XVIII Domenica del Tempo Ordinario

XVIII Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 29 Lug 19 Lectio Divina - Anno C

Siamo arrivati alla XVIII domenica del T.O. Come sempre la liturgia ci accompagna nel nostro cammino, sostiene ogni fatica ed è proprio il caso di dirlo ‘disseta ogni arsura’… La Parola di Dio consola e nello stesso tempo educa mente e cuore; la Parola nutre silenziosamente, penetra in profondità, taglia, ferisce, infiamma, consola, trasforma, ... è “viva ed efficace” (cf Eb 4,12).

La Dei Verbum riconosce che le Sacre Scritture sono per la Chiesa "sorgente pura e perenne della vita spirituale" e esorta i cristiani ad essere "imbevuti del suo spirito". È bella questa sottolineatura che rimanda all’idea della sorgente; la Parola di Dio è pane ed acqua insieme! Sant’Ambrogio in un suo commento dice: "Bevi alle sorgenti dell'antico e del nuovo Testamento, perché nell'uno e nell'altro bevi Cristo... Si beve la divina Scrittura, anzi si divora la divina Scrittura, quando la linfa del Verbo eterno penetra nelle vene dello spirito e nelle potenze dell'anima. Quando si beve la Scrittura divina è immerso nelle potenze interiori dell'uomo il succo del Verbo eterno".

Siamo assetati che bevono alla fonte anche quando le pagine evangeliche possono essere dure, come la pagina che Luca ci presenta in questa domenica XVIII°. Sembra che il Signore debba possedere competenze economiche o giuridiche; si pretendono da Lui risposte a quesiti legali che si possono risolvere in modo personale. Che c’entra Gesù con i nostri dilemmi da ragioneria, le nostre provocazioni da contabili? Eppure il Signore non si tira indietro: 

v.13: Un anonimo tra la folla interpella il Rabbi, non si sa chi sia ed ha la pretesa di chiedere. Diremmo che ha una ‘bella faccia tosta’. A Gesù viene chiesto di intervenire su una questione familiare e a porre il problema è uno tra la folla che non ha nome, nessuna identità e nessuna appartenenza; di lui si sa solo che ha un fratello anche lui ignoto. È uno sconosciuto senza nome che può indicare ciascuno di noi. È un uomo ricco tra la folla, uno come tanti che può vantarsi solo dei beni materiali: non ha altro, è solo tra la sua sete di possedere, ottenere anche ciò che forse spetta soltanto al fratello. Questo uomo è rinchiuso nel suo ghetto egoistico e non riesce a vedere oltre. Diceva Paolo VI: "Il possesso e la ricerca della ricchezza, come fine a se stessa, come unica garanzia di benessere presente e di pienezza umana, è la paralisi dell'amore. I drammi della sociologia contemporanea lo dimostrano, e con quali prove tragiche e oscure! E dimostrano che l'educazione cristiana alla povertà sa distinguere innanzitutto l'uso del possesso delle cose materiali, e sa distinguere poi la libera e meritoria rinuncia ai beni temporali, in quanto impedimento allo spirito umano nella ricerca e nel conseguimento del suo ottimo fine supremo che è Dio e del suo ottimo fine prossimo, che è il fratello da amare e servire, dalla carenza di quei beni che sono indispensabili alla vita presente, cioè dalla miseria, dalla fame, a cui è dovere, è carità, provvedere”.

v.14: La cupidigia è un vizio la cui definizione è: “Desiderio sfrenato e disordinato”. È la brama sfrenata e mai paga di possedere beni materiali. La Bibbia insegna che è la fonte di ogni male poiché rende schiavo l’uomo (Lc 12:15-212) privandolo della presenza di Dio (1Tm 6). È tipica di un cuore carnale e i suoi frutti corrompono l’anima consegnandola al tentatore (1Cor 6). Solo la preghiera (1Gv 5) e l’altruismo sono le armi per combatterla. “Il decimo comandamento proibisce l'avidità e il desiderio di appropriarsi senza misura dei beni terreni; vieta la cupidigia sregolata, generata dalla smodata brama delle ricchezze e del potere in esse insito. Proibisce anche il desiderio di commettere un'ingiustizia, con la quale si danneggerebbe il prossimo nei suoi beni temporali” (CCC, 2536).

Poi Gesù racconta una parabola per aiutare gli ascoltatori a riflettere per trarne un vantaggio per la vita: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?” L’uomo ricco era davvero ossessionato dalla preoccupazione per suoi beni che aumentavano improvvisamente a causa di un raccolto abbondante. Pensa solo ad accumulare per garantirsi una vita senza preoccupazioni. Lui dice: “Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia”.

Il Signore, come leggiamo dal testo evangelico, non si tira indietro alla richiesta dello sconosciuto e come sempre risponde con una parabola. Nei vangeli sinottici "parabole" indica una caratteristica forma di discorso di Gesù, che esprime in modo figurato messaggi fondamentali della sua predicazione. Il contenuto delle parabole deriva dall'ambiente familiare all'ascoltatore di Gesù.

Gesù si serve di tale genere letterario per esprimere realtà spirituali, invisibili, che possono essere raccontati mediante paragoni e analogie tratte dal mondo visibile, così da introdurre l'ascoltatore a comprendere che ogni cosa è buona se non è superiore alla edificazione del Regno di Dio, già qui sulla terra.

Nel brano, ciò che emerge, è la figura di un uomo che solo sa ripetere un unico aggettivo «mio»: i miei raccolti, i miei magazzini, i miei beni, la mia vita, anima mia. È il susseguirsi di una litania del possesso, delle cose che occupano la sua vita proprio come un magazzino, una sorta di caos da cui fatica ad uscire. Ecco perché Paolo in Col 3,5 dice che la cupidigia è idolatria. “Fate dunque morire le vostre membra che sono sulla terra: fornicazione, impurità, lussuria, mala concupiscenza e cupidigia, la quale è idolatria”. Solo l’ascolto attento e la messa in pratica della Parola di Dio può liberarci da ogni idolo … perché più o meno piccoli o grandi l’essere umano coltiva in cuor suo un idolo dai nomi diversificati. Papa Francesco in una sua omelia dice che: Tutti “noi abbiamo i nostri idoli nascosti” e la strada della vita per arrivare, per non essere lontano dal Regno di Dio comporta lo scoprire gli idoli nascosti. Un comportamento rintracciabile già nella Bibbia – ricorda il Papa – nell’episodio in cui Rachele, moglie di Giacobbe, finge di non avere con sé gli idoli che invece ha portato via dalla casa di suo padre e nascosto dietro la sua cavalcatura. Anche noi, afferma Papa Francesco, li abbiamo nascosti in una cavalcatura, nostra … Ma dobbiamo cercarli e dobbiamo distruggerli, perché per seguire Dio l’unica strada è quella di un amore fondato sulla fedeltà.

vv.20-21: La reazione di Dio è forte: stolto chiama il personaggio menzionato: stolto e insensato, sciocco… Il libro dei Proverbi raffigura la stoltezza e la follia come l’opposto della saggezza e lo stolto come l’opposto di una persona saggia. Essere consapevoli di ciò che ci dicono le Scritture riguardo ai saggi e agli stolti ci permette di giudicare le nostre azioni e i nostri atteggiamenti per vedere se ci comportiamo in maniera saggia o stupida. Lo stolto ha detto nel suo cuore non c'è Dio (Salmo 14) nel cuore dell’uomo si annida ogni idolatria, ogni desiderio di ‘ricchezza’ non solo di denaro, di successo, di cibo, di vizi sfrenati, di carriera, di poteri. E' difficile sfuggire alla seduzione della ricchezza: è necessaria una disciplina spirituale, che orienti il nostro pensiero a chiederci qual è il fine della nostra vita e qual è il vero bene dell'uomo. Qual è per me il vero bene?

Molto belle sono le parole di san Basilio, padre della Chiesa orientale, morto nel 379: "A quanto pare, di tutti i grandi e incorruttibili beni, oggetto della beata speranza, non ti curi affatto, avido come sei solo di beni terrestri. No, non fare così. Largheggia con ciò che possiedi, sii generoso, anzi munifico nell'affrontare spese a beneficio dei bisognosi. Si dica anche di te: «Egli dona largamente ai poveri: la sua giustizia rimane per sempre» (Sal 111,9). Quanto dovresti essere grato al donatore benefico per quell'onore che ti viene fatto! Quanto dovresti essere contento di non dover tu battere alla porta altrui, ma gli altri alle tue! E invece sei intrattabile e inabbordabile. Eviti di incontrarti con chi ti potrebbe chiedere qualche spicciolo. Tu non conosci che una frase: «Non ho nulla e non posso dar nulla, perché sono nulla tenente». In effetti tu sei veramente povero, anzi privo di ogni vero bene. Sei povero di amore, povero di umanità, povero di fede in Dio, povero di speranza nelle realtà eterne".