V Domenica di Pasqua

V Domenica di Pasqua

Gio, 26 Apr 18 Lectio Divina - Anno B

Siamo giunti alla quinta domenica di Pasqua. Possiamo scorgere un cammino che la liturgia domenicale ci ha proposto anche solo considerando i brani evangelici. La settimana Santa ci ha spronato ad una immersione nel mistero Pasquale, evento centrale della nostra salvezza. Nelle domeniche successive ci ha presentato le varie apparizioni del Risorto, quasi a sottolineare il suo essere sempre con noi, nella nostra quotidianità. Quindi l’immagine di Gesù, Buon Pastore, che si fa carico della pecorella smarrita, nella domenica scorsa, ed ora la parabola della vite e i tralci, ossia della nostra realtà più intima di credenti che si realizza in una profonda intimità con Dio. La sua vita divina, come linfa, penetra la nostra vita e la trasforma, è la stessa vita di Dio ricevuta nel Battesimo e vivificata continuamente dall’Eucaristia, cibo spirituale, che la plasma.
Il brano di questa domenica è posto nel vangelo di Giovanni dopo l’Ultima Cena e prima della preghiera di Gesù al Padre nel Getsemani, a cui seguirà la cattura. Gesù sta parlando ai suoi discepoli, sta facendo loro le sue ultime consegne. Egli dice: Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Perché Gesù ci parla della vite? Si tratta di una parabola, ossia di un genere di discorsi utilizzati anche dai rabbini del tempo per affrontare dei temi importanti per la vita, il cui riferimento era alla vita quotidiana, e all’ambiente culturale. In Israele come in tutto il bacino mediterraneo la vigna è conosciuta, coltivata e ne sono apprezzati i suoi frutti. Anche l’Antico Testamento ne parla.

Isaia 5, 1–7 ha un bellissimo testo “Il cantico della vigna” in cui Israele, popolo di Dio, è paragonato ad un vigneto, curato con passione da un agricoltore, in ultima analisi da Dio. E Geremia 2,21 dice: “Io ti avevo piantato come vigna pregiata, tutta di vitigni genuini; come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?”. Gesù stesso ci parla di un viticoltore: il Padre. Dio ama il suo popolo come sua proprietà, come colui che cura con dedizione e impegno il suo campo. In un altro testo biblico dice: “Come una madre ha cura del proprio bambino, così io non mi dimenticherò mai di te” (Is, 49,15).

Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Innanzitutto Gesù osserva che i tralci non sono uguali: c’è chi porta molto frutto, c’è chi non ne porta affatto, da ciò l’azione dell’agricoltore: tagliare i tralci improduttivi, e potare ossia tagliare una parte di tralcio buono affinché dia più frutto, un frutto di migliore qualità, bello, corposo. E lo fa non per gusto personale, quasi a godere di far in qualche modo soffrire la vite, ma nell’interesse della vite stessa, perché cresca più rigogliosa, più conforme alle sue qualità, perché non torni ad essere selvatica, e quindi a produrre frutti insignificanti, acidi, aspri, immangiabili. Questa parabola ci richiama un’altro brano, quello del fico sterile Lc 13, 6–9, che ha solo foglie, ma il padrone accoglie la richiesta dell’agricoltore: “Lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire, se no lo taglierai”.

Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Puri, mondi, potati: il termine greco ha questi tre significati. Questa è la realtà spirituale che produce in noi la Parola di Dio, letta, ascoltata, fatta diventare vita della nostra vita. Quella parola che come pioggia, dice ancora la Scrittura, una volta caduta sulla terra la rende feconda, fa’ germogliare i semi, e produce molto frutto.

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Rimanete, restate, dimorate in me. Invito prezioso! Solo rimanendo nella vite, in Gesù, nella sua Parola, possiamo e siamo in grado di portare frutti di bene. Come avviene per il tralcio che può portare frutto solo se inserito in modo vitale nella vite. Non possiamo dare frutto da noi stessi.

Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. “Io sono” la vite. Gesù ci sta dicendo qualcosa di meraviglioso che a noi potrebbe sfuggire ma che era ben comprensibile agli Ebrei. “Io sono” è il nome di Dio così come era stato rivelato a Mosè sul monte Sinai: “Tu dirai “Io Sono” mi ha mandato a voi”.
Troviamo qui la rivelazione di chi è realmente Gesù: egli è Dio come il Padre. E’ l’inviato dal Padre, questo Padre che Gesù ci presenta come l’agricoltore. Colui che ha così a cuore il Popolo di Dio, Israele, ed ora il nuovo Israele che siamo noi, credenti in Gesù, e per i quali non ha esitato a mandare il suo Figlio, affinché potessimo essere salvati. Gesù è la vite vera nella quale col Battesimo siamo stati inseriti, innestati, in cui scorre la stessa linfa, la stessa vita divina che ci genera come figli del Padre, di Dio, della Trinità.
Condizione fondamentale è “dimorare”, “rimanere”. Più avanti al v. 9 Gesù dirà: “Rimanete nel mio amore”. Dio è amore, è la sua essenza, e se noi abbiamo ricevuto la vita di Dio, non possiamo avere che gli stessi connotati di Dio, amare come egli ama. E ancora Gesù afferma: dall’amore che avrete gli uni per gli altri riconosceranno che siete miei discepoli.

Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Siamo chiamati a riflettere seriamente. Essere in Gesù e portare molto frutto, oppure essere gettati fuori come tralcio secco, inerte, incapace di produrre frutti buoni e perciò gettato ad ardere nel fuoco, eliminato come il tralcio secco? Quale è la nostra posizione dinnanzi a Dio?
La realtà del peccato è comune a tutti noi uomini. Scegliere Dio e la vita, abbiamo sperimentato che porta grande gioia, serenità profonda, propositi di bene, ma quando in qualche modo ostacoliamo, rifiutiamo questa vita divina che opera in noi, la tristezza riempie il nostro cuore, i pensieri, i desideri non sono più rivolti al bene ma al male, com’è capitato a Giuda: “Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte” (Gv13, 30). Notte, infatti, si riferisce all’ora tarda del giorno, ma anche notte nel suo animo perché ormai deciso a tradire Gesù e a fare da guida a coloro che lo avrebbero arrestato, condannato e ucciso.

Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. Se rimanete in me ... Essere una cosa sola con lui. E’ la stessa preghiera che fa Gesù per i suoi, prima della passione: “Padre che tutti siano una sola cosa; come tu, Padre sei in me e io in te ...” Gv 17,21. “Chiedete ... e vi sarà fatto”. Gesù non può non ascoltare le nostre richieste purché certamente conformi alla sua volontà al suo volere, se tutta la nostra vita è così trasformata fino ad avere uno stesso sentire con Lui. Se i suoi desideri corrispondono ai nostri.

In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Portare frutto e diventare suoi discepoli, questa è la sua gioia, la realizzazione del piano divino, la salvezza dell’uomo, il motivo per cui il Padre ha mandato il Figlio Gesù a noi.
Chiediamo al Signore come frutto di questo momento di ascolto della sua Parola di diventare sempre più suoi intimi amici per portare frutto.