La Celebrazione Eucaristica "passo passo", tra segni e simboli - L'Altare

La Celebrazione Eucaristica "passo passo", tra segni e simboli - L'Altare

Gio, 11 Gen 18 Formazione liturgica

L’altare ha una sua preminenza nello spazio liturgico e una simbologia molto importante che motiva la venerazione che gli si deve.

In tutte le religioni esso è il luogo del sacrificio, come sta a significare la radice del suo nome in ebraico (zabah - sacrificare, radice di mizbeah – altare).

In Israele l’altare è segno della presenza divina, si trova ovunque si offra un sacrificio, ad esso si attribuiscono inoltre nomi simbolici, come leggiamo in Genesi 33, 20: “Giacobbe eresse un altare e lo chiamò El, Dio d’Israele” e nel capitolo 35, 1-7: “Giacobbe costruì un altare e chiamò quel luogo El-Betel, perché là Dio gli si era rivelato, quando sfuggiva al fratello”.

Riguardo alla collocazione, generalmente, sempre nei paesi medio orientali l’altare si trovava all’esterno piuttosto che all’interno dei templi antichi; di solito il luogo veniva fissato sui luoghi più alti di Canaan dove non esistevano templi. Gli altari trovati in questi posti sono di pietra (quello che è descritto dal libro dell’Esodo al cap. 20, 24 rappresenta la forma più antica di altare israelita). Con il passare del tempo l’altare degli olocausti acquista grande importanza nella vita religiosa d’Israele. Sono numerosi i Salmi che sottolineano l’importanza che occupa nel cuore dei fedeli; ricordiamo il salmo 26,6: “Lavo nell’innocenza le mie mani e giro attorno al tuo altare” o anche il salmo 84,4: “Anche il passero trova la casa, la rondine il nido dove porre i suoi piccoli, presso i tuoi altari, Signore degli eserciti”. Esempi che esprimono il legame esistente tra la vita dei credenti e l’altare, segno di comunione sancita dall’offerta materiale e dall’atteggiamento del fedele pronto ad obbedire al volere di Dio.

Nei tempi più remoti non sembra però che l’altare fosse usato per bruciare animali o parti di esse in onore alla divinità; l’offerta veniva compiuta versando sull’altare il sangue della vittima, simbolo di vita. Così si racconta di Mosè in Esodo 24,6ss. quando spruzza metà del sangue della vittima sull’altare e l’altra metà sul popolo; con questo gesto il popolo entra in comunione con Dio, parla con Lui, sa di appartenere al Creatore di tutto[1].

Romano Guardini a tale proposito nota che: “L’uomo può disporre delle cose solo se Dio glielo concede. L’animale può essere immolato solo davanti all’altare, non perché Dio ha bisogno di sangue, ma perché ogni vita gli appartiene”[2].

Gesù dà significato al culto antico e vi pone anche termine. Nel nuovo tempio, che è il suo corpo (Cf Gv 2,21), non c’è altro altare che Lui (Cf Eb 13,10). Infatti è l’altare che santifica la vittima (Cf Mt 23,19); e quando Egli si offre, vittima perfetta, è Egli stesso a santificarsi (Cf Gv 17,19), perché ed è ad un tempo sacerdote ed altare. Comunicare quindi con il corpo e con il sangue del Signore significa comunicare con l’altare che è il Signore, significa condividere la sua mensa (Cf 1Cor 10, 16-21).

Per questo motivo nella Chiesa la mensa è segno venerabile, la cui funzione richiama la mensa del Cenacolo, dove il Signore Gesù celebrò ritualmente la Pasqua e comandò ai discepoli di ripetere gesti e parole in sua memoria.

Nei primi secoli della Chiesa però la mensa eucaristica non viene considerata altare. I Padri antichi, come Origene e Minucio Felice, disdegnavano altari e templi, per l’associazione che essi avevano con il culto pagano. A partire dal IV secolo la mensa sembra mantenere il giusto equilibrio tra l’aspetto sacrificale e quello conviviale; anche perché l’eucaristia è stata istituita da Cristo come cena nel contesto del banchetto pasquale degli ebrei.

Quando si dice “pasquale” s’intende “sacrificale”, perché memoriale della beata passione di Cristo. Per questo motivo la tradizione della Chiesa non parla solo di altare, ma anche di mensa[3]. L’altare è dunque simbolo di Cristo: per questo viene incensato, illuminato con ceri, trattato con devozione e baciato più volte dai ministri durante la celebrazione eucaristica; i fedeli dinanzi ad esso chinano la testa proprio per il richiamo al Signore Gesù morto e risorto, pietra su cui siamo edificati e da cui siamo nutriti.

È opportuno ricordare la considerazione profonda che avevano i cristiani della Chiesa antica riguardo all’altare. Motivo di tale venerazione era il sacrificio di Cristo che vi si celebrava. Giovanni Crisostomo lo esprime con chiarezza in uno dei suoi scritti: “Il mistero di questo altare di pietra è stupendo. Per sua natura, la pietra è solo pietra, ma diventa sacra e santa per il fatto della presenza di Cristo. Ineffabile mistero senza dubbio, che un altare diventi in un certo modo Corpo di Cristo”.

Nella disciplina antica nulla perciò doveva essere posto sull’altare che non fosse pertinente al Sacrificio. Sempre in rapporto a questi criteri venivano compiuti anche alcuni atti solenni della vita: si affrancavano dinanzi all’altare i servi della gleba; sull’altare si faceva l’oblazione dei bambini per consacrali allo stato monastico; si dava forza al giuramento toccando la mensa dell’altare; si mettevano sulla mensa alcune missive importanti; le vendite, le donazioni, gli atti più impegnativi della vita.

Nella Chiesa dei primi secoli l’altare era unico ovunque; questa regola che la Chiesa greca e i riti orientali hanno sempre conservato, in occidente cominciò ad essere intaccata dal tempo di Papa Simmaco (+514). Vi contribuì l’estendersi del cristianesimo nelle campagne, il numero crescente dei sacerdoti che celebravano anche più volte al giorno, il culto dei martiri e poi dei confessori ai quali si dedicavano gli altari, il moltiplicarsi delle messe private di suffragio. A partire dal VI secolo ci sono parecchi altari in una stessa Chiesa. Ma va detto che se la prassi della Chiesa latina ammise una pluralità di altari, non perdette mai di vista l’ideale di unicità dell’altare cristiano, poiché distinse sempre l’altare maggiore dagli altri minori [4].

Con l’avvento della pace costantiniana, l’altare presenta caratteristiche precise: viene costruito prevalentemente con materiali solidi (pietra, marmo, metalli pregiati); viene fissato stabilmente al suolo ed è associato alle reliquie dei Martiri.

Difatti i costruttori delle Basiliche cimiteriali romane del IV-VI secolo hanno arricchito di simbolismo la mensa eucaristica vedendoci un legame tra il corpo dei martiri e l’altare dove si celebrava il sacrificio, legame suggerito dal libro dell’Apocalisse: “Quando l’agnello aprì il quinto sigillo, vide sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della Parola di Dio e della testimonianza che avevano resa” (Ap 6,9). Un tempo non si poteva celebrare la Messa se non c’erano le reliquie dei martiri incastonate nella pietra dell’altare (consuetudine oggi non più osservata rigorosamente).

Come nell’antico tempio il sangue delle vittime era versato ai piedi dell’altare, noi celebriamo l’eucaristia sulla mensa che è Corpo del Signore e insieme sangue dei martiri; è il sangue di Cristo e quello dei cristiani che ci hanno preceduto e sono stati in comunione con Gesù. Nel Rito di Dedicazione della Chiesa e dell’altare le Premesse al n. 156 sottolineano: “Non sono dunque i corpi dei martiri che onorano l’altare, ma piuttosto è l’altare che dà prestigio al sepolcro dei martiri… come per indicare che il sacrificio dei membri trae principio e significato dal sacrificio del Capo”. Al n. 153 ancora è interessante leggere: “Se vero altare è Cristo, anche i discepoli, membra del suo Corpo, sono altari spirituali, sui quali viene offerto a Dio il sacrificio di una vita santa”. Interpretazione condivisa da molti Padri; infatti S. Ignazio d’Antiochia scrive: “Lasciatemi questo solo: che io sia immolato a Dio, finché l’altare è pronto!”. E San Gregorio Magno: “Che cos’è l’altare di Dio se non l’anima di coloro che conducono una vita santa? A buon diritto, quindi, altare di Dio viene chiamato il cuore dei giusti”. Secondo un’altra immagine usata dagli scrittori ecclesiastici, i fedeli che si dedicano alla preghiera, che fanno salire a Dio le loro implorazioni, sono essi stessi pietre vive con le quali il Signore Gesù edifica l’altare della Chiesa.

Radunarsi attorno all’altare, per coloro che credono, significa ritrovarsi attorno a Cristo per attingere alla fonte che dona la vita. I Padri ricordano che la mensa è la roccia da cui secondo l’antico racconto biblico (Cf Es 17,5; Nm 20,7-11) scaturì l’acqua nel deserto; quella roccia di cui parla anche S. Paolo, dicendo che “era Cristo” (1Cor 10,4): pietra di fondamento o pietra d’angolo dell’edificio. La mensa diventa allora il corpo di Cristo da cui scaturisce l’acqua che disseta, da cui proviene ogni benedizione e da cui riceviamo consolazione. Sono queste caratteristiche a renderla centrum laudis et gratiarum actionis (centro della lode e del rendimento di grazie) della comunità cristiana; luogo privilegiato della presenza del Signore, luogo attorno al quale si costruisce la comunione e si esprime l’unità della Chiesa.

Tratti questi che si trovano bene indicati nella Preghiera della Dedicazione di un altare: “Sia luogo di intima comunione con te, Padre, nella gioia e nella pace, perché quanti si nutrono del corpo e sangue del tuo Figlio, animati dallo Spirito Santo, crescano nel tuo amore. Sia fonte di unità per la Chiesa e rafforzi nei fratelli riuniti nella comune preghiera, il vincolo di carità e di concordia”[5]. Questa bella preghiera sottolinea l’atteggiamento di comunione che deve caratterizzare la vita di ogni singolo fedele, una vita che nutrita della Parola di Dio e del Corpo di Cristo diventa a sua volta lode e manifestazione della bontà del Signore.

Il rito della Dedicazione dà inoltre precise indicazioni sull’erezione di un altare. Il n. 157 ad esempio esplicita l’opportunità che in ogni Chiesa Parrocchiale ci sia un altare fisso. Negli altri luoghi destinati alle celebrazioni l’altare può essere fisso o mobile. Al n. 158 si legge che è bene poi che nelle nuove Chiese venga costruito un solo altare, l’unico altare presso il quale si riunisce come in un solo corpo l’assemblea dei fedeli, poiché è segno dell’unico Salvatore Gesù Cristo e dell’unica eucaristia della Chiesa. Dovrà essere anche ben visibile e veramente degno; a partire da esso devono essere pensati e disposti i diversi spazi liturgici.

Se l’altare simboleggia Cristo non può essere dedicato che a Dio soltanto, perché a Lui solo viene offerto il sacrificio eucaristico, a Lui offriamo non solo i beni della terra ma la stessa nostra vita che da Lui è donata e a Lui ritorna.

È bello riprendere quanto scrive Romano Guardini sulla mensa eucaristica, centro di attrazione di cui Dio si serve per stare con l’uomo: “Dio ha nostalgia di noi, desidera la sua creatura e la cerca. La vuole presso di sé. Le parole di Cristo sulla croce: Ho sete (Gv 19,28) esprimono una sofferenza fisica, ma non solo quella. Al pozzo di Giacobbe, quando i discepoli lo pregano con insistenza di cibarsi delle vivande che hanno portato con sé, egli risponde: Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato (Gv 4,34). Misteriose sono la fame e la sete di Dio: ricevere l’eucaristia non significa che ci nutriamo del Dio vivente, ma che il Dio vivente ci attrae a sé. Non vogliamo dilungarci su una realtà così sacra e nascosta. Ma occorre ricordare che esiste un mistero d’amore e comunione con Dio, e quel mistero si compie sull’altare”[6].

Non ci sono ulteriori parole da aggiungere, c’è solo da contemplare quello che è dinanzi ai nostri occhi: guardare l’altare come presenza; una presenza che esige capacità di andare oltre il sensibile. Significa educarci al Silenzio di Dio che si esprime attraverso segni e simboli.

Nel rito Siriaco e Maronita i ministri, a conclusione della celebrazione, baciando l’altare lo salutano con un inno di rendimento di grazie per la nuova alleanza del Cristo più eloquente del sangue di Abele (cf Eb 12,24); alleanza che si celebra appunto accostandosi al Dio vivente, ovvero all’altare santo, alla mensa che ridona la vita: “Rimani nella pace, altare santo del Signore. Io non so se mi sarà dato di ritornare da te, ma il Signore mi conceda di rivederti nell’assemblea dei primogeniti scritti nei cieli; poiché in quest’alleanza io ripongo la mia fiducia. Rimani nella pace, altare santo e santificatore. Il corpo e il sangue che ho ricevuto da te mi ottengano la remissione dei peccati e la sicurezza davanti al tremendo tribunale del nostro Signore e Dio, per sempre. Rimani nella pace, altare santo di Dio, mensa della vita. Intercedi per me, perché io non lasci di pensare a te, ora e nei secoli dei secoli. Amen”.

 

[1] Cf AA.VV., L’altare, in Dizionario di Teologia Biblica, Marietti 1984, 38.

[2] R. GUARDINI, Il Testamento di Gesù, Vita e pensiero, Milano 1993, 63.

[3] Cf AA.VV., Dedicazione della Chiesa e dell’altare, in Anamnesis, Sacramentali e benedizioni 2, Marietti 1992, 103.

[4] Cf M. RIGHETTI, Manuale di Storia Liturgica, Vol. I, editrice Ancora, 1950, 416.

[5] Rito di Dedicazione della chiesa e dell’altare, 107.

[6] R. GUARDINI, Il Testamento di Gesù, o.c. 64.