chiesa, sottolinea un autore deve fuggire le luci della popolarità, non può essere il tempo del palcoscenico ma il tempo dell’annuncio e della missione. “La chiesa si scopre priva di una fissa dimora in questo mondo, pellegrina verso la luce più grande, non presuntuosamente arroccata nelle sue certezze, ma povera e serva, affamata e assetata dal futuro promessole. Condividere la sofferenza e la gioia, cercare ogni giorno la via in comunione, andare avanti con fiducia: è su questo stile di vita che si costruisce la sequela del profeta Galileo in cui il Dio trinitario ha condiviso il dolore degli uomini, ha cercato con loro la via in comunione, ha dato fondamento alla speranza per andare avanti, senza fermarsi” (B. Forte)