XVIII Domenica del Tempo Ordinario

XVIII Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 30 Lug 18 Lectio Divina - Anno B

“Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che rimane per la vita eterna”. Queste parole sono difficili da intendere, come noteranno molti dei suoi discepoli al termine dell’intero discorso di Gesù sul pane di vita (cfr. Gv 6,60); da quel giorno essi si tirarono indietro e non seguirono più Gesù. Cercavano infatti, anche da Gesù, il cibo che perisce: non riuscivano a immaginare, soprattutto non riuscivano a credere in un altro cibo. Di fronte al rifiuto di Gesù pensarono di non aver ormai più nulla da attendere da lui. Che cercassero soltanto il cibo che perisce, Gesù lo sottolinea dicendo: “Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato dei pani e vi siete saziati”.

La folla cerca Gesù, dopo il miracolo dei pani, così come ogni folla umana cerca di ritrovare ciò che ha già conosciuto e in cui ha trovato sazietà. Ma ciò che è già stato conosciuto è anche ciò che è passato, ciò che perisce e che sempre da capo ha bisogno di essere ripetuto, non potendo condurre a nulla di definitivo. Il cibo che perisce è per eccellenza il cibo che soddisfa il bisogno dell’uomo: così come ineluttabile e senza libertà è il bisogno che rende l’uomo dipendente dal cibo, dalla bevanda e da mille altre cose materiali, senza libertà e senza vita che rimanga è anche l’uomo che fa consistere la vita nella soddisfazione dei suoi bisogni.

“Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà”; il rimpianto degli Ebrei nel deserto per la condizione di schiavitù – schiavitù nei confronti dell’Egitto, ma anche schiavitù nei confronti del bisogno – esprime con chiarezza quasi caricaturale l’avvilimento dell’uomo che cerca il cibo che perisce: quell’uomo si augura, alla fine, di morire. La sazietà passata – quella sazietà che, quando era presente, appariva fuori di senso e torpida -, ora che è assente, appare come unico motivo capace di giustificare la vita. Così si inganna l’uomo: quando è affamato egli fa consistere la vita nella sazietà, e quando è sazio si addormenta, senza più darsi alcun pensiero della vita.

Gesù proclama beato l’uomo che ha fame e sete, perché quello è l’uomo che si prende cura della vita. Ma fame e sete debbono essere della giustizia, è detto nelle beatitudini (cfr. Mt 5,6);così come qui nel vangelo di Giovanni si dice che la fame deve essere del cibo che rimane per la vita eterna. L’altro cibo, quello che perisce insieme alla provvisoria sazietà che produce, deve diventare un segno: chi riconosce in esso un segno, non cerca semplicemente di riprodurre la sazietà passata, non è continuamente risucchiato nell’illusione del provvisorio, ma impara a desiderare l’eterno, impara a cercare quel Dio che solo può dare il pane vero. “Non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane del cielo, quello vero”.

La ciclicità inutile e senza termine della fame e in generale del bisogno materiale che, soddisfatto, da capo risorge identico, senza sapere mai immaginare – né realizzare – una sazietà definitiva, offre un’immagine eloquente e persuasiva di un’altra e più comprensiva figura di vita, assai comune: quella che si affida a ciò che soddisfa per trovare un senso. E’ questa la figura di vita propria dell’uomo che non sa mai volere nulla in maniera assoluta, o anche – è la stessa cosa – non sa mai credere. Non sa mai scegliere, né dedicarsi a nulla come a cosa degna e meritevole per sempre. Quest’uomo è perpetuamente nell’atteggiamento del giudice che apprezza la corrispondenza degli avvenimenti, delle circostanze o delle altre persone, alle sue attese, oppure (più frequentemente) lamenta la non corrispondenza; in ogni caso, giudica quello che il mondo gli offre, ma non sa volere, non osa cercare una vita per sempre. Quest’uomo è, come subito si capisce, destinato a svanire nella morte, insieme a tutte le provvisorie soddisfazioni e le provvisorie delusioni che i tempi via via gli offrono. A lui Gesù dice: procurati non il cibo che perisce, ma quello che rimane per la vita eterna. A lui dice ancora: “Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato”. Anzitutto, credere: non cercare sempre e solo esperienze che soddisfino; non andare a zonzo per il mondo nell’attesa che capiti qualche cosa di interessante, piacevole, soddisfacente, rassicurante, e così via; non questo, ma credere, e cioè decidersi per ciò che, pur senza poter essere sperimentato, può essere sperato e voluto come motivo di vita per sempre. E poi, credere in colui che Dio ha mandato.

Ma la folla di Cafarnao, così come la folla di oggi, non può riconoscere quello che Dio ha mandato, perché non ha occhi: ancor prima di incontrare Gesù ha deciso di accontentarsi del cibo che perisce, di una vita, se non proprio entusiasmante, almeno sopportabile e decente; di una vita che torna continuamente a rovistare fra le cose vecchie e già collaudate, per prolungarsi di qualche giorno o di qualche anno; di una vita che non sa elevarsi alla temeraria ricerca del pane che rimane per sempre.

Certo temeraria appare questa ricerca. Per assuefarci al pensiero delle cose eterne – al pensiero di Dio – sembra debba esserci necessario un tempo più lungo di quanto non preveda la nostra breve esistenza terrena. Ma è un’apparenza che inganna. Quello che manca non è il tempo, ma la sincerità del desiderio: la risolutezza della decisione a lasciarsi inquietare da quella fame di un cibo che rimane per sempre.