V Domenica di Quaresima

V Domenica di Quaresima

Dom, 11 Mar 18 Lectio Divina - Anno B

Ambientazione della pericope evangelica
La pericope che la liturgia ci propone per questa domenica è tratta dalla terza (cap. 11-12) e ultima parte del “libro dei segni”. Questa parte, pur avendo lo stesso stile delle precedenti, presenta tuttavia delle peculiarità proprie: “giudei” (11,19.31.33.36.45; 12,9.11) non ha il tono di ostilità, presente nei primi dieci capitoli; ha invece ordinariamente un senso etnico. Lo stesso racconto dell’ultimo segno, la risurrezione di Lazzaro, è diverso dai precedenti. Nella prima parte (2-4), i due segni di Cana vengono narrati senza esplicitarne il senso cristologico, ma solo evidenziando la fede che ne segue (2,11; 4,53) per la rivelazione della gloria (2,11). Nella seconda parte (5-10), i quattro segni narrati sono seguiti (5-6) o preceduti (7-9) da discorsi di rivelazione che ne evidenziano il carattere di “segno cristologico”. In questa terza parte (Gv 11-12), il segno di Lazzaro viene esplicitato nel suo significato cristologico all’interno stesso della narrazione attraverso dei dialoghi. Mentre nella prima parte i segni erano indipendenti e il commento finale sembrava aggiunto, e nella seconda i discorsi seguivano o precedevano il miracolo, qui nella risurrezione di Lazzaro, troviamo la massima fusione fra segno e discorso di rivelazione.

Questo complesso dei cap. 11-12 ha l’evidente scopo di preparare la motivazione e il senso dell’imminente “ora” della morte e glorificazione. La risurrezione di Lazzaro è il motivo ultimo per cui i giudei condannano a morte Gesù (11,45-54). L’unzione di Betania (12,1-8), l’entrata di Gesù a Gerusalemme (12,12-19) e la venuta dei greci con i discorsi in cui compaiono i simboli della prossima morte (12,20-36) sono tre scene che preparano simbolicamente e teologicamente la morte, manifestazione della regalità e della gloria di Gesù.

I vv. 22-36, all’interno dei quali si trova la nostra pericope, costituiscono una conclusione ideale dei cap. 11-12. Il cap. 11 cominciava con l’annuncio che lo scopo del segno di Lazzaro era che il “Figlio di Dio venga glorificato” (11,4). Ed ecco l’ora di questa glorificazione è giunta (12,23). La risurrezione di Lazzaro ha dato inizio a una catena di azioni che additano la morte di Gesù; adesso è giunta l’“ora” che Gesù venga elevato nella crocifissione (12,32-33). Il segno di Lazzaro indicava Gesù come la risurrezione e la vita (11,25); ora comincia quell’ora in cui Gesù sarà elevato nella resurrezione e attirerà tutti gli uomini a sé per dar loro la vita (12,32.34). Nei cap. 11-12 sono presenti una serie di allusioni universalistiche che mettono in rilievo l’intenzione di Dio di salvare i Gentili; adesso essi si recano da Gesù (12,20-21) per vederlo. Questa è veramente una scena culminante.

Spiegazione della pericope evangelica
v.20 Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. “Greco” può significare non giudeo. Potevano essere proseliti o semplici simpatizzanti. Il corteo che aderisce a Gesù diventa universale: gente di altri popoli va dietro a lui. L’ostilità contro i greci contenuta in Zc 9,13, si trasforma in accoglienza da parte di Gesù. Coloro che salivano per rendere culto nel tempio scoprono Gesù e rinunciano al loro proposito. Gesù ha sostituito il tempio e devia l’itinerario della moltitudine. Egli ha annunciato la fine del tempio e la sostituzione del culto antico con l’amore fedele per l’uomo (4,21.23-24). Le pecore che non appartengono al recinto di Israele (10,16) cominciano ad avvicinarsi, per essere riunite da Gesù.

vv.21-22 Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: “Signore, vogliamo vedere Gesù”. Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. I greci si rivolgono a Filippo, oriundo di Betsàida, situata al di fuori del territorio propriamente giudaico. Assieme ad Andrea, essi sono quei discepoli che immediatamente dopo il loro incontro con Gesù andarono a invitare altri a partecipare alla loro esperienza (1,40.45).
La petizione che i greci rivolgono a Filippo corrisponde all’invito che questi fece a Natanaele: vieni e vedilo (1,46). I greci tuttavia, non hanno bisogno di invito: mostrano essi stessi il desiderio di avvicinarsi a Gesù. Cercano di conoscerlo, di avere un’esperienza di lui (vederlo), un rapporto con la luce, che è Gesù. Comincia qui una nuova convocazione, parallela a quella narrata in 1,39 (due discepoli di Giovanni) e in 1,43 (Filippo), ma si verifica una volta che esiste il gruppo di Gesù, quando egli si è già rivelato come il liberatore dalla morte, i pagani vogliono partecipare alla vita e prendono l’iniziativa. Vogliono avvicinarsi a Gesù, anticipando ciò che accadrà quando sarà levato in alto (12,32).

v.23 Gesù rispose loro: “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato". Gesù non parla direttamente con i greci, si rivolge ai suoi discepoli, la sua comunità. Spetterà ad essa la missione verso i pagani.
Dichiara, in primo luogo e per la prima volta, che l’“ora” annunciata fin dal principio (2,4) è giunta, e che in essa si manifesterà la gloria dell’“Uomo”, il suo amore fedele fino al dono della vita, realizzando fino alla fine il progetto di Dio.
La manifestazione della gloria indica l’esistenza del nuovo tempio, che sarà il luogo di riunione di tutti, dove splendono l’amore e la vita. La moltitudine, giudea e pagana, che era in pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme, trova che la gloria di Dio risiede nell’“Uomo” (9,38).

v.24 In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. In questa dichiarazione solenne e centrale Gesù spiega come si produrrà il frutto della missione sua e dei discepoli (cfr 17,18: come tu hai inviato me nel mondo, così io ho inviato loro nel mondo). Non si può produrre vita senza dare la propria. La vita è frutto dell’amore e non sgorga se l’amore non è pieno, se non giunge al dono totale. Amare è darsi senza lesinare, fino a sparire, se necessario, come individuo e come comunità. Gesù sta per donarsi per le pecore (10,11), ha accettato la morte e ne prevede già il frutto. Nella metafora del chicco che muore in terra, la morte è la condizione perché si liberi tutta l’energia vitale che contiene; la vita che vi è racchiusa si manifesta in una forma nuova. Nel contesto dell’avvicinamento dei pagani, Gesù mostra che il frutto saranno loro. I greci e la moltitudine sono un anticipo e una promessa di fecondità. Per tutti c’è speranza di formare un solo gregge con l’unico pastore (10,16; 11,52). La fecondità non dipenderà dalla trasmissione di un messaggio dottrinale, ma da un’estrema dimostrazione di amore. La infecondità del chicco di grano che non muore viene espressa in un modo inatteso: rimane solo. Il frutto sono gli uomini che si aggregano alla nuova comunità, passando dalla morte alla vita (5,24).

v.25 Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserva per la vita eterna. Dare la propria vita, condizione per la fecondità, è la misura suprema dell’amore. Gesù spiega ai discepoli che tale decisione non è per l’uomo una perdita, ma il suo massimo guadagno; non significa frustrare la propria vita, ma portarla al suo completo successo. L’amore leale consiste nel dimenticare il proprio interesse e la propria sicurezza, e nel continuare a lavorare per la vita, dignità e libertà dell’uomo. Gesù, per dare vita, è disposto a dare la sua. Così mostra la grandezza e la forza del suo amore, che è quello di Dio stesso.

v.26a Se uno mi vuole servire, mi segua. Gesù ha avvertito che il segreto della fecondità è nel dono della propria vita. Ora invita a seguirlo in questo cammino: quello del servizio totale. Essere discepolo consiste nel collaborare al suo stesso compito, disposto a soffrire la sua stessa sorte, in mezzo all’ostilità e alle persecuzioni, e con la possibilità di perdere tutto.

v.26b e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Gesù è nella sfera dello Spirito, che è quella di Dio (7,34; 8,23). Chi decide di seguirlo entra in questa sfera divina. Stare dove sta Gesù significa rimanere unito a lui, permanere nel suo amore (15,4.9); non però in modo statico, ma dinamico, lasciandosi portare dallo Spirito, che è amore e dedizione (15,10.12.14). La capacità di amare, che in Gesù è piena fin dal principio, deve essere sviluppata nel discepolo con l’esercizio e l’attività. Così egli va seguendo Gesù, fino a raggiungere come meta un amore simile al suo (13,34; 17,24). Gesù, “il Figlio”, ha la sua dimora nella casa del Padre; la sua sequela rende l’uomo figlio di Dio (1,12; 14,6); attraverso di essa egli va acquistando la sua somiglianza con il Padre fino a che, nel dono totale, la presenza del Padre sarà piena in lui.
Il luogo di Gesù è pertanto quello della pienezza dell’amore che egli dimostrerà sulla croce, da dove sgorgherà il frutto e da dove trarrà tutti verso di sé. La comunità, che deve essere feconda, lo sarà in questa sequela, stando dove sta lui, vivendo nel dono continuo e totale.

v.26c Se uno serve me, il Padre lo onorerà. In parallelo con 8,50, in cui Gesù affermava che il Padre si occupa della gloria di lui, dichiara ora che egli si occupa anche dell’onore dei discepoli. Essi perderanno, come Gesù, il proprio onore, nel confronto con il mondo rinunceranno all’onore umano (5,41; 7,18), ma lo riceveranno dal Padre (5,44): egli li accoglierà come figli.

v.27a Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre salvami da quest’ora? Nei vv. 27-28a assieme a 18,11 ricorre il ricordo sinottico del Getsemani. In questa formulazione di Giovanni è scomparsa l’agonia terribile e di essa è rimasto solo il turbamento generico e la preghiera, espressa però in forma di domanda di modo che è subito superata dalla richiesta che sia glorificato il Padre attraverso l’ora della glorificazione del Figlio (12,23): l’innalzamento sulla croce (12,32-33). Il testo greco mette l’agitazione di Gesù in relazione con la sua frase precedente: disprezzare la propria vita in questo mondo. Gesù ha sfidato l’istituzione giudaica e il suo atteggiamento sta per costargli la vita. Ora il suo essere protesta, si agita, opponendosi a questa morte. Egli è la vita, l’antitesi della morte. Per di più la sua non sarà una morte naturale, ma prematura e violenta, una conseguenza della sua opposizione “a questo ordinamento”. Accettare la sofferenza e la morte è duro. Gesù non è uno stoico; soffrire non è facile nemmeno per lui, per questo è l’“Uomo”. “La carne” si ribella davanti alla morte violenta e, avendo maggior pienezza di vita, la sua ribellione è più forte. Lo Spirito non sopprime la condizione di uomo; al contrario, fa amare profondamente la realtà umana, creazione di Dio che lo Spirito conduce alla sua pienezza. Per questo la confidenza suprema in Dio e la certezza della continuità della vita non impediscono la lacerazione di tale morte. La morte di Gesù sarà l’effetto del parossismo dell’odio e della massima ingiustizia. Egli che offre amore e vita, si vede respinto, condannato a morte dai suoi. La sua agitazione esprime anche l’orrore provato dall’amore davanti all’odio.

v.27b Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Il significato dell’intera sua vita dipende dalla sua ora, che sarà il suo confronto finale con “il mondo” omicida e la manifestazione suprema del suo amore per l’uomo. La sua ora è la conseguenza e il coronamento della sua vita. Fin dal principio egli l’aveva presente (2,4). Gesù non va alla morte con il sorriso sulle labbra, l’impresa è molto seria e dolorosa. Ma nel paradosso che l’uomo di carne possa amare a tal punto, splende la gloria di Dio e quella dell’uomo stesso (12,23). Gesù è l’uomo completo, pieno dello Spirito, la forza d’amore capace di superare la debolezza della carne.

v.28a Padre, glorifica il tuo nome. Gesù reagisce contro il suo stato d’animo riaffermando la propria decisione di portare a compimento la sua opera; per questo chiede al Padre di manifestare la sua gloria, il suo amore fedele. Riafferma la propria fedeltà alla missione ricevuta (10,17): chiede al Padre di realizzare il suo disegno in lui e attraverso di lui. Così l’umanità potrà vedere nella realizzazione della sua opera l’azione stessa del Padre.

v.28b Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!” La risposta conferma l’atteggiamento di Gesù. La voce proviene “dal cielo”, cioè dalla sfera divina, da dove proveniva lo Spirito che rimase in lui (1,32). Il termine “voce” significa anche “tuono”, e così l’interpreterà una parte dei presenti (12,29). Tale era la voce di Dio quando parlava con Mosè (Es 19,19). La discesa dello Spirito fu per Gesù la manifestazione della gloria-amore del Padre (1,32), che lo costituiva “Figlio di Dio”, secondo la testimonianza di Giovanni Battista (1,34); quella fu la comunicazione della gloria del Padre a Gesù (1,14). La voce si rivolge ora al popolo (12,30) e promette una manifestazione della gloria-amore visibile per tutti. Sarà la nuova teofania, che sostituisce quelle dell’Antico Testamento; per il vocabolario usato in questo contesto (voce-tuono, levato in alto-salito al monte), prende il significato di teofania dell’alleanza, quella che fu anticipata a Cana (2,11). Appaiono i contrasti fra l’antica teofania, fatta a Mosè e la nuova in Gesù. Dio parlava soltanto con il mediatore sull’alto monte, mentre il popolo doveva restare a distanza, sotto pena di morte per i trasgressori (Es 19,10-25). Gesù invece promette l’accesso di tutti a questa nuova teofania, perché quando lui sarà innalzato trarrà tutti a sé (12,32), perché tutti siano lì dove è lui (12,26). Per di più nemmeno Mosè, il mediatore, aveva potuto contemplare la gloria di Dio (Es 33,18-34), e anche gli israeliti non potevano fissare lo splendore del suo volto quando egli scese dal monte (Es 34,29-35). Ora invece la gloria di Dio sta per essere visibile a tutti in Gesù, nel quale il suo amore fedele per l’uomo splenderà al massimo (1,14; 12,45).

La voce dal cielo è il secondo messaggio divino che appare nel quarto vangelo. Il primo fu rivolto a Giovanni Battista, per fargli conoscere Gesù e annunciargli quale sarebbe stata la sua missione (1,33). Ora al principio dello stato finale, c’è un altro messaggio divino che annuncia alla moltitudine il proposito del Padre, confermando la missione di Gesù. Quel messaggio descriveva la sua investitura, preparandone l’attività; questo viene dato quando, terminata la sua attività, giunge l’ora di Gesù, nella quale la sua opera arriverà al culmine.

v.29 La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: “Un angelo gli ha parlato”. La moltitudine riconosce la provenienza celeste della voce. Per gli uni è una manifestazione divina, forse minacciosa (tuono, cfr Es 19,16; Sal 29,3); per gli altri è un messaggio di Dio (angelo), anche se pensano che il destinatario sia soltanto Gesù come confidente di Dio, in parallelo a Mosè.

v.30 Disse Gesù: “Questa voce non è venuta per me, ma per voi". Gesù interpreta loro l’accaduto. Si trattava di un messaggio, che non era però destinato a lui, ma a loro.

v.31 Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. “Mondo” in questo versetto ha senso negativo ed indica il complesso delle potenze mondane che sono contro Dio e il suo inviato. Di questo mondo e del suo principe è venuto il momento della condanna (“Ora”), cioè l’annientamento del loro assoluto dominio sull’uomo. Gesù si sente messo a confronto con l’“ora e la potenza delle tenebre”.
L’eliminazione del capo di questo ordinamento-mondo è in relazione con la missione dell’Agnello di Dio: togliere il peccato del mondo (1,29). Il sangue dell’Agnello pasquale libererà dalla schiavitù del peccato (8,23). Il capo di questo ordinamento è l’usurpatore che distrugge la creazione di Dio, e deve essere detronizzato.

vv.32-33 E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me. Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire. Lo stesso atto di innalzare Gesù sigillerà la sentenza dell’ordinamento ingiusto. In quel momento, che sarà quello della manifestazione spendente dell’amore di Dio per l’uomo e del dono della vita, Gesù diventerà il punto di attrazione e comincerà a dare frutto. Essere elevato in alto non significa semplicemente morire in croce, ma trasformarsi in potenza vivificante, e salvatrice dalla morte. Gesù elevato in alto sarà un segno visibile, il segno della vita in mezzo a un campo di morte (3,14), la grande dimostrazione dell’amore di Dio, che dà il suo Figlio unigenito per salvare l’umanità (3,16ss). Quando lo innalzeranno in alto gli uomini potranno vedere il Padre, il Dio che è amore e vita per l’uomo, manifestato in lui (8,28). Il Padre manifesterà la sua gloria nel Figlio il perseguitato (12,28). Gesù non parla apertamente della croce; le si riferisce in modo velato, ma intelligibile, associandola all’idea di esaltazione.