VII Domenica del Tempo Ordinario

VII Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 17 Feb 20 Lectio Divina - Anno A

Prosegue in questa liturgia la lettura del Discorso della Montagna, il primo dei cinque grandi discorsi che reggono l’architettura spirituale del Vangelo di Matteo. E, sulla scia della precedente domenica, si completa la serie delle “antitesi” che Gesù stabilisce tra la vecchia interpretazione riduttiva della Legge biblica e la novità della sua proposta.

v.38: Il nostro Signore Gesù prende ora a considerare l'interpretazione data dai Farisei alla legge del taglione, quale essa si trova nel codice civile e criminale degli Ebrei, per dimostrare, una volta ancora, quanto i loro insegnamenti differiscono dai suoi. La legge del taglione era applicata fra gli Israeliti col massimo rigore e probabilmente diventava spesso il pretesto delle più barbare ingiustizie, come accade tuttora fra i Beduini del deserto. Perciò conveniva, per amore dell'ordine e dell'umanità, trasferire nelle mani di giudici responsabili il diritto che ognuno reclamava di farsi giustizia da sé. La legge scritta nel codice civile (Es 21,22-26; Lv 24,19-21; Dt 19,21) non differiva probabilmente in nulla dalla legge orale che era in vigore dal diluvio in poi; perché le barbarie del popolo era tale, in quel tempo, che sarebbe stato pericoloso modificarla.

Ma come la lettera di divorzio stabilita da Mosè era destinata a modificare un sistema di prostituzione praticato sotto il nome di matrimonio, così il diritto di applicare la legge del taglione, trasferito dagli individui ai magistrati pubblici, era un gran passo nella via del progresso e della civiltà. Siffatta legge, ove fosse osservata alla lettera, o applicata più liberalmente seguendone solo lo spirito, come regola legale non è ingiusta. Certo è che Cristo non biasima l'applicazione di quella legge dai magistrati, e non la revoca. Gli «anziani», però, coi loro commenti, ne avevano pervertito il senso, in modo da far tornare precisamente quella pratica che la legge stessa intendeva proibire. Invece di restringere l'esercizio di questa legge ai magistrati, essi la estesero agli individui, concedendo loro il diritto di farsi giustizia da sé. Contro questo modo di agire inveisce nostro Signore.

v.39: La medesima parola greca tradotta maligno nel versetto 37, qui viene tradotta malvagio e può significare o la mala azione considerata in se stessa o l'uomo malvagio che la compie. Stando al contesto, dove si tratta di uomini malvagi è da preferire quest'ultimo senso. Gesù dà il suo comando non in opposizione alla lex talionis, ma all'abuso che se ne faceva nelle vendette personali. Qui si domanda: il dovere ingiunto in questo versetto è da considerarsi nel senso di non resistere affatto, in qualunque caso di oppressione e d'ingiuria? Dalla soluzione di questo dubbio dipende l'interpretazione dei tre versetti seguenti, che sono relativi a casi del medesimo genere, e richiedono l'applicazione della regola stessa e del medesimo spirito.
GIi studiosi che stanno alla lettera del testo (letteralisti) propugnano l'adempimento puntuale di siffatta ingiunzione; ma il contegno, per quanto longanime e dignitoso, del nostro Signore stesso, quando fu crudelmente percosso sulla guancia (Gv 18,22), è il miglior commento a queste parole, poiché egli non presentò l'altra guancia. Il principio generale di «non contrastare al malvagio non deve intendersi in un senso troppo ristretto», poiché, spinto troppo oltre, conforterebbe i malvagi e metterebbe in pericolo l'ordine sociale. Gesù non volle dire che noi dobbiamo lasciar macellare le nostre famiglie, o farci massacrare noi medesimi, senza opporre nessuna resistenza. Non esiste religione alcuna, naturale o rivelata che sia, la quale abbia mai insegnato, o possa insegnare, una simile dottrina.

Siccome nessun uomo di mente sana ha mai inteso che i versetti 29 e 30 imponessero al peccatore il dovere di tagliarsi la mano, o di cavarsi l'occhio, appena che l'uno o l'altro fosse divenuto strumento di peccato, così nessun uomo di mente sana può insistere sulla interpretazione letterale del presente passo. Così non l'intese Paolo; anzi egli fece valere i suoi diritti di cittadino romano: At 16,36-39;22,24-25;23,3. L'idea indicata in queste energiche parole è che, ricevendo un'offesa, non dobbiamo già chiederne un'altra, ma nel caso che ci fosse recata, stare preparati a sopportarla pazientemente e senza vendicarci. Se qualcuno obbietta che questa interpretazione restringe arbitrariamente un precetto che ha forma generale, mettendo innanzi una applicazione speciale, noi rispondiamo che l'intenzione del nostro Signore, in questo versetto, fu precisamente di modificare o di restringere la lex talionis (legge del taglione), citata nel versetto precedente, dal quale esso non deve essere mai separato.

v.40: In Luca 6,29 l'ordine della spogliazione è invertito e sembra infatti che, dei due vestiti, il primo ad essere strappato dal corpo dovrebbe essere il mantello, poi la tunica. La lezione che il nostro Signore dà in questo versetto è stata già spiegata nelle osservazioni sul v. 39. Piuttosto che cedere allo spirito di vendetta sii pronto a sopportare non solo i danni personali, ma anche i torti legali: portarti in tribunale si riferisce alle corti legali, ed alle sentenze da loro pronunziate. La tunica era un vestito di sotto, come lo portano ancora sopra la camicia gli orientali. Il mantello è la sopravveste o cappotto, con larghe maniche, che si indossa sopra la tunica, andando fuori e nella fredda stagione anche per casa. Spesso era per i poveri la sola coperta durante la notte, per cui nella legge mosaica fu ordinato che, se il mantello veniva dato in pegno, la sera fosse reso al suo possessore (Es 22,26-27). Il caso qui supposto dal nostro Signore doveva produrre un grande effetto sopra un uditorio di Ebrei. Egli insegnava che, sebbene la legge di Mosè proibisse al creditore di ritenere il mantello del debitore durante la notte, questi però, piuttosto che litigare, si lasciasse prendere anche la tunica, onde non eccitare l'odio nel cuore del suo avversario. Tale ingiunzione del nostro Signore condanna indubitatamente molti litigi difensivi, i quali sembrano provenire da un semplice sentimento di giustizia, ma in realtà provengono da uno spirito di vendetta.

Gesù non abolisce la legittima difesa, poiché essa è una dura necessità di questo povero mondo, ma non vuole che sia intrisa di odio. E se l'odio volesse attaccare il bene supremo dell'amore presente nel cuore di un discepolo di Cristo, se volesse mettere alla prova la sua capacità di durare nell'amare, se volesse spegnere in lui l'amore, l'amore invece crescerà accettando tormenti e umiliazioni. L'amore non può mai spegnersi. Se davanti ad un discepolo si para una croce a sbarrargli il cammino, l'amore gli darà la forza di prendere sulle spalle quella croce e procedere, e l'amore crescerà poiché la croce fa crescere l'amore.

L'avidità degli uomini può usare del potere giudiziario di un tribunale per estorcere ad un povero una tunica, facendola passare come pegno dovuto per un prestito di denaro non restituito. Una situazione fatta apposta per sgomentare, frustrare, maledire. Il dare anche il mantello non è segno di viltà, ma di rinuncia all'ira, alla rabbia, allo sdegno, per affidarsi a Dio. Il dare il mantello non è gesto di disprezzo rabbioso, né azione irresponsabile, ma manifestazione di fiducia in Dio che provvederà ben presto (Cf. Es 22,26). Tale testimonianza di paziente fiducia scuoterà la coscienza dell'estorsore che potrà giungere a ravvedersi.

v.44: Il nuovo principio della carità disinteressata emerge qui molto al disopra della semplice benevolenza umana. Prestare con la speranza di riavere un riscontro è umano; prestare senza tale speranza è cristiano. Eppure quanti basano il loro diritto al nome di cristiani sopra meri atti di benevolenza tanto limitati ed egoisti che i Giudei ed i pagani li agguagliano ed anche li sopravanzano...

Il Signore mette dinanzi ai suoi discepoli di tutti i tempi un altro motivo per disporli ad agire in vera carità cristiana, che in questo cioè avranno una prova di essere veramente i figli di Dio, poiché seguono l'esempio del Padre loro in cielo. La dottrina di Paolo sulla figliolanza dei credenti sembra aver la sua radice in questo ed altri simili detti di Gesù.

L’amore positivo dei nemici rappresenta il vertice toccato dalla legge evangelica dell’amore del prossimo. Tale amore, indicato dal verbo greco agapào, risiede principalmente nella volontà che si fa disponibile con la compressione, la benevolenza, il soccorso.

Amare chi ci ama non è fare niente di straordinario che demarchi profondamente l'agire pagano da quello cristiano. Il cuore deve essere duro contro il male, ma non contro il persecutore, di fronte al quale bisogna porsi con la nobiltà conferita dalla fortezza della fede e dell'amore.

Il compito di giustizia da attuare verso gli empi è segnato dalla giustizia del Cristo che ha espiato i nostri peccati, cosicché ogni uomo ha al suo attivo la salvezza operata da Cristo. La giustizia da compiere presso gli empi è quella di annunciare Cristo, testimoniare Cristo.

v.48: L’ideale di perfezione che Gesù propone ai suoi seguaci raggiunge la vetta suprema: la stessa perfezione di Dio. Ma già nell’Antico Testamento era risuonata una simile richiesta: “Sarete santi, come io Jahvé vostro Dio sono santo” (Lv 19,2).

Nella redazione di Luca il detto di Gesù è riportato in termini più stretti, ma più confacenti al contesto: “Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre celeste” (Lc 6,36).

La parola «perfetti» è da capirsi nel senso di compiuti nell'esercizio dell’amore verso i nostri simili; amore che abbraccia tutti e non esclude alcuno. Questo versetto però non implica che il credente possa raggiungere la perfezione già in questa vita. Chi l'intendesse così, contraddirebbe al contenuto intero del discorso, il quale infatti viene a dire che la somiglianza con Dio nella purità interna, nell'amore e nella santità, deve esser il continuo scopo del cristiano, in tutte le circostanze della sua vita. Ma quanto lungi noi siamo dall'esser giunti a tale somiglianza, ce lo mostra Paolo in Filippesi 3,12; e ben lo sente ogni cristiano che faccia strenui sforzi per arrivarci! Paolo adopera sempre la parola per denotare una pietà avanzata e matura, distinguendola da quello che significa l'infanzia in Cristo. Manifestamente nostro Signore qui parla non già dei gradi di eccellenza, ma dell'indole della eccellenza, la quale doveva distinguere i suoi discepoli: “come è perfetto il Padre vostro celeste”.

Nostro Signore pone il Padre celeste innanzi a noi come il modello che dobbiamo imitare, specialmente nel nostro amore, che si deve estendere a tutti gli uomini, anche ai nostri nemici.