XXVII Domenica del Tempo Ordinario

XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 28 Set 20 Lectio Divina - Anno A

L’immagine della vigna si presenta come simbolo del rapporto di alleanza di Dio con il suo popolo. Dio si era scelto un popolo, aveva stretto con lui un patto di alleanza. Lo aveva affidato a delle guide che dovevano aiutarlo a mantenere fedeltà a questa alleanza. Ma le guide non furono all’altezza del loro compito. Dio inviò allora i profeti per richiamare il popolo alla fedeltà, ma non vennero ascoltati. Alla fine Dio decise di mandare suo Figlio, perché fosse ascoltato e accolto, ma fu ucciso.
La parabola pone i capi del popolo di Israele dinanzi alle loro responsabilità. Poiché essi si sono comportati come gli affittuari della vigna, si realizza quanto essi hanno deliberato a proposito dei vignaioli: la vigna sarà loro tolta e consegnata ad altri, e saranno chiamati a rendere conto del loro operato.

Nella prima lettura ci viene offerto il “Canto della vigna”, una canzone d’amore: vi è la stessa terminologia del Cantico dei Cantici. Dio è il diletto, l’amante deluso nel suo amore. L’amata, la sposa, è paragonata come nel Cantico a un giardino, una vigna. Il profeta è l’amico dello sposo che canta per lui (il mio diletto) il suo canto d’amore per la sua vigna. Attraverso questa parabola si esprime dunque il rapporto nuziale, che è la tipica immagine dell’alleanza insieme a quella di padre-figlio. Il giudizio di Dio, il suo ripudio non si può capire se non dentro questa storia di un amore deluso, non corrisposto.

 v.33: Esprime il rapporto che il padrone ha per la vigna, che è un rapporto amorevole. L’amore del padrone per la vigna viene espresso dal fatto che il padrone segue la vigna dal suo nascere e ne accompagna circondandola con una siepe, scavando un frantoio, costruendo una torre, tutte le tappe della sua crescita. L’affidare la vigna ai vignaioli dice un rapporto non possessivo del padrone con la vigna. I vignaioli diventano i destinatari di una vigna della quale il padrone ha avuto cura, ma che non usa e non possiede. È libero, questo padrone, nei confronti della vigna. Ed è ciò che i vignaioli non riescono a percepire, perché il rapporto che invece i vignaioli manifesteranno di avere nei confronti della vigna è esattamente il contrario del rapporto che il padrone ha con essa.

Il Regno di Dio non è offerto in dono ai vignaioli; prova ne è che viene dato in affitto (soprattutto nel testo parallelo di Marco si specifica questo) ai vignaioli. Il Regno di Dio non è offerto in dono, ma il regno di Dio “è” il donare, è il dono. Dio non si offre in dono, Dio è il dono, è il donare. E i vignaioli pagano un affitto, pagano un prezzo. Non per accogliere il dono si paga un prezzo, ma per entrare nel dono, per avere parte a Colui che è il dono, che è il donarsi, si paga un prezzo. E il prezzo è diventare simili al dono, diventare come il donare. Non solo imparare a donare, non solo fare dei doni, non solo fare della vita un dono, ma essere il dono, essere il donare. Così la nostra essenza, come quella di Dio, ha la consistenza del donarsi, del darsi totalmente. Nella relazione tra me e Dio, non rimane niente di me, perché sono tutto in Dio, e non rimane niente di Dio, perché è tutto in me; ma ognuno rimane se stesso. È un dinamismo, è il darsi. L’essenza del cristianesimo non è il dono, perché questo finisce e diventa proprietà di qualcun altro; ma è il darsi, in un movimento infinito in cui continuamente e totalmente l’uno si dà all’altro, rimanendo se stesso: è la Trinità.

 v.37: Ormai non c’è che il Figlio. Il ragionamento che fanno i vignaioli è un ragionamento giusto: “Questo è l’erede, uccidiamolo e avremo noi l’eredità”. Ed è vero. I vignaioli, senza saperlo, pronunciano una profezia. È evidente il riferimento alla passione di Gesù, condotto fuori dalla città per essere crocifisso. Viene alla mente la folla che accompagna Gesù alla crocifissione e che, ancora una volta in modo ignaro, grida: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”. E sarà così. Ma proprio nella sua condizione di “cacciato fuori” dalla vigna e attraverso la sua crocifissione Gesù ci rende partecipi della sua eredità. Per noi la condizione di crocifisso è una condizione che pone fine al nostro rapporto con Dio; per Dio la crocifissione del suo Figlio esprime in pienezza la sua misericordia per noi. Dell’eredità tutti possono essere partecipi per la decisione del Padre di consegnarci il suo Figlio e per il dono che Gesù ha deciso di fare della sua vita.

 v.39: “Questi è l’erede; su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra. E presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero”. Il problema non è tanto il pensare di poter possedere (l’eredità sarà nostra) e nemmeno tanto di aver ucciso l’erede (Dio avrebbe perdonato anche questo). Il vero problema è aver gettato l’erede fuori della vigna: in questo modo i vignaioli si sono esclusi dalla Trinità, da quel darsi eterno del Padre al Figlio nell’Amore. L’essere fuori dalla Trinità è la morte. Poiché la vita è in quell’eterno “darsi reciproco” che verrà affidato ad altri.

 v.40: I prìncipi dei sacerdoti e gli anziani del popolo non hanno capito la logica di Dio, che non esita a donare il suo Figlio per la vita del mondo. Ma soprattutto non hanno capito che quei malvagi su cui invocano la morte sono loro. Proprio loro sono quei vignaioli omicidi che non esiteranno, nella passione del Signore, a mettere a morte Gesù. Ma in quei malvagi potremmo essere anche noi, perché nessuno, durante la passione di Gesù, si è schierato dalla sua parte o a sua difesa. A tutti e a ciascuno è rivolto quel che dice S. Pietro: “Questo Gesù che voi avete crocifisso”. E continua: “All’udire tutto questo si sentirono trafiggere il cuore” (cfr At 2, 36-37). Ci sentiamo noi trafiggere il cuore perché abbiamo partecipato alla crocifissione di Gesù? Chi di noi, sempre nel racconto della passione, si identifica e sente proprio quel grido della folla che urla: “Crocifiggilo!”?

 v.42: La domanda che Gesù pone ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo è una domanda che dobbiamo farci anche noi: “Non avete mai letto nelle Scritture?...” Per Gesù le Scritture testimoniano e dicono ciò che è fondamentale: “La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo. Dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri”. La logica dell’agire di Dio deve diventare la logica dell’agire ecclesiale. Ciò che è diventato testata d’angolo è opera del Signore. E ciò che è diventato testata d’angolo è una pietra scartata. La costruzione è retta dalla testata d’angolo, e se la testata d’angolo è la pietra scartata, evidentemente tutta la costruzione è retta in virtù di questo. A quando il considerare e il cogliere nelle nostre chiese il loro essere fondate su testate d’angolo in realtà scartate dai costruttori? Quando le nostre chiese lasceranno trasparire ciò che il Signore ha fatto? Come non riconoscere ciò che il Signore ha fatto nella chiesa dei poveri?

 v.43: Come dice il canto al vangelo, Gesù è la vite che porta frutto. Dall’albero della croce scaturisce la vita; dall’albero della croce nascono i germogli della nuova vita. Dalla croce di Gesù, dalla sua morte e dal suo fianco squarciato scaturisce per l’umanità il dono dello Spirito Santo, quel frutto che è in grado di portare frutto a sua volta. Dalla croce di Cristo si ha l’apertura al mondo dell’amore trinitario, l’apertura di Dio al fuori di Sé.