XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 07 Ott 19 Lectio Divina - Anno C

La lebbra ed i lebbrosi guariti
La lebbra è una malattia infettiva causata da un microorganismo, il Mycobacterium Leprae, che colpisce soprattutto la pelle e i tessuti di sostegno, come cartilagini, tendini e muscoli. Si tratta, in realtà, di una malattia oggi ben curabile, non particolarmente contagiosa, come, invece, si riteneva un tempo. Non essendo eccessivamente aggressiva, consente sopravvivenze molto lunghe, permettendo così di assistere al lento disfacimento dell’organismo, alla perdita progressiva della validità motoria e fisica ed anche ad un deturpamento estetico crescente, Da ciò, oltre che dall’ovvia paure del contagio, si originava la capacità emarginante della malattia nei confronti degli stessi familiari, ed ancor di più, della società civile e religiosa.

Nel caso, poi, del popolo di Israele, la situazione era aggravata dalla preoccupazione ossessiva per la purità e dalle sovrastrutture teologiche, che ritenevano la malattia una punizione per i peccati. La lebbra pertanto, con la sua carica di repellenza estetica, di paura del contagio e ribrezzo per le sicure colpe morali, portava all’emarginazione più assoluta dei malati, che diventavano dei veri paria,  esclusi dalla società, privi di mezzi di sostentamento, affidati alla carità dei familiari, se ne avevano, o di qualche persona generosa che trovavano nel loro cammino.

La legge (v. Levitico 13, 45 – 46), fissava rigide norme  per questi infelici: dovevano vivere fuori dei centri abitati, se incontravano qualcuno, dovevano fermarsi a distanza e, gridando a gran voce, segnalare la loro presenza; il sacerdote era l’unico giudice dello stato di purità o di malattia. Tutte queste cose sono puntualmente ricordate nell’episodio del nostro Vangelo.

Tale era il loro triste destino, ma, almeno, questo status miserabile permetteva di stabilire tra loro una particolare solidarietà, tanto da poter assistere alla nascita di questo sodalizio, altrimenti impensabile, fra nove giudei osservanti ed un samaritano; i Samaritani, infatti, erano considerati dai pii Israeliti degli impuri, eretici e comunque, dei soggetti da evitare accuratamente.

Nello stato di miseria in cui si trovavano non c’era più spazio per questi pregiudizi, quasi che la miseria costituisse una stimolo illuminante per i loro cuori e per le loro menti: solo perché accomunati dalla sventura, trovano il coraggio di invocare concordemente l’aiuto di quel Profeta, che, solo, li può salvare.

Una volta guariti, gli Ebrei sembrano dimenticarsi di tutto e scompaiono: viene in mente il refrain del salmo 49: “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono”. La prosperità, la salute, sono beni preziosi, ma comportano anche il rischio dell’incomprensione; sono come  filtri che coprono gli occhi, impedendo di riconoscere a pieno i valori più veri, ad esempio quelli della solidarietà, della misericordia e della riconoscenza; come continuamente va ricordandoci Papa Francesco, il nostro mondo occidentale straricco soffre proprio della lebbra dell’indifferenza.

La fede che salva: guarigione o salvezza?
“La tua fede ti ha salvato”: è una frase, quella letta oggi, che ricorre spesso nei vangeli. Sembrerebbe, quasi, che la fede fosse uno strumento così potente da poter forzare la mano di Dio; attenzione però, si dice “ti ha salvato”, non “ti ha guarito”. La guarigione può essere un’occasione, un segno fornito alla fede per condurci alla salvezza, ma non si identifica con questa; infatti, nelle storie narrate dalle letture di oggi, troviamo che tutti sono stati guariti, ma non tutti salvati.

La prima lettura racconta la storia di Naamàn, il generale del Re di Siria, che nella liturgia della Parola di questa domenica viene raccontata solo nella sua parte culminante, ma è, nel testo, assai complessa, ricca di personaggi (Naamàn, il Re di Siria, il Re di Israele, la servetta ebrea rapita, il servo di Naamàn, Eliseo, il servo di Eliseo) e con uno sviluppo complicato.

Il generale assiro ottiene la guarigione fidando nella parola del profeta, ma il suo cammino di fede non è semplice, né facile; inizialmente, vorrebbe anteporre la sua logica, i suoi piani alla pura accettazione della parola del Profeta; quando, infine, si piega all’accettazione umile e nuda della sua parola, si scopre salvato; molto più che guarito, perché, sì la sua pelle è diventata come quella di un bambino, ma , soprattutto, ha scoperto il Dio di Israele, il vero Dio, e ha deciso irrevocabilmente di destinare a Lui solo il proprio culto di adorazione.

Così anche noi, nella vita, potremo trovarci a soffrire di malattie più o meno gravi, potremo pregare per la nostra guarigione e, magari, ottenerla, oppure no, ma sempre, nella prosperità e nella salute, come nelle difficoltà e nella malattia dobbiamo fare lo sforzo di capire che, al di sotto di tutto, o forse meglio, al di sopra di tutto, c’ è un Dio che ci è Padre, che ci attende, che con-patisce, cioè partecipa a pieno alle nostre sofferenze, come alle nostre gioie: arrivare a questa consapevolezza ci inserisce già a pieno titolo nel cammino della Salvezza.

Nel secondo racconto di guarigione, nel capitolo 17 del Vangelo di Luca, ci troviamo addirittura di fronte a dieci lebbrosi risanati, ma seguendo il racconto potremo riconoscere che uno solo di essi sarà anche salvato, quello appunto, cui Gesù rivolge la frase: “la tua fede ti ha salvato”.

Dobbiamo concludere che gli altri nove non hanno avuto fede? Forse, invece, sono stati mossi sì dalla fede, ma da una fede solo superficiale, incompleta, interessata; effettivamente nel tono delle parole con cui si rivolgono al Signore, essi rivelano, se non altro, di riporre una grande aspettativa in Gesù; probabilmente lo conoscono per la fama dei suoi prodigi. Lo chiamano Epistate, che viene normalmente tradotto Maestro, ma forse, ha un significato anche più pregnante: Epistatos era un magistrato Ateniese, deputato alla custodia delle chiavi della città, oppure era l’ufficiale che comandava la difesa dei fianchi della falange macedone. Allora potremmo definirLo come Colui che sa di più di noi, che può più di noi ed è perciò in grado di dare concretezza alla sua Misericordia, che noi invochiamo.

Dunque partivano ed anche continuarono con il piede giusto, perché Gesù non li guarisce sull’istante con uno dei suoi gesti famosi, come già aveva fatto con un altro lebbroso all’inizio della sua missione, ma, in una certa misura, li mette alla prova, li invita semplicemente a presentarsi ai sacerdoti: è un discorso sicuramente promettente, ma non è ancora la constatazione della guarigione. Comunque essi vanno, anche senza la garanzia del miracolo già avvenuto e constatato. Poi, però, a guarigione ottenuta, si dileguano. Perché? Può essere chiarificante Il comportamento del samaritano, che, invece, torna e va a prostrarsi ai piedi del Signore. È un vero atto di adorazione: dall’evento materiale, fisico, della guarigione, egli sa risalire alla realtà Soprannaturale della Misericordia di Dio. In Gesù, è Dio che si è chinato su di lui; per gli altri lebbrosi guariti è successo il contrario: una volta riacquistato il benessere fisico, economico e sociale, tutto è stato dato per scontato, come sembra ricordarci sempre il salmista : “L’uomo nella prosperità non comprende…”

Riconoscenza e riconoscimento.
Queste due parole, usate nel linguaggio comune di fatto come sinonimi, hanno, in realtà un significato un po‘ diverso: la riconoscenza esprime un sentimento, l’atteggiamento mentale di chi ha ricevuto del bene verso chi ne è stato autore; per riconoscimento, intendiamo, invece, i mezzi con cui, in parole e/o in opere, questo senso di gratitudine si concretizza e si manifesta. Entrambe le parole, tuttavia, contengono, in radice, il significato di “conoscere”: la gratitudine e la capacità di ringraziare nascono dalla presa di coscienza precisa della grandezza e dell’importanza del bene che abbiamo ricevuto. Dobbiamo saper vivere con attenzione, con consapevolezza e con profondità gli eventi della nostra vita. È quello che forse, è mancato ai lebbrosi ebrei guariti; non credo che non avessero provato alcuna riconoscenza verso Gesù (fu talmente grande il bene da essi ricevuto!) ma, più probabilmente, hanno vissuto superficialmente anche questo episodio fondamentale della loro vita; non hanno capito che non si erano limitati ad incontrare un grande taumaturgo, ma attraverso di Lui avevano incontrato l’Autore stesso della vita: in una parola, la loro guarigione non aveva dato luogo alla salvezza!

C’è dunque un invito pressante per tutti noi a vivere la nostra storia con responsabilità, con attenzione, capaci di saper leggere in profondità gli eventi della vita e, quindi, con un continuo senso di riconoscenza verso Dio che, continuamente, ci attende per darci salvezza.

Facciamo nostro il richiamo che ci fa Paolo nella seconda lettera a Timoteo: “Figlio, ricordati di Gesù Cristo… Se siamo infedeli, Lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”. La nostra sofferenza, la malattia, il nostro peccato, non ci devono scoraggiare, perché possiamo contare sempre sulla sua misericordia fedele e puntuale. Per questo dobbiamo imparare a vivere la nostra vita con un continuo senso di gratitudine: è proprio questo il significato della parola Eucaristia (dal verbo greco eucarìzo rendere grazie) celebrazione del Sacrificio di ringraziamento: la nostra vita sia una continua Eucaristia!