XXXII Domenica del Tempo Ordinario

XXXII Domenica del Tempo Ordinario

Sab, 10 Nov 18 Lectio Divina - Anno B

Questo testo ci conduce in modo galoppante a cogliere, in tutti i suoi aspetti più drammatici, il contrasto tra la mentalità giudaica, ormai snaturata del significato più autentico della religiosità, e la proposta di Gesù, che vuole portare al significato originario il progetto di Dio per l’uomo.
Sono coinvolti elementi e figure fondamentali del culto giudaico: il sentimento religioso, il tempio di Gerusalemme e gli scribi, che dovrebbero essere i garanti dell’interpretazione della Legge.
Gesù vuole farci recuperare e vivere la profondità della relazione con Dio.

v.38: Gesù è il Maestro autorevole. La folla si mette alla sua scuola; poco prima viene specificato che lo ascoltava volentieri. L’ascolto è una componente essenziale, che in diversi punti viene richiamata da Gesù. Egli infatti invita ad essere ascoltatori attenti (Lc 8,16-18), facendo discernimento su quello che viene ascoltato. È un punto focale perché esso implica non solo la qualità dell’ascolto, ma anche l’atteggiamento irrinunciabile della sottomissione a quanto viene ascoltato, perché l’ascolto produca frutto.
Il comportamento degli scribi viene presentato da Gesù in tutto il suo drammatico paradosso. Infatti la ragione d’essere dello scriba come del fariseo doveva essere l’amore alla Legge, da custodire e trasmettere: essi avrebbero dovuto essere i facilitatori della relazione tra Dio e il suo popolo. Invece di provvedere a questo supremo e delicato compito essi hanno ridotto la Legge ad un minuziosissimo complesso di prescrizioni, rendendola un carico pesante, insostenibile, impossibile da portarsi, impedendo così che possa essere colta nel suo essere dono di Dio, consegnato all’uomo perché cresca nella sua relazione con Lui, raggiungendo la pienezza della sua statura di essere ad immagine e somiglianza di Dio. Questi «esperti» della Legge hanno fallito la loro missione: metaforicamente parlando, la loro freccia ha sbagliato bersaglio.

v.39: Il versetto sintetizza in poche pennellate la grande ambizione di questi «uomini della Legge», che hanno fatto di essa uno strumento per ricercare e affermare se stessi, primeggiando nell’inconsistenza: al centro di tutto è il loro Io, esposto all’ammirazione di tutti, come se fosse la splendida ruota di un pavone.

v.40: Siamo al pieno degrado. Infatti la categoria più debole, quella delle vedove insieme a quella dei bambini, che dovrebbe essere maggiormente tutelata e quindi oggetto di una cura privilegiata, qui viene calpestata senza alcun ritegno. Il termine usato «divorano» è fortissimo, perché fa pensare agli avvoltoi e alle iene che con bramosia aspettano la morte della preda, per farne il proprio cibo. Allo stesso modo i beni delle vedove sono guardati dai «custodi della Legge» con avidità per ingrossare il loro patrimonio. Quando Dio non è più l’orientamento della propria vita, si perde inevitabilmente la capacità di una giusta relazione anche con il prossimo.

v.41: L’atteggiamento di Gesù è importante. Il suo «sedersi» esprime l’attenzione incondizionata che Dio dà all’uomo: il cuore di Dio è perennemente rivolto all’uomo. Il «guardare» di Gesù è attenzione profonda, cura, trasparenza; è un andare oltre, perché non si ferma all’apparenza, al dato puramente esteriore. Il verbo utilizzato rimanda alla visione di Dio, cioè al «vedere con gli occhi di Dio e dalla parte di Dio», perciò è un guardare sapienziale, che va al cuore delle cose. La domanda sembra implicita: dove si trova il cuore dell’uomo?

v.42: Gesù ci offre uno spaccato delle viscere di misericordia del Padre, che si china sul debole, che ascolta il grido del povero. L’interesse di Gesù è tutto catturato dalla vedova che, secondo la mentalità di questo mondo, non è meritevole di attenzione. È uno sguardo di tenerezza, di tocco delicato, perché sa cogliere quello che l’uomo solitamente non è abituato a vedere, cioè il cuore, le vere motivazioni e intenzioni dell’agire. Si può capire la portata del gesto della vedova facendo riferimento al valore del Tempio per ogni giudeo. Il Tempio infatti era tutto: il luogo della presenza di Dio attraverso la Legge consegnata a Mosè e custodita nel «Santo dei Santi»; il luogo del sacrificio e dell’espiazione, che restituiva l’uomo ad una condizione di «purità». Sostenere finanziariamente il Tempio era fondamentale per perpetuare nel tempo la relazione con Dio. L’atto della vedova di gettare due monetine è piccolo e insignificante agli occhi del mondo, ma non lo è agli occhi di Gesù, tanto che su di esso convoglia l’attenzione dei discepoli, illustrandone il significato profondo. La donna sta dando quello che era importante per lei per vivere. Con il suo gesto sta dicendo che la sua vita è Dio, svelando che è Dio il suo assoluto. È l’assoluto di questa donna a fermare l’attenzione di Gesù. Il suo obolo è carità, generosità, frutto di sacrificio.

vv.43-44: Gesù «chiama s sé» gli Apostoli, come se fosse una seconda chiamata, che va in profondità. La chiamata contiene una vocazione specifica: la vocazione del discepolo è di avere Dio come assoluto. La povera vedova, a differenza degli esperti della Legge, è la discepola, la fedele serva del Signore. Gesù ha letto il cuore della donna, la sua intenzione di amare e servire Dio. Egli attira a sé i discepoli per insegnare loro che la sequela non è solo fisica, ma assimilazione progressiva dei sentimenti e dei pensieri del Figlio, orientati al compimento della volontà del Padre.