XXVI Domenica del Tempo Ordinario

XXVI Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 23 Set 19 Lectio Divina - Anno C

Quando si è messa la propria mano nella mano dei poveri, allora si trova la mano di Dio nella propria.” (Abbé Pierre): la liturgia di questa domenica ci dona di poter comprendere che cosa regala l’amicizia con Dio, quando diventa l’essenziale della nostra vita. Continua la lettura corsiva del vangelo di Luca e anche la Parola che viene spezzata per noi in questa Pasqua domenicale ci spiazza e può condurci ad un’interpretazione poco aderente al messaggio evangelico. Ad una lettura distratta, si potrebbero avallare le opinioni di quanti dicono che il cristianesimo è una religione triste, fatta di rinunce, di penitenze, di privazione da quanto umanamente è appagante. Certo per un fine più bello: la ricompensa eterna, ma intanto bisogna vivere senza gioia!... La parabola che Luca racconta, invece, non vuole dire alla sua comunità, e a noi, che chi è ricco va all’inferno e chi è povero va in paradiso, ossia che chi si gode la vita cade nella perdizione, mentre chi ne è privo ottiene la salvezza, quanto piuttosto mostrarci le conseguenze di un modo di vivere orientato soltanto al proprio ombelico.

v.19: Il racconto parabolico inizia con la presentazione dei due protagonisti e della loro rispettiva situazione. Il primo è una persona che ha molti soldi. Non si dice che i beni di cui dispone siano stati guadagnati in modo disonesto, con usura o sfruttamento, e neppure che conducesse una vita dissoluta; semplicemente si serve dei suoi beni per godersi la vita, senza pensare ad altro. Non si dice il nome del ricco: ciò significa che egli non ha una personalità, ma è solo il tipo, il rappresentante di una categoria ben nota di persone. Il vestito è segno di ricchezza, il banchetto quotidiano è diventato il suo ideale di vita. Oggi potremmo dire che vestiva firmato da capo a piedi; la povertà interiore ha bisogno di esprimersi nel lusso esteriore. «E ogni giorno si dava a lauti banchetti»: quindi una fame insaziabile; è la fame interiore che crede di sopire ingurgitando cibi.

v.20: Il narratore presenta un secondo personaggio: si tratta non solo di un povero, ma di uno che vive chiedendo l’elemosina: alla povertà si unisce dunque la vergogna della dipendenza dalla pietà degli altri. Diversamente da quando avviene per il ricco, del povero viene detto il nome: «Lazzaro», che significa “Dio aiuta”. Mediante il nome si mette quindi in luce non solo l’importanza di questa persona, ma anche il fatto che Dio non si dimentica dei miseri e si prende cura di loro. Neppure di costui vengono messe in luce particolari prerogative etiche o religiose; si dice semplicemente che giace presso l’atrio del ricco, è coperto di piaghe e desidera saziarsi di ciò che cade dalla sua tavola. La struttura della frase lascia intendere che il suo desiderio di saziarsi non è soddisfatto. Il dettaglio dei cani che leccano le sue piaghe non vuole dire che il sollievo a lui negato dagli uomini gli viene prestato dagli animali, ma piuttosto che anche gli animali concorrono ad aggravare la sua sofferenza.

Il confronto tra questi due personaggi tende a presentare il primo come uno che, al di là delle modalità con cui si è procurato le sue ricchezze, è un egoista, tutto dedito al godimento dei suoi beni, senza alcun interesse per chi è nel bisogno. In contrasto con le esortazioni di Gesù riportate nel vangelo di domenica scorsa, egli è uno che non invita i poveri a mensa (cfr. Lc 14,13) e non si fa amici con il mammona ingiusto (cfr. Lc 16,9). Ciò non è sufficiente per caratterizzare Lazzaro come uno dei «poveri di JHWH» dell’Antico Testamento, emarginati e oppressi dai potenti, che ripongono solo in Dio la loro fiducia. Egli è semplicemente un povero, e come tale oggetto della benevolenza di Dio, come appunto dice il suo nome (cfr. Lc 6,20). In contrasto con le convinzioni del suo tempo, per Gesù la ricchezza non è dunque un segno della benevolenza di Dio e la povertà un castigo, ma viceversa è la povertà che attira su chi la subisce l’attenzione e l’aiuto di Dio.

v.22-23: La parabola non va considerata come una descrizione dell’oltretomba e di ciò che capita dopo la morte. Su questo punto Gesù si serve delle immagini del suo tempo non per confermarle con la sua autorità, ma per insegnare come l’uso sbagliato dei beni terreni porti già quaggiù alla perdizione. Con essa egli intende quindi dire una parola per questo mondo, dove il regno di Dio è stato annunziato e inaugurato dalla sua venuta. L’uomo che sulla terra aveva come unica compagnia gli esseri più impuri, i cani, viene portato dagli angeli, cioè gli esseri più puri, quelli più vicini a Dio. Per comprendere bene questa parabola di Gesù, notiamo che è rivolta ai farisei che si beffavano di Gesù che aveva detto che non è possibile servire Dio e il denaro, e, proprio perché rivolta ai farisei, Gesù parla con le categorie farisaiche del premio e del castigo da ricevere nell’aldilà. E lo fa secondo un libro conosciutissimo a quell’epoca, il libro di Enoch, dove il regno dei morti veniva considerato un grande baratro, dove il punto più luminoso era il seno di Abramo, il punto più oscuro era dove andavano a finire i malvagi. Il ricco va semplicemente a finire sotto terra, magari dopo un sontuoso funerale. L’Ade (she’ol per gli ebrei), dove fa a finire il ricco, è la dimora dei morti, solitamente concepita come un luogo sotterraneo dove costoro conducono una vita amorfa, quali ombre evanescenti, privi d’ogni gioia (cfr. Is 14,8-11); qui invece con questo termine viene designata la “geenna”, il luogo in cui gli empi sono afflitti da orribili tormenti (cfr. Is 66,24; Sir 21,9-10). In sintonia con la logica del Magnificat (Lc 1,53) e delle beatitudini (Lc 6,20.24) si è verificato un capovolgimento radicale della situazione: in base alla legge del contrappasso, il ricco soffre nell’inferno una sete indicibile. Il ricco di questa parabola non viene condannato per essere stato malvagio nei confronti del povero, per averlo maltrattato, ma semplicemente perché non si è accorto della sua esistenza. Solo adesso, quando è nel bisogno, finalmente se ne accorge.

vv.24-26: I ricchi non cambiano, i ricchi sono animati da una perversione che non è possibile sradicare dalla loro esistenza. E infatti non chiede, ancora comanda, “«’Padre Abramo, mostrami pietà’»”, mostrami misericordia, e ordina, “«’Manda Lazzaro’»”, lui, il ricco pensa che tutto gli sia dovuto. Lui si serve delle persone, non ha mai servito. È questo il fulcro dell’insegnamento di questa domenica: la ricchezza non è un male in sé e non è automatico che essa porti alla rovina. Quello che è determinante è l’uso che di essa ne fa un cuore che ha come unico orizzonte se stesso. L’egoismo è la causa di ogni rovina. Abramo gli risponde, sempre secondo la teologia farisaica, con il fatto del premio e del castigo. E quindi, come in terra vivevano su due mondi differenti dove non si incontravano, adesso sono su due mondi completamente distanti.

vv.27-28: Ecco l’egoismo del ricco, l’egoismo che non si può sradicare, che arriva fino in fondo. Gli interessa soltanto la sua famiglia, non dice “mandalo al popolo, alla gente, mandalo ad annunciare cosa succede se accumulano denari, se non pensano agli altri”. No, il ricco è incurabilmente egoista, pensa soltanto a sé stesso e che tutto gli sia dovuto. Allora manda ai suoi fratelli, alla sua famiglia, degli altri non gli interessa.

v.29-30: L’accenno che l’evangelista Luca fa al morto che ritorna in vita è importante per i lettori cristiani: sebbene venerino come loro Salvatore uno che è effettivamente risuscitato dai morti, anche loro ritrovano la volontà di Dio nelle Scritture di Israele, che Gesù non ha abrogato ma ha portato a compimento (cfr. Lc 16,17; 24,44). Non c’è bisogno di segni speciali per capire la verità di ciò che è contenuto nei Libri sacri. Gesù stesso non ha inteso mettere in discussione la legge, ma semplicemente l’ha portata a compimento, dando con le sue parole e la sua vita una chiave di lettura molto precisa. Egli ha insegnato ad andare al cuore della legge, mettendo in secondo piano tutto ciò che non ha riferimento diretto con l’amore, come risulta molto bene dalla parabola del buon samaritano (cfr. Lc 10,25-37).

La liturgia, allora, ci racconta una storia, non la descrizione letterale dell’aldilà. Una storia che vuole svegliare la responsabilità, farci capire che tutto si gioca sulla porta del nostro essere, nella nostra capacità di vedere chi ci sta davanti e conta non su una parentela, un obbligo di riconoscenza o una promessa di vantaggi, ma solo sulla nostra fraternità. Dobbiamo avere una porta che custodisca noi stessi e le nostre relazioni più intime. Ma quando il nostro relazionarci col mondo è guidato solo dai nostri interessi, i lazzari si moltiplicano alla nostra porta. È adesso il tempo di superare l’abisso. Perché Dio abita dalla parte di Lazzaro. Tutto si decide sulla nostra soglia personale, familiare, parrocchiale, cittadina, nazionale, continentale. È la porta giubilare esistenziale. Questa è la vera avventura umana.

Ciò che rende felice un’esistenza, è avanzare verso la semplicità: la semplicità del nostro cuore e quella della nostra vita. Perché una vita sia bella, non è indispensabile avere capacità straordinarie o grandi possibilità: l’umile dono della propria persona rende felici. Quando la semplicità è intimamente legata alla bontà del cuore, anche l’essere umano più sprovvisto può creare un terreno di speranza attorno a sé” (Frère Roger).