XIII Domenica del Tempo Ordinario

XIII Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 22 Giu 20 Lectio Divina - Anno A

Contesto liturgico
I discepoli del Signore sono stati inviati a portare l’annunzio del Regno dei cieli vicino agli ultimi, ai poveri, con uno stile altrettanto essenziale di vita e di testimonianza, che lascia trasparire l’Unico necessario, il Cristo, che viene incontro a tutti i cercatori di senso. Lo Spirito effuso nella Pentecoste per la missione corrobora le fatiche dell’annuncio, così che i credenti possano crescere e camminare in una vita nuova. L’antifona d’ingresso ci dà il LA iniziale di questa domenica XIII del tempo ordinario: tutti i popoli sono invitati a riconoscere nei missionari il Signore che cammina sulle strade dell’uomo e ad acclamare a lui con voci di gioia. La salvezza è vicina a chi teme il Signore. Egli non ci lascia soli.

 Contesto biblico
Con la pericope offertaci oggi dalla Chiesa si conclude il ‘discorso missionario’ di Matteo, che abbiamo già incontrato domenica scorsa e, nei versetti odierni, raggiunge l’apice delle esigenze della sequela Christi. Un verbo segna ripetutamente il cuore del passo biblico odierno: accogliere, e lo qualifica nelle sue conseguenze esistenziali.

 vv.37-39: “Nulla anteporre all’amore di Cristo”, era la massima sapienziale con cui san Benedetto suggellava l’appartenenza totale e radicale dei suoi al Cristo. Sembra ritrovarla in filigrana in questi versetti, che toccano quanto vi è di più radicale e fondante la vita di un uomo, di una donna: l’affetto per il genitori, per i figli. Addirittura, il testo parallelo di Luca dirà: chi non odia il padre o la madre (cf. Lc 18,20), per rimarcare l’esclusività nell’appartenenza a cui Gesù chiama i “suoi”.
L’annuncio del Regno ha esigenze di primazia assoluta, persino rispetto a coloro da cui abbiamo ricevuto la vita o a cui l’abbiamo data. Si tratta di una carica provocatoria, con la quale Gesù chiede ai suoi discepoli che l’amore per lui passi avanti a tutti gli altri amori; è una delle espressioni più plastiche della ‘radicalità evangelica’. Talvolta, gli altri amori possono ostacolare o rallentare, persino annacquare il vino nuovo del Vangelo, quando si frappongono fra il Cristo e l’annunciatore, togliendo forza e smalto alla Parola.
Ciò che Gesù chiede è una scelta di campo, il porsi in una prospettiva nuova di amore, che avviene in modo pieno e significativo non quando si abbandonano letteralmente le proprie cose e i propri cari, ma quanto si è capaci di coinvolgere anche gli affetti più alti nella ricerca del Regno che Gesù è venuto ad annunziare. Ce ne ha dato l’esempio egli stesso: “Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stavano fuori e cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti». Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi tendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre». (Mt 12, 46-50).
Percorrere la via della radicalità evangelica è degno dell’uomo e lo riveste della sua altissima dignità, perché è a misura della sua ‘capacità’ di Dio. È quando diventa capace di seguire così le orme del Maestro, che l’uomo incontra la pienezza della vita e, necessariamente, incrocia la croce, come vertice del dono di sé. La croce cui si fa riferimento qui non sono tanto le controversie e le persecuzioni che, pure, accompagnano e segnano l’autenticità dell’annuncio, quanto piuttosto la conformazione piena del discepolo al suo Maestro e Signore, nell’Amore fino alla fine.

 vv.40-41: A ragione, dunque, i popoli possono battere le mani (cf antifona d’ingresso) perché a tutti è offerta la salvezza, purché se ne facciano grembo, purché l’accolgano. L’accoglienza è ciò che consente o meno l’incontro di ognuno con Dio; un incontro che parte dal volto concreto del discepolo missionario per svelare il Volto invisibile del Padre. L’accoglienza è l’attitudine a ricevere in modo disarmato e sereno la novità del Regno che solo i piccoli e i poveri possono riconoscere e a cui si abbandonano senza difese. Richiede una ricca capacità di gratitudine, come ci è mediata dalla donna facoltosa di Sunem, di cui nella prima lettura abbiamo un riferimento molto bello. Ella accoglie il profeta Eliseo con il marito in casa sua e, con dovizia di particolari, allestisce per lui una camera per il suo ristoro dalle fatiche della missione; ciò suscita d’istinto la gratitudine stessa del profeta, che ne ricompensa la delicatezza del dono con la promessa benedicente di un figlio, di là ad un anno. Quando si accoglie chi viene nel nome del Signore, si accoglie Lui stesso e si entra nel vortice della ridondanza del suo dono, che si riversa su ciascuno come benedizione e fecondità.

 vv.42: Praticare l’accoglienza in una terra così ‘desertica’ come la Palestina era un fiore all’occhiello per il pio israelita; per cui, anche offrire un semplice bicchiere d’acqua ai discepoli del Signore perché ‘suoi’ significa praticare la solidarietà con coloro che hanno fatto questa scelta. Chi accoglie i discepoli di Gesù in forza della loro prerogativa di discepoli riceve la loro stessa ricompensa, cioè viene equiparato ad essi. Ci sono molti modi per annunciare il Vangelo e far parte dei semplici del Regno: anche offrire un bicchiere d’acqua può significare e indicare qualcuno dall’amore senza misura: quello di Gesù.