XXIII Domenica del Tempo Ordinario

XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 02 Set 19 Lectio Divina - Anno C

Per meglio comprendere il testo odierno sono importanti due premesse. La prima: le parole di Gesù che, per lo più, nel loro rigore sono state riservate a coloro che venivano considerati i praticanti della perfezione cristiana (quelli che facevano i voti religiosi) in realtà sono rivolte a tutti i credenti. La seconda: l’imitazione di Gesù non può essere intesa soltanto nella tradizione ascetico-religiosa che fa della croce il simbolo della mortificazione, della sopportazione, ma va intesa secondo la testimonianza di Gesù; cioè, prendere la croce vuol dire scegliere un progetto di vita che ci mette contro Erode, contro Caifa e contro Pilato, dalla parte dei “poveri di Dio”, di coloro che non hanno, per farsi strada in questo mondo, né la ricchezza, né il potere, né la cultura. La croce non è il simbolo della coscienza infelice, è il simbolo di un progetto di esistenza.

I versetti tratti dal libro della Sapienza rappresentano la conclusione dell’ampia preghiera con cui Salomone invoca da Dio il dono della sapienza. L’uomo, per entrare in sintonia con Dio e realizzare il progetto per lui previsto e così ottenere la felicità non ha altro rimedio che invocare il principio spirituale di Dio stesso: la sua sapienza. Questa proviene dall’alto (cioè solo da Dio) ed è definita “tuo santo spirito”, avvicinandosi in tal modo alla prospettiva che Paolo avrà dei carismi. L’autore intende qui dire che grazie al dono della sapienza l’uomo può conoscere il volere di Dio, non in astratto, ma nelle circostanze concrete della storia.

v.26: Non si può essere discepoli di Gesù se non si adempiono determinate condizioni, che sono esigenti e se non si affrontano dei rischi. Anche se “odiare” qualcuno equivale a metterlo in secondo piano, ovvero a non amarlo più di altri, rimane tuttavia la radicalità di quanto richiesto: nessun rapporto umano (genitoriale, matrimoniale, parentale, amicale) può anteporsi a Gesù. Questi esprime una pretesa assoluta che ai suoi tempi avrà di sicuro suscitato perplessità. Allora per mettersi alla scuola di un rabbi ci si poteva vedere costretti ad abbandonare la propria cerchia familiare. Tuttavia, non la personalità del rabbi in quanto tale, bensì l’amore per la Torà motivava una scelta simile. La pretesa avanzata da Gesù ha invece nella sua persona il proprio motivo fondante. Il movimento decisionale ed esistenziale del discepolo ha Gesù quale punto di attrazione e d’approdo: “se uno viene a me ...”. Gesù si colloca alla testa dei discepoli anticipando il destino di morte e di gloria. La sua pretesa di non anteporre a lui nessun altro nella scala degli affetti, neppure se stessi, equivale ad attribuirgli il medesimo primato che compete a Dio. Il discepolato, oltre che sulla libera adesione del chiamato si fonda sulla comunanza di destino tra il Maestro e i discepoli e sulla pretesa divina di Gesù; ovvero su un rapporto con Gesù così profondo ed esigente (e quindi divino) da relativizzare ogni altra realtà umana.

Seguire Gesù, essere suoi discepoli può apparire cosa desiderabile; ma certo non è cosa facile. Perché il desiderio immediato diventi autentica decisione è necessaria una grande lucidità e determinazione. Proprio a questa lucidità vuole condurci il Vangelo di oggi, richiamando con chiarezza estrema le condizioni irrinunciabili per un’autentica sequela: “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo” (Lc 14, 33).

Ma partiamo dalle due similitudini che vogliono metterci in allerta. Costruire una torre è azione che richiede uno sforzo prolungato nel tempo, con l’impiego di mezzi abbondanti; combattere una guerra è azione di forza che richiede d’approntare una strategia attenta. Nell’uno come nell’altro caso una decisione che voglia essere saggia deve prendere in considerazione fin dall’inizio gli ostacoli che presumibilmente s’incontreranno. Vuoi costruire: hai calcolato quale sarà la spesa? E hai a tua disposizione la somma necessaria? Vuoi fare guerra: hai considerato la forza del tuo nemico? E puoi contare su un esercito almeno equivalente? Vuoi diventare discepolo di Gesù: hai pensato bene quali rinunce il discepolato esige? E sei disposto ad accettarle? Ma, in concreto: quali sono le rinunce effettive che bisogna accettare? Tutto! Questa è l’affermazione sorprendente. Sappiamo bene che qualsiasi scelta l’uomo faccia ha un prezzo, comporta inevitabilmente un sacrificio. Ma si tratta del sacrificio di qualcosa; qui, invece, viene chiesto il sacrificio di tutto! Le parole di Gesù sono così chiare, così ripetute che non rimane dubbio. Bisogna rinunciare a tutti i propri averi, bisogna “odiare padre, madre, figli, fratelli, sorelle e perfino la propria vita” (Lc 14, 26). Spieghiamo pure che “odiare” significa, in questo caso, “amare meno”; spieghiamo anche che la richiesta di Gesù si colloca non al livello emotivo, del sentimento, ma a quello delle scelte. Non ci viene chiesto di sentire meno affetto per la nostra vita che per Gesù Cristo. Ci viene chiesto di mettere Gesù prima di tutto il resto nel caso ci venga proposta una scelta effettiva. Può accadere, difatti, che il valore-Gesù si scontri, in un caso preciso col valore-famiglia. In questo caso che cosa scegli? Sei così attaccato alla tua famiglia da rinnegare la fede? O sei così attaccato alla fede da abbandonare la famiglia? Sei così attaccato alla vita da disobbedire a Dio? O sei così attaccato a Dio da sacrificare la vita? È questo il caso, tutt’altro che ipotetico, che si è presentato ai martiri. Per loro la fede è divenuta questione di vita o di morte; ebbene, Gesù c’invita a non considerare questo caso come astratto o come accidentale. Il martirio si presenta come il caso serio della fede.

v.27: Le parole di Gesù rimangono paradossali; esse attribuiscono al discepolato la radicalità che l’Antico Testamento riconosceva all’obbedienza verso Dio. La fede ci pone in rapporto con Dio. In questo caso non ci può essere dubbio: bisogna amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. Se Dio è Dio, l’unica misura adeguata del dono dell’uomo è: tutto. Ogni riserva, diminuzione, esitazione dimostrano un difetto di fede. Ebbene, questo ragionamento si applica perfettamente alla valutazione della sequela: nella sequela di Gesù si gioca davvero il nostro rapporto con Dio? Se riteniamo di sì, la conclusione e inevitabile: alla sequela dobbiamo sacrificare tutto. Se esitiamo o “relativizziamo” il valore della sequela, non potremo più comprenderne e accettarne le esigenze. “Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo” Lc 14, 27). Si può discutere su quale fosse il primitivo senso di queste parole; ma il senso che esse hanno nel Vangelo non è equivoco. La “croce” parla ormai, a un cristiano, col linguaggio chiarissimo della passione di Cristo. Portare la croce vorrà dire tutto questo: accettare la sofferenza, la persecuzione, l’emarginazione, la morte pur di rimanere fedeli al Vangelo, pur di poterlo annunciare con fedeltà.

v.32: Non è che Gesù presenti questa esigenza perché gli viene in mente di chiedere così tanto e vuole mettere alla prova quelli che lo seguono. La vita che lui sta facendo è veramente fatta così e, se lo si vuole seguire, bisogna fare il tipo di vita che Lui fa e rinunciare al resto, perché non è possibile andare dietro a Gesù conservando tutti i propri beni. Bisogna inevitabilmente scegliere: se uno va dietro a Gesù non può correre a destra e a sinistra per seguire i suoi affari. Bisogna rinunciarvi in concreto, perché Gesù vuole che chi lo segue viva come Lui. La vita che farò è una vita di sofferenza e di croce, te lo dico prima; se vuoi condividerla non ti aspetta altro, ti aspetta la croce. Se sei disposto vieni, ma è necessario che ci sia questa consapevolezza fin dall’inizio. Bisogna essere disposti a odiare perfino la propria vita. Non vuol dire che bisogna considerare la vita disprezzabile. Alla propria vita bisogna volere bene, ma bisogna essere disposti a perderla perché Gesù la perde. Se uno vuole seguire Gesù deve essere disposto anche a questo perché altrimenti non è sequela.