V Domenica di Quaresima

V Domenica di Quaresima

Lun, 01 Apr 19 Lectio Divina - Anno C

Tutta la liturgia di questa quinta domenica di quaresima è una supplica a Dio perché perdoni le nostre colpe e rifiorisca nel nostro cuore il canto della gratitudine e della gioia; per questo facciamo nostre le parole della colletta:

Dio di bontà, che rinnovi in Cristo tutte le cose, davanti a te sta la nostra miseria: tu che ci hai mandato il tuo Figlio unigenito non per condannare, ma per salvare il mondo, perdona ogni nostra colpa e fa' che rifiorisca nel nostro cuore il canto della gratitudine e della gioia.

Il Vangelo di questa quinta domenica di quaresima si apre con una nota interessante: Gesù molto probabilmente aveva trascorso la notte in preghiera sul monte degli ulivi prima di recarsi al tempio la mattina. Il monte degli ulivi: è molto bello poter anche spendere due parole su questa pianta, che tra qualche giorno tutti ci scambieremo con un piccolo ramoscello in segno di pace; e sul monte.

L’olivo
Sia i popoli orientali che quelli europei hanno sempre considerato questa pianta un simbolo della pace. I greci antichi consideravano l’olivo una pianta sacra e la usavano per fare delle corone con cui cingevano gli atleti vincitori delle olimpiadi. A quel tempo la pianta non era ancora l’olivo coltivato ma il suo progenitore selvatico l’oleastro. Secondo il mito ci pensò Atena a trasformare la pianta selvatica in pianta coltivata e da quel momento essa divenne sacra alla Vergine Atena e di conseguenza divenne anche simbolo di castità.
Per i Romani era simbolo insigne per uomini illustri.
Per gli Ebrei l'olivo era simbolo della giustizia e della sapienza.
Nella religione cristiana la pianta d'olivo ricopre molte simbologie. Nella Bibbia si racconta che calmatosi il diluvio universale, una colomba portò a Noè un ramoscello d'olivo per annunciargli che la terra ed il cielo si erano riconciliati. Da quel momento l’olivo assunse un duplice significato: diventò il simbolo della rigenerazione, perché, dopo la distruzione operata dal diluvio, la terra tornava a fiorire; diventò anche simbolo di pace perché attestava la fine del castigo e la riconciliazione di Dio con gli uomini. Ambedue i simboli sono celebrati nella festa cristiana delle Palme dove l’olivo sta a rappresentare il Cristo stesso che, attraverso il suo sacrificio, diventa strumento di riconciliazione e di pace per tutta l’umanità. In questa ottica l’olivo diventa una pianta sacra e sacro è anche l’olio che viene dal suo frutto, le olive. Infatti l'olio d'oliva è il Crisma, usato nelle liturgie cristiane dal Battesimo all’Unzione degli infermi, dalla Cresima alla Consacrazione dei nuovi sacerdoti.
La simbologia dell'olivo si ritrova anche nei Santi Vangeli: Gesù fu ricevuto calorosamente dalla folla che agitava foglie di palma e ramoscelli d'olivo; nell'Orto degli Ulivi egli trascorse le ultime ore prima della Passione.

Il monte
Il monte degli Ulivi è una montagna situata ad est di Gerusalemme (vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato Atti 1,12). Ai piedi del monte c’è il Getsemani (frantoio) dove, secondo i vangeli, Gesù si sarebbe ritirato prima della passione. Il monte, per il popolo d’Israele, è il luogo in cui si sono verificati molti eventi biblici importanti. Sul monte degli Ulivi vi si era ritirato Davide per adorare Dio nel momento cruciale della rivolta di Assalonne (Cf. 2Sam 15,32), e fu lì che il profeta Ezechiele contemplò la gloria del Signore che entrava nel nuovo tempio (Ez 43,1-4). Su questo monte Gesù si ritirava di notte per pregare (Cf. Lc 21,37-38). Sulla nota giovannea, san Tommaso d’Aquino vi coglie un profondo significato spirituale: «... si avviò verso il monte degli Ulivi, dove era Betania. E questo ha un significato mistico: poiché, come nota Agostino, dove mai sarebbe stato conveniente che Cristo insegnasse e mostrasse la sua misericordia, se non sul monte degli Ulivi, monte dell’unzione e del crisma? L’ulivo è simbolo della misericordia: in greco infatti “élaion” suona come il termine “éleos”. E nel Vangelo [Lc 10,34], a proposito del samaritano, si legge che versò sulle piaghe olio e vino, simboli della misericordia ... e della severità del giudizio» (In Jo. ev. exp, VIII).

v.2 Un percorso ormai naturale per Gesù, e possiamo immaginare che ormai in molti l’avevano conosciuto o visto, forse la donna del Vangelo odierno non l’ha mai visto, perché percorreva strade diverse. Una donna con tanti bisogni, che cerca delle “storie”, senza mai incrociare quella giusta. Una donna che cerca! Cerca degli incontri solo umani per saziare la sua fame di amore dato e ricevuto. Si accontenta! Accade che qualcuno infrange la sua intimità ed è portata sulla piazza e quell’uomo che avrebbe dovuta difenderla, che era con lei, non c’è. Ancora una volta è strumento nelle mani degli uomini. Strumentalizzata, ancora una volta usata, perché il centro non è lei, ma cogliere in fallo Gesù. All’origine di questa storia della donna c’è un conflitto vero, ma nascosto, quello tra Gesù, i farisei, gli scribi; un conflitto che si rivelerà solo in Gv 11,53 «... quel giorno dunque decisero di ucciderlo».

La trappola è ben tesa, straordinaria. Per raggiungere il loro obiettivo, gli scribi e i farisei, conducono, quindi, a Gesù una donna sorpresa in adulterio, un reato che la Legge mosaica condannava con la pena capitale (cf Deut 22, 22ss; Lev 20,10).

v.4 La donna è solo una scusa perché, come ci suggerisce il Vangelo, le reali motivazioni sono di cogliere in fallo Gesù, «per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo» (Gv 8,6). Una disputa simile la ritroviamo in Mt 22,15-22: “Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi …. È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”

Nel brano odierno se Gesù avesse assolto la donna l’avrebbero accusato di infrangere la Legge di Mosè (Cf. Lv 20,10); se l’avesse condannata, oltre a non essere quel maestro di misericordia, avrebbe infranto la legge di Roma in quanto soltanto i suoi tribunali avevano il diritto di disporre pene capitali. Quindi, in ogni caso, avrebbero avuto modo di accusarlo o al Sinedrio o a Pilato. I farisei da Gesù già rimproverati in altre simili occasioni, avevano dimenticato prestamente il monito loro rivolto: imparate «che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici» (Mt 9,13). Dunque il vero motivo e conflitto è mettere alla prova Gesù e avere un motivo per accusarlo.

Gesù ancora non si incontra con lo sguardo della donna, continua a scrivere per terra. Ma il testo precisa che:

v.7 Possiamo notare che Gesù si alza una prima volta per esprimere un suo parere, un suo giudizio. "Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei". Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.

È da notare che alla fine del capitolo 8, 59, il conflitto si sta svelando un po’ alla volta: “Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio”.

v.8 Scrive il teologo Johann Baptist Metz: «Il primo sguardo di Gesù non va mai sul peccato delle persone, ma sempre sulla sofferenza». Chi è senza peccato scagli per primo la pietra. Se ne andarono tutti, cominciando dai più vecchi.

Gesù rimane solo con la donna, là in mezzo. È calato il silenzio. Loro due soli, Sono ormai soli, finalmente, lui e la donna. La donna lo guarda in modo interrogativo. "Relicti sunt duo, misera et misericordia" "Rimasero in due, la misera e la misericordia, come ci ricorda S. Agostino.

v.10 Gesù si alza, questa volta per esprimere la sua compassione, la sua misericordia, il suo perdono e per avvicinarsi, e parlare. Nessuno le aveva parlato. Lui la chiama donna, con il nome che ha usato per sua madre a Cana, che userà sul Calvario e nel giardino nuovo il mattino di Pasqua. Non è più la peccatrice, è donna di nuovo. E’ come se dicesse alla donna: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!

Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi». Is 43,16-21

v.11 Va’, indica di mettersi in cammino, un nuovo cammino, un po’ come i magi, che per un'altra strada fecero ritorno alle loro case. Paolo rimarcherà proprio questo suo concetto nella lettera ai Galati: "Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù" (Gal 5,1); fare ritorno per un'altra strada significa convertirsi; significa come per il figlio prodigo “alzarsi e ritornare”; significa lasciarsi cambiare il povero nostro cuore di pietra “pronto a scagliarsi sempre contro qualcuno, in un cuore di carne pronto ad offrire la propria vita. “Bisogna lasciarsi spezzettare minutamente il cuore”, come ci ricorda S. Agostino. E infine cosa potrebbe significare profondamente per noi, lasciarci cambiare? Forse possono aiutarci le parole di S. Paolo nella seconda lettura di oggi Fil 3,8-14:

Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.