XXV Domenica del Tempo Ordinario

XXV Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 16 Set 19 Lectio Divina - Anno C

La parabola dell’amministratore disonesto colpisce violentemente il lettore perché offre un giudizio del tutto diverso da quello che noi avremmo pronunciato: “il padrone lodò quell’amministratore disonesto”. Ma proprio questa sorpresa è ciò che Gesù vuole ottenere: c’è un “effetto-parabola” che si raggiunge attraverso il superamento di abitudini mentali, di giudizi scontati; solo così può balenare alla nostra mente una visione nuova delle cose, un’ottica inattesa e imprevista. Chiaramente si tratta di capire bene per non attribuire a Gesù un elogio della disonestà che è ben lontano dalle sue intenzioni.

Nella prima lettura il profeta Amos condanna l’avidità e la disonestà degli Israeliti che attendono con ansia la fine dei giorni di festa per poter riprendere a commerciare; e progettano di commerciare con il massimo di guadagno, senza lasciarsi prendere da scrupoli di nessun genere: pesi e bilance false, “venderemo anche lo scarto del grano”. Infine, al colmo del ladrocinio, si rivelano usurai e strozzini, acquistando le persone che, divenute insolventi anche per poco (un paio di sandali), non potevano pagare che dando se stesse in cambio.

v.1: La parabola dell’amministratore scaltro ha sempre suscitato perplessità nei lettori, così i commentatori – nello sforzo di attenuarne il disagio – attirano l’attenzione sull’ambiente palestinese e sui suoi costumi. I grandi proprietari terrieri, per lo più stranieri, avevano alle dipendenza degli amministratori locali, ai quali lasciavano grande libertà e piena responsabilità: loro compito era di realizzare per il padrone il profitto pattuito, ma una volta assicurato questo profitto avevano anche la possibilità – maggiorando il prezzo – di realizzare profitti personali. Ciò era consentito. Si può dunque pensare che l’amministratore – nell’intento di procurarsi amici che lo avrebbero aiutato nel momento difficile – abbia semplicemente rinunciato alla sua parte di profitto. È una ipotesi acuta, che però la lettura della parabola non sembra favorire.

v.4: In questa domenica Luca aggiunge una sfumatura particolare, derivante dalla sua attualizzazione della parabola: se, nell’intendimento di Gesù, il futuro (escatologico) si decide adesso con l’adesione a lui e al Regno da lui annunciato, Luca si mantiene fedele a questo schema al quale aggiunge una concretizzazione; il futuro del cristiano (coincidente con l’aldilà) è preparato dalla sua disponibilità presente a rinunciare ai propri beni. Questa è una modalità per dare concretezza all’urgenza e radicalità del Regno nel presente e preparare il futuro celeste. Gli amici che sono in grado di accoglierci nelle dimore eterne sono i poveri: amici di Dio che devono divenire amici nostri. Ma forse è meglio pensare che gli amici rappresentano Dio stesso: egli ci accoglierà nella sua dimora. 

v.8: Gesù vuole invece che ci lasciamo impressionare dalla prontezza e dalla furbizia con cui l’amministratore cercò, senza un attimo di esitazione, di mettere al sicuro il suo avvenire. L’avverbio fronimos, che definisce la furbizia del fattore, dice molte cose positive: la lucidità nell’avvertire la gravità della situazione, la prontezza nel cercare la soluzione, il coraggio di prendere subito una decisione. Questo avverbio ha infatti un chiaro significato sapienziale. Coloro che appartengono alla luce non dovrebbero, per i loro scopi e secondo la logica che è loro propria, avere la stessa prontezza, la stessa decisione, la stessa radicalità? Gesù vorrebbe che i discepoli, a proposito del Regno, avessero la stessa risolutezza che l’amministratore ebbe per sé. L’accortezza per il Regno – che è la lezione della parabola – non è più un semplice atteggiamento formale, ma assume un contenuto preciso.

v.9: Luca chiama “disonesta” la ricchezza: non si riferisce a qualche ricchezza in particolare ma alla ricchezza in genere. Perché disonesta? Disonesta perché spesso è frutto di ingiustizia e perché, più spesso ancora, diventa strumento di ingiustizia e di oppressione. La ricchezza può definirsi disonesta non solo perché molte volte ingiusta nella sua origine e nell’uso che se ne fa, ma anche perché ingannevole nel suo profondo. La ricchezza promette e non mantiene, invita l’uomo a porre in essa la propria fiducia ma poi lo delude. Questo è anche il senso della parola “mammona”, che significa molto più della semplice ricchezza: è l’accumulo dei beni nei quali si pone la propria fiducia. Luca aveva probabilmente un conto aperto con la ricchezza; ne vedeva tutta la pericolosità per un’esistenza cristiana matura. Il problema di come trasformare la ricchezza in opportunità di bene era per lui centrale. Ebbene – dice la parabola di oggi – la ricchezza può servire per procurarsi amici nel regno di Dio, per garantirsi delle raccomandazioni. Come? Facendo del bene; usando il denaro per andare incontro alle necessità dei poveri. Stranamente nel regno di Dio non contano le raccomandazioni dei grandi e hanno invece immenso valore le raccomandazioni dei piccoli.

v.12: Nelle espressioni dei vv. 10-12 sono presenti delle contrapposizioni tra il “poco” o cosa di poco conto, con il “molto” o cosa di gran conto; tra la ricchezza “iniqua” e quella “vera” che indica i beni veri, quelli autentici; tra la ricchezza “altrui”, cioè esteriore all’uomo (come la ricchezza appunto) e la “vostra” cioè ciò che vi può appartenere, il regno di Dio. Le ricchezze terrene, dunque, anche se sono molte, sono sempre cosa di poco conto: a contare molto sono le ricchezze eterne. Inoltre le ricchezze terrene, anche se procurate onestamente, finché non arrivano ai loro legittimi destinatari, i poveri, sono inique. Le ricchezze terrene sono da ritenersi degli altri, cioè dei poveri; la ricchezza nostra è e sarà quella eterna.

v.13: L’italiano “ricchezza” traduce l’aramaico “mamona” (ebraico: mamon) che forse deriva dalla radice “aman” che significa “credere, confidare, amare”; anche se l’etimologia non è certa, non si può negare un legame con il sentimento di fiducia che il denaro ispira. La rude contrapposizione espressa secondo lo stile semitico esplicita una radicale alternativa esistenziale: si affida la propria vita a Dio o a Ricchezza (qui personificata come una divinità). Ciò è rafforzato da un sottile gioco etimologico: ‘mammona’ infatti può significare nutrimento o provvidenza, ma anche ciò che è stabile e solido, avendo la stessa radice del termine ebraico che in italiano traduciamo con fede(le). In modo impercettibile ma inesorabile la ricchezza tende ad ergersi quale assoluto in concorrenza a Dio. Il credente deve decidersi se mutuare la propria solidità esistenziale dal servizio-appartenenza a Dio o a Mammona.