XIX Domenica del Tempo Ordinario

XIX Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 06 Ago 18 Lectio Divina - Anno B

Tutto il discorso sul pane di vita ha la forma di una contestazione: contestazione di Gesù alla folla, e contestazione della folla a Gesù; infatti colui che era stato cercato attraverso deserti e laghi diventa ora pietra d’inciampo, e quelli che avevano mosso Gesù a compassione, apparendo come pecore smarrite, lo muovono ora all’indignazione e al giudizio severo.

La contestazione di Gesù ai “Giudei” (così ora l’evangelista chiama la folla, dando al termine il senso spregiativo di “soltanto Giudei, incapaci di diventare cristiani”) accusa il loro “materialismo”: e cioè, l’atteggiamento per cui essi fermano le loro menti alla superficie piatta delle cose e degli eventi, quella che può essere constatata senza entrare personalmente in essi, senza compromettersi; detto altrimenti, i Giudei non scorgono mai “segni”, ma sempre e solo fatti materiali e inconfutabili. Di necessità, non conoscono Dio, perché di lui, che abita nei cieli e non sulla terra, solo si può conoscere attraverso i segni e la fede.

Il “materialismo” dei Giudei – ma esso vale quale paradigma del materialismo universale – ha nella disputa di Cafarnao tre espressioni successive, che scandiscono l’intero sviluppo del discorso di Gesù.

La prima dice: “Quale segno dunque tu fai? I nostri padri hanno mangiato la manna … (cfr. vv. 30-31): parlano di “segni”, ma pensano in realtà a portenti, che documentino il potere di Gesù, e non che manifestino la verità di Dio. Ricordano la manna dei padri, e anche la chiamano con le parole del salmo “pane dal cielo”; ma di quella manna hanno conosciuto solo l’aspetto di portento che strappa meraviglia e ammirazione, non invece il significato profetico che ne faceva un nutrimento dello spirito. Quella manna non serve a nulla: “hanno mangiato la manna del deserto e sono morti” (v. 49), nota brutalmente Gesù. “Non Mosè vi ha dato il pane dal cielo”, né alcun altro uomo può darvelo con grandiosi portenti; quel pane può venire solo dal Padre mio. Per trovare ciò di cui si può vivere occorre non volgersi indietro, a Mosè o a qualsiasi altro passato mitico, ma volgersi finalmente a Dio, arrendersi alla necessità di avere a che fare direttamente con lui; ed anzi, non arrendersi, ma cercarlo attivamente e appassionatamente, accettando che questa ricerca metta in gioco la vita, e non rimanga invece alla superficie delle cose.

La formula introdotta dai Giudei stessi, “il pane disceso dal cielo” diventa sulla bocca di Gesù l’espressione tecnica per indicare un nutrimento che non è materiale, ma è parola che viene dalla bocca di Dio; e per indicare insieme se stesso: “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete”. (v. 35). Parafrasa sant’Agostino; “Hai creduto? Allora hai già anche mangiato, ti sei nutrito, più non temi di morire di fame per via.”

A proposito di questa presentazione che Gesù fa di se stesso, si esprime la seconda forma del “materialismo” dei Giudei: “Mormoravano di lui perché aveva detto: Io sono il pane disceso dal cielo” (v. 41). Mormoravano e, a giustificazione della loro mormorazione incredula, richiamavano le cose ben note: “Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dire: Sono disceso dal cielo?”. Le cose note, anziché schiudere come segni la possibilità di credere nelle cose ignote, appaiono anche in questo caso come una corazza di diffidenza, mediante la quale difendersi nei confronti dell’ignoto. Mormorano i Giudei, perché cercano di rassicurarsi, cercano di confermarsi nella persuasione che il loro piccolo mondo sia l’unico possibile. Non mormorate tra voi – li ammonisce Gesù -, nessuno può venire a me se non lo attira il Padre” (vv. 43-44). La radice dell’incredulità, e quindi necessariamente anche della mormorazione alle spalle di Dio, è il fatto che i Giudei cerchino tra di loro, l’uno dall’altro, persuasione per le rispettive affermazioni. Cercano la loro gloria dagli uomini, come commenta altrove Gesù. E’ invece necessario lasciarsi attirare e istruire dal Padre; soltanto chi ode la sua voce, ed è da questa voce istruito, viene a Gesù, crede in lui, trova in lui nutrimento per la propria fame indicibile. Ma chi invece, temendo questa avventura troppo solitaria e rarefatta di farsi istruire da Dio, cerca istruzioni dagli uomini a proposito di ciò che si deve pensare di Gesù, troverà certo queste istruzioni – è il figlio di Giuseppe, di lui conosciamo non solo il padre e la madre, ma la casa, la parentela, la storia tutta – ma perderà il pane della vita.

La terza espressione del “materialismo” dei Giudei riguarderà l’affermazione di Gesù: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Non sanno intendere come la carne possa nutrire lo spirito (non sanno intendere come la debolezza mortale del Figlio dell’uomo possa vincere il mondo e nutrire la vita); per questo neppure intendono il sacrificio della carne e del sangue: esso appare ai loro occhi un assurdo.