VI Domenica del Tempo Ordinario

VI Domenica del Tempo Ordinario

Mer, 31 Gen 18 Lectio Divina - Anno B

Abbandonata Cafarnao, Gesù continua il suo ministero in Galilea portando quella guarigione che è segno dell’effettiva vicinanza del regno di Dio. La lebbra è uno dei mali più diffusi al suo tempo e condannava, oltre alla sofferenza fisica, all’esclusione dalla comunità, prevista dalla Torah. A ciò va aggiunto, e non è secondario per comprendere il senso del miracolo, che i lebbrosi erano considerati come colpiti da Dio. Il lebbroso dunque è un impuro colpito da Dio e causa di impurità: egli è un intoccabile e deve vivere al bando della società. Su questo sfondo il racconto evangelico acquista un significato particolare: Gesù tocca un intoccabile. Il Regno di Dio non tiene conto delle barriere del puro e dell’impuro.

La prima lettura riporta un frammento della legislazione del Levitico circa la lebbra. Con il termine “lebbra” nei testi biblici si indica ogni malattia più o meno grave della pelle di carattere contagioso. Le norme che regolano l’identificazione della lebbra, la segregazione del malato e la sua riammissione nella vita sociale sono raccolte in due capitoli del Levitico (13-14). La competenza, per questi casi, è riservata ai sacerdoti. La riammissione dell’uomo segregato, dopo la scrupolosa constatazione della scomparsa dei sintomi, viene suggellata da un sacrificio come per l’espiazione di un peccato. Alla luce di queste norme il gesto di Gesù che tocca il lebbroso appare come un gesto provocatorio. Egli si mette dalla parte del lebbroso e d’un colpo solo fa saltare tutte la minute disquisizioni sul puro e impuro.

v.40: Il lebbroso non è un malato come gli altri. Il lebbroso è un malato emarginato, anzi la parola giusta sarebbe “scomunicato”. Questo vuole dire che un lebbroso non può entrare nel tempio, nelle città abitate, nelle case, ma deve vivere in luoghi deserti per conto proprio. La lebbra è una condizione di malattia che esclude dalla comunione d’Israele, che ha un legame forte e strutturale con la realtà del peccato. Secondo la tradizione rabbinica è una di quelle malattie che rendono la vita non degna di essere vissuta. Il lebbroso è dunque una persona impura, quindi lontana dalla sfera di santità di Dio, perché quella malattia esprime in qualche modo l’effetto devastante del peccato, della lontananza da Dio nella vita dell’uomo. Secondo la concezione giudaica, sia veterotestamentaria che successiva, la guarigione di un lebbroso corrisponde alla risurrezione di un morto.

Al tempo di Gesù era diffusa l’opinione che i demoni fossero all’origine di qualsiasi malattia. Nulla di sorprendente. Questi racconti riflettono la lettura “teologica” che l’uomo del tempo faceva, andando alla radice della situazione, là dove si scopre l’impronta del nemico di Dio e del distruttore dell’uomo. È una lettura teologica che nasce da una convinzione che il vangelo sembra esigere: il male non viene solo dall’uomo, ma dietro le diverse manifestazioni di esso sta il nemico, il distruttore della creazione. L’uomo biblico è dell’opinione che il calcolo del mondo e della storia non torna se teniamo unicamente conto delle forze della natura, dell’uomo e di Dio: c’è anche la forza del maligno. Il racconto mostra la nostra situazione di uomini oppressi dalla forza del male e incapaci di entrare in comunione con Dio.

v.41: Il termine “muoversi a compassione” è già noto dall’Antico Testamento per esprimere il coinvolgimento di Dio nelle vicende umane, in particolare verso il suo popolo infedele che tuttavia gli appartiene come un figlio, a cui è legato non da un patto formale né da relazioni esteriori, ma da un legame materno che ha a che fare con le viscere, con la sede più profonda dell’affetto, un sentimento che rende partecipi al di là del diritto e della ragione, che indica il legame primordiale di appartenenza tra la madre e il figlio.

La guarigione del lebbroso acquista un significato simbolico particolarmente forte; lo acquista in modo particolare per il modo in cui questa guarigione viene compiuta. Marco la descrive così: “Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: Lo voglio, sii mondato!”, sii purificato. Mosso a compassione significa quell’atteggiamento di condivisione che permette ad una persona di entrare nella vita dell’altro e di fare proprie le esperienze e i sentimenti, in questo caso, le angosce e le sofferenze di un altro. Questa compassione si esprime nel gesto: stese la mano, lo toccò. Il Vangelo insiste su questo; poteva anche non ricordarlo, perché in fondo Gesù avrebbe potuto tranquillamente guarire a distanza, come ha fatto per il servo del centurione. Invece, proprio in questo caso, Gesù stende la mano e tocca il lebbroso, cioè fa quello che dal punto di vista legale era proibito; toccare un lebbroso rende impuro, così come toccare un cadavere. Quindi da questo la persona santa deve astenersi, deve stare lontano. Il lebbroso è in qualche modo dentro la sfera della morte. La guarigione del lebbroso è soprattutto il superamento della sua emarginazione e isolamento dagli uomini, ma soprattutto da Dio. L’uomo lebbroso, scomunicato, lontano dalla comunione con Dio, attraverso Gesù è riammesso a tale comunione. Si instaura un nuovo legame e un nuovo rapporto con Dio; Dio non è più lontano dalla vita di quell’uomo. Al lebbroso non è più preclusa l’esperienza piena della vita, l’appartenenza al Signore, l’esperienza della comunione con il Signore e con gli altri. Quel “stese la mano” fa ricordare quei brani dell’Antico Testamento dove si dice che Dio, con mano tesa, interviene per salvare il suo popolo. Gesù è la mano che Dio ha teso per toccare e salvare l’uomo e per ridonargli la sua comunione. Allora il gesto del Signore che tocca il lebbroso lo sentiamo rivolto a noi, ma è anche il gesto che la chiesa continua a compiere attraverso di noi. Bisognerà che noi siamo la mano del Signore, quella mano che il Signore stende verso l’uomo lebbroso per dirgli la compassione di Dio. E questa compassione di Dio è per l’uomo peccatore.

Come è stato per il lebbroso, così sia anche per noi. Sentiamoci accolti da Gesù Cristo che spalanca le sue braccia per toccare la nostra malattia, per sanarci e per accogliere ciascuno di noi. Percepiamo il Signore che stende la sua mano per toccare ciascuno di noi, perché si senta inserito nella comunione con il Signore; che ciascuno di noi si senta cercato, pensato e amato dal Signore; ciascuno di noi senta che la sua vita, anche nel periodo della sofferenza, è straordinariamente importante per il Signore.

v.44: Marco riferisce spesso l’attenzione di Gesù a non far sapere quanto sperimentato dai discepoli circa i segni della sua messianicità. E il cosiddetto “segreto messianico”, la necessità cioè, da parte di Gesù, di evitare che la proclamazione messianica avvenisse prematuramente rispetto a quanto dovrà rivelare con la sua missione, in particolare con l’accoglienza della sofferenza della croce.

v.45: Il lebbroso doveva abitare fuori, non poteva stare nell’accampamento. Ebbene, Gesù non può entrare pubblicamente in città, se ne stava fuori in luoghi deserti. I commentatori dicono: è diventato lebbroso lui; ha guarito un lebbroso e lo ha reintrodotto dentro la comunità. E lui, Gesù, ne è in qualche modo escluso; vive lui la lebbra. È l’emarginazione, la separazione. Questa è la teologia di Marco nel complesso del suo vangelo. Non c’è dubbio: “Il Figlio dell’uomo è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la vita come riscatto per la moltitudine” (Mt 20,28); “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo ha fatto peccato per noi, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2Cor 5,21). In qualche modo Gesù ha preso su di sé quella che è la nostra condizione di peccato e di isolamento, l’ha patita nella passione e nella croce. In questo modo ha operato la guarigione. La redenzione che Gesù ha compiuto non è facile, a poco prezzo, ma è costata al Signore patimento, angoscia, paura, solitudine e morte. La nostra condizione il Signore l’ha fatta sua.

Gesù fugge dalla facile popolarità raggiunta e si ritira in luoghi deserti e di solitudine; una solitudine in cui egli possa vivere il contatto con il Padre. Gesù non cerca una via privilegiata per la sua opera, ma la sua unione profonda con la volontà del Padre.