VI Domenica di Pasqua

VI Domenica di Pasqua

Lun, 30 Apr 18 Lectio Divina - Anno B

«Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4, 16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l'immagine cristiana di Dio e anche la con seguente immagine dell'uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell'esistenza cristiana: «Noi abbiamo riconosciuto l'amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto».
Abbiamo creduto all'amore di Dio — così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest'avvenimento con le seguenti parole: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui ... abbia la vita eterna» (3, 16). Con la centralità dell'amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d'Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L'Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell'amore di Dio con quello dell'amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1Gv 4, 10), l'amore adesso non è più solo un «comandamento», ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro …» (Benedetto XVI, Deus caritas est, pp. 3-4).

San Giovanni raggiunge in questo testo l'apice della sua riflessione sull'amore. Il punto di partenza è un'affermazione lapidaria: "L'amore è da Dio" (v. 7); qualsiasi autentico amore non può che avere da Dio la sua radice. Perché? Perché "Dio è amore" (v. 8), è questa l'identità profonda di Dio. Quest'intuizione non è frutto di riflessione filosofica, ma di constatazione storica: "Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito... come vittima di espiazione per i nostri peccati (vv. 9-10). La suprema manifestazione dell'amore di Dio per noi è l'invio del Figlio suo, un invio che comprende l'incarnazione, la morte, la sepoltura e la risurrezione il terzo giorno.
«Chi sia Dio lo si vede attraverso la storia di Gesù ... Né si tratta di partire da noi, dal nostro piccolo amore umano, per concludere che Dio è amore. Il cammino è alla rovescia. L'originario non è il nostro amore, ma quello di Dio manifestatosi nell'evento di Gesù, che resta il centro di ogni discorso. Che cosa sia l'amore vero - quello di Dio e il nostro - è Gesù che ce lo dice» (Bruno Maggioni).
E questo amore di Dio è gratuito: è lui che ci ha amati per primo; è disinteressato; è fiorito "perché noi avessimo la vita per mezzo di lui" (v. 9). Da questo appare che l'invito iniziale dell'apostolo "Amiamoci gli uni gli altri" (v. 7) non suona moralistico, in quanto non spinge ad un ideale certamente utopico se commisurato sulle energia puramente naturali dell'uomo, bensì è come un banco di prova per verificare se davvero l'amore di Dio ha avuto modo di compenetrare la nostra esistenza. Il grado di amore verso gli altri rivela le dimensioni dell'amore di Dio accolto nella nostra vita. L'intensità del nostro essere fratelli e sorelle manifesta l'intensità del nostro essere figli e figlie.
“Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (v. 7). Per giungere all'amore autentico c'è una sola strada, quella di amare. Non siamo noi che arriviamo a Dio attraverso la conoscenza. La nostra è soltanto e unicamente una risposta. Dio ci ama per primo e noi lo amiamo veramente attraverso l'amore dei fratelli. L'amore non è una realtà da spiegare. Dio ha rivelato di essere amore attraverso il suo agire, attraverso la 'smisurata carità' che ha portato a donare all'uomo il suo stesso unico Figlio. La sua offerta è davvero come il seme che, caduto in terra, produce molto frutto.

Una preghiera di Soren Kierkegard dice così: «Oh Dio, Tu ci hai amati per primo. Ecco, qui noi parliamo di ciò come di un semplice fatto storico, come se Tu ci avessi amati per primo una sola volta. Ma, Tu lo fai sempre. Molte volte, in ogni occasione, durante tutta la vita. Tu ci ami per primo. Quando ci svegliamo al mattino e Ti rivolgiamo il nostro pensiero, Tu ci precedi. Tu ci hai amati per primo. E se mi levo per lodarti e in quello stesso istante elevo verso di Te la mia anima in adorazione, Tu mi hai già preceduto e mi hai amato per primo. Quando raccolgo il mio spirito da una distrazione e penso a Te, Tu sei stato il primo. E così sempre! E noi, ingrati, parliamo sempre come se solo una volta Tu ci avessi amati per primo».

Giovanni 15, 9-17
Il vangelo di oggi ci apre alla dimensione trinitaria:
v.9: “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”
. L’amore del Padre che non è solo modello, ma sorgente dell’amore che parte da Dio e a Dio ritorna. Gv 17,26: “L’amore con il quale mi hai amato sia in essi ed io in loro”. Scrive San Paolo nella lettera ai Romani: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” (Rm 5, 5). Questa circolazione dell’amore è possibile se c’è lo Spirito Santo. Il Padre ha amato il Figlio e il Figlio i discepoli e i discepoli tra di loro per mezzo dello Spirito.
Come il Padre ha amato Gesù? L’ha amato da Figlio, l’ha amato mandandolo in mezzo all’umanità con l’Incarnazione; l’ha amato mandandolo sulla croce per la salvezza degli uomini.
Come Gesù ha amato il Padre suo e noi? “Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare … Io ho dato loro la tua parola … Ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17).
Come noi amiamo Gesù? Ce lo dice Lui stesso: “Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore”.
Quale comandamenti? “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando” (v. 12-13). Questo è il mio comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 13,34). Di tutti i comandamenti contenuti nella Scrittura, Gesù li riassume in uno solo, il comandamento nuovo: nuovo perché ultimo e definitivo! Se già secondo i vangeli sinottici Gesù aveva sintetizzato tutta la Legge nell’unico comandamento dell’amore di Dio e del prossimo (cf. Lc 10,25-28); se Paolo aveva affermato che “tutta la Legge trova compimento in un’unica parola: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Gal 5,14; cf. Rm 13,8-10), Giovanni, il discepolo amato, va oltre e compie la sintesi decisiva. Nel quarto vangelo, infatti, il comandamento nuovo è in definitiva l’unico che Gesù ha ricevuto dal Padre e, come tale, l’ha osservato fino all’estremo, fino a fornire un modello e una misura – “come io vi ho amati, amatevi gli uni gli altri”.
A poche ore dalla sua passione Gesù non comanda ai suoi discepoli la fedeltà a lui, la speranza nel futuro del Regno, la certezza della sua risurrezione … ma comanda l’amore reciproco fino a dare la vita sempre e gratuitamente, perché l’amore vero è generoso, senza attese, senza calcoli, senza pretese, senza risposte, senza condizionamenti, senza ripensamenti; è oblativo e vive del perdono ed è avvolto nel silenzio operante. È dato, è sparso, è offerto come il più piccolo fiore sparge il profumo, dona il colore e la sua bellezza a chiunque anche su un ciglio della strada dove viene distrattamente calpestato o nascosto nel dirupo visto soltanto dal sole o dal vento.
“Vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13, 15) ci dice Gesù. E ancora: “Lo Spirito Santo vi insegnerà e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto … vi insegnerà il come ho fatto io perché siamo degli eterni smemorati. Allora: “Chi ci separerà dall’amore di Dio?” (Rm 8, 31ss).

v.9: “Rimanete nel mio amore”. Il verbo rimanere è caro a San Giovanni ed indica una relazione personale, strettissima, intima. Rimanere nell'amore del Padre, che si esprime attraverso il Figlio, rivelazione dell'amore del Padre. Rimanere nel suo amore è vivere posseduti dalla gioia.

v.11: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. Spesso noi cristiani siamo accusati di essere dei musoni, sempre a denti stretti. Gesù ci invita a gioire, perché il Vangelo è per tutti (nella prima lettura Cornelio centurione riceve lo Spirito Santo!). Gioia perché non siamo mai soli: Dio ha mandato Gesù per salvarci dal peccato e dalla morte (seconda lettura); gioia perché non siamo schiavi o servi, ma Gesù ci chiama amici (Gv 15,13); gioia perché non noi abbiamo scelto Gesù, ma Lui ha scelto noi perché andiamo e portiamo frutto! La gioia: testimonianza cristiana.
Significativo e ricco di proposte per vivere l’amore nel quotidiano gli uni verso gli altri impregnati di gioia, è quanto ha scritto Benedetto XVI nel messaggio per la giornata mondiale della gioventù 2012: «La gioia è intimamente legata all’amore: sono due frutti inseparabili dello Spirito Santo (cfr Gal 5,23). L’amore produce gioia, e la gioia è una forma d’amore... Pensando ai vari ambiti della vostra vita, vorrei dirvi che amare significa costanza, fedeltà, tener fede agli impegni. E questo, in primo luogo, nelle amicizie: i nostri amici si aspettano che siamo sinceri, leali, fedeli, perché il vero amore è perseverante anche e soprattutto nelle difficoltà. E lo stesso vale per il lavoro, gli studi e i servizi che svolgete. La fedeltà e la perseveranza nel bene conducono alla gioia, anche se non sempre questa è immediata.
Per entrare nella gioia dell’amore, siamo chiamati anche ad essere generosi, a non accontentarci di dare il minimo, ma ad impegnarci a fondo nella vita, con un’attenzione particolare per i più bisognosi. Il mondo ha necessità di uomini e donne competenti e generosi, che si mettano al servizio del bene comune. Impegnatevi a studiare con serietà; coltivate i vostri talenti e metteteli fin d’ora al servizio del prossimo. Cercate il modo di contribuire a rendere la società più giusta e umana, là dove vi trovate. Che tutta la vostra vita sia guidata dallo spirito di servizio, e non dalla ricerca del potere, del successo materiale e del denaro.

A proposito di generosità, non posso non menzionare una gioia speciale: quella che si prova rispondendo alla vocazione di donare tutta la propria vita al Signore. Cari giovani, non abbiate paura della chiamata di Cristo alla vita religiosa, monastica, missionaria o al sacerdozio. Siate certi che Egli colma di gioia coloro che, dedicandogli la vita in questa prospettiva, rispondono al suo invito a lasciare tutto per rimanere con Lui e dedicarsi con cuore indiviso al servizio degli altri. Allo stesso modo, grande è la gioia che Egli riserva all’uomo e alla donna che si donano totalmente l’uno all’altro nel matrimonio per costituire una famiglia e diventare segno dell’amore di Cristo per la sua Chiesa.

Vorrei richiamare un terzo elemento per entrare nella gioia dell’amore: far crescere nella vostra vita e nella vita delle vostre comunità la comunione fraterna. C’è uno stretto legame tra la comunione e la gioia. Non è un caso che san Paolo scriva la sua esortazione al plurale: non si rivolge a ciascuno singolarmente, ma afferma: «Siate sempre lieti nel Signore» (Fil 4,4). Soltanto insieme, vivendo la comunione fraterna, possiamo sperimentare questa gioia. Il libro degli Atti degli Apostoli descrive così la prima comunità cristiana: «spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore» (At 2,46). Impegnatevi anche voi affinché le comunità cristiane possano essere luoghi privilegiati di condivisione, di attenzione e di cura l’uno dell’altro».