Quaresima …

Quaresima …

Gio, 08 Feb 18 Formazione liturgica

Lo sappiamo, significa 40 giorni; quaranta giorni in cui tutti noi siamo invitati a prepararci alla Pasqua annuale, centro dell’anno liturgico, mistero fondante della fede cristiana. La Quaresima è, dunque, un itinerario che ha una meta ben precisa: la Pasqua. Per questo l’Inno all’Ufficio delle letture del tempo di Quaresima ci fa cantare così: “Protési alla gioia pasquale sulle orme di Cristo Signore, seguiamo l’austero cammino della santa Quaresima”.
La Quaresima trova la sua ragion d’essere nella Pasqua. Considerata come un tempo a sé stante, come periodo di sforzo e di mortificazione, rischia di offrire una visione distorta della vita cristiana e, conseguentemente, della spiritualità cristiana.

Anche dal punto di vista storico, l’orientamento pasquale della Quaresima è sempre stato evidente. La celebrazione della Pasqua nei primi tre secoli della vita della Chiesa non aveva un periodo specifico di preparazione. La comunità cristiana viveva così intensamente l’impegno cristiano fino alla testimonianza del martirio, da non sentire la necessità di un periodo di tempo per rinnovare la conversione già avvenuta col Battesimo. Per contro, fin dal II secolo la Chiesa organizzava la cosiddetta “cinquantina pasquale”, il prolungamento gioioso della Pasqua nelle sette settimane che andavano dalla domenica di Risurrezione alla domenica di Pentecoste. Quando, dopo il decreto sulla libertà religiosa di Costantino (313), si incomincia a registrare una minore tensione nei confronti della fede, la Chiesa avverte la necessità di istituire un congruo periodo di tempo per richiamare i fedeli ad una maggiore coerenza con il Battesimo: nascono così le prescrizioni penitenziali riguardanti il periodo immediatamente precedente alla Pasqua. Anche in occidente, di queste prescrizioni abbiamo qualche testimonianza diretta: la pellegrina Egeria (385) per la Spagna; sant’Agostino per l’Africa; sant’Ambrogio per Milano. In ogni caso, alla fine del IV secolo la Quaresima appare strutturata così come la conosciamo noi oggi: un periodo di 40 giorni caratterizzato dal digiuno e da altre pratiche penitenziali vissute in preparazione alla Pasqua.

Anche l’eucologia dell’attuale Messale Romano sottolinea ripetutamente il carattere preparatorio della Quaresima in rapporto alla Pasqua. A titolo esemplificativo, basti citare il testo del primo prefazio quaresimale: “Ogni anno tu doni ai tuoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua, perché, assidui nella preghiera e nella carità operosa, attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo tuo Figlio, nostro salvatore”. In altre parole possiamo dire così: la Quaresima è un cammino penitenziale verso la Pasqua in cui la Chiesa, santa nel suo capo Cristo, ma peccatrice nei suoi membri, è invitata al ricordo del Battesimo: origine della sua vocazione alla santità e della sua chiamata alla conversione permanente.

A partire dalla pagina del Vangelo di Matteo che viene proclamato il Mercoledì delle Ceneri (Mt 6,1-6.16-18) la Chiesa, da tempo immemorabile, ha articolato la pratica della penitenza quaresimale in una triade di opere: il digiuno, la preghiera e l’elemosina (linguaggio emblematico per dire realtà più ampie del termine usato). Queste tre opere, come ci insegna la tradizione patristica, vanno viste in modo complementare. Nel V secolo dice S. Pietro Crisologo: “Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola e ricevono vita l’una dall’altra. Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia è la vita del digiuno. Nessuno le divida, perché non riescono a stare separate. Colui che ne ha solamente una o non le ha tutte e tre insieme, non ha niente. Perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia” (Discorso 43). La storia ci insegna che queste tre opere di penitenza sono state da sempre tenute in altissima considerazione dalla Chiesa. E anche ai giorni nostri, pur tra mille difficoltà, la Chiesa non rinuncia a riproporre questa prassi penitenziale così profetica, che offre una precisa visione dell’uomo, potremmo dire una vera e propria antropologia. Questa antropologia pone l’uomo di fronte alle sue tre origini – Dio, innanzitutto, e poi il cosmo, e la società – e lo invita a intrattenere con ciascuna di esse legami autentici.

Il digiuno invita l’uomo a regolare quella funzione che costituisce una memoria concreta della sua origine cosmica: la funzione dell’alimentarsi. In effetti, l’essere dell’uomo non può sussistere e svilupparsi in modo armonioso se non si alimenta con moderazione, se cioè non mantiene una giusta relazione di scambio con i diversi elementi del cosmo dai quali è emerso nel corso dell’evoluzione, ovviamente a partire dalla creazione. Il digiuno dice all’uomo di prendere sul serio la dimensione biochimica della sua persona per non incorrere nel male fisico e morale della malattia. Ci sono diversi modi per disprezzare questa dimensione: darsi a pratiche ascetiche eccessivamente dure, ignorare i segnali di allarme che lasciano l’organismo affaticato… Per contro, esistono diverse modalità di dare troppa importanza alla dimensione fisica dell’essere umano: prestare un’attenzione esagerata al minimo sintomo di malattia, essere incapaci di educare e magari di frenare la soddisfazione di ogni bisogno che si sente nel corpo… In realtà, instaurare un rapporto equilibrato con la nutrizione è difficile, soprattutto nel nostro contesto socio-culturale segnato dal consumismo più sfrenato. Non è certamente casuale che la prima tentazione di Adamo sia stata quella di mangiare il frutto dell’albero del bene e del male, così come la prima tentazione di Gesù, nuovo Adamo, sia stata di trasformare magicamente delle pietre in pane per soddisfare il proprio bisogno di alimentarsi. Non è neppure casuale, al contrario, che il sacramento per eccellenza della salvezza sia il pasto eucaristico, nel corso del quale l’avidità dell’uomo è convertita in umile comunione con il corpo del Risorto. Proponendo il digiuno nel tempo quaresimale la Chiesa dà prova di grande sapienza, in quanto induce ogni cristiano a verificare il rapporto tra il proprio corpo, le sue esigenze correttamente intese e il senso generale della vita e dei suoi valori veri, con il senso di gioia, di serenità e di riservatezza evocato nelle letture della Messa di oggi.
Ai giorni nostri poi, il digiuno, oltre che riguardare il rapporto con il cibo, può senz’altro essere riferito ad altri tipi di esperienze molto comuni. Pensiamo per esempio al nostro rapporto con la TV e i social media, di cui a volte c’è consumo eccessivo. Oppure pensiamo al rapporto con tutto ciò che concerne il mondo della moda (abbigliamento e arredamento), per il quale spesso ci lasciamo andare a spese futili e eccessive. Si tratta di due esempi. In realtà, ci sono molte altre situazioni della nostra vita che richiederebbero una diversa regolamentazione, che richiederebbero, appunto, un digiuno (uso del tempo, del denaro, spettacoli, mass media ...). Il digiuno, il sacrificio volontario, la rinuncia a qualche cosa di pur legittimo, dopo aver assolto i doveri di giustizia, può avere diverse motivazioni cristiane: l’educazione della volontà, la condivisione delle sofferenze di Gesù, la penitenza per i propri peccati e, come si diceva, la carità, l’elemosina.

L’elemosina, appunto, che obbliga l’uomo a tener presente l’altro riferimento, ossia la società, e a tenerne conto nella persona dei suoi membri più fragili. Ogni uomo è membro della società in cui è nato, ha un posto ben preciso in questo mondo. Egli non è un’isola, vive con gli altri. Le opere di carità fraterna sono il gesto nel quale il cristiano, avvertendo la sua responsabilità nei confronti del mondo in cui vive, spesso segnato da ingiustizie che creano miseria, si lascia toccare dalla fragilità altrui. Le opere di carità sono la risposta pronta ai due imperativi morali che raggiungono la coscienza dell’uomo fin dalla notte dei tempi: “Sii solidale con questo mondo che ti ha trasmesso la vita! Sii responsabile del tuo fratello!”. La Chiesa, maestra di vita, proponendo in Quaresima l’elemosina come opera penitenziale, invita il cristiano a vivere nella compagnia degli uomini con spirito di responsabilità e di solidarietà. Con l’elemosina e con la vita di carità e di solidarietà, la penitenza quaresimale, ripetiamo, ci aiuta anche ad educare la volontà. E la stessa Enciclica Deus caritas est del Papa Benedetto XVI ci aiuta a capire che il nostro atteggiamento fondamentale verso gli altri deve essere di amore.

La preghiera, terza opera della prassi penitenziale quaresimale, guida l’uomo a dare al rapporto con Dio tutta la rilevanza che gli spetta. La sacra Scrittura testimonia che la preghiera è anzitutto ascolto; essa infatti non è tanto espressione dell’umano desiderio di auto-trascendimento, quanto piuttosto accoglienza di una presenza, relazione con un Altro che ci precede e ci fonda, e dà senso alla nostra vita. L’ascolto costituisce l’atteggiamento fondamentale dell’uomo orante, che dice la sua apertura totale di accoglienza e di adesione a Dio che parla. “Nessuno ha mai visto Dio” si legge nel vangelo di Giovanni, ma “Dio ha parlato più volte e in vari modi ai padri per mezzo dei profeti e ultimamente per mezza del Figlio suo” (Eb 1,1). L’ascolto è l’atteggiamento antropologico richiesto dalla rivelazione che ci pone di fronte non tanto ad un messaggio quanto piuttosto ad un interlocutore unico, ad un Tu che si rivolge agli uomini, che apre e porta avanti un dialogo. L’ascolto è una preghiera, perché pone Dio al centro. Per questo il libro di Samuele afferma che “ascoltare è meglio dei sacrifici” (1 Sam 15,22) e il libro dei Re afferma che è essenziale per il credente avere “un cuore che ascolta” (1 Re 3,9). In definitiva pregare significa intrattenere un dialogo, vale a dire un reale rapporto, con la nostra Origine, con Dio, che tutti ci ama e a tutti provvede. Ascoltare, dunque, contemplare, lodare il Signore, ringraziarlo, e impetrare, chiedere ciò di cui in buona coscienza riteniamo di avere bisogno, da soli, con i familiari, con tutta la comunità.

Digiuno, elemosina, preghiera sono la declinazione più normale della penitenza cristiana. Nel contesto della Quaresima è importante che queste opere penitenziali assumano una connotazione ecclesiale, meglio ancora “eucaristica”, per evitare il rischio che esse siano vissute in modo individualistico, quasi a prescindere dall’Eucaristia domenicale. Occorre saper raccordare le pratiche di penitenza con l’Eucaristia celebrata nel giorno del Signore, a partire dalla quale trovano il loro senso più autentico il digiuno, l’elemosina e la preghiera. La celebrazione eucaristica è capace di far percepire come le opere penitenziali siano anzitutto e soprattutto “gesti di fede”, di apertura a Dio, e come esse appartengano alla Chiesa in quanto tale che, preparandosi alla celebrazione della Pasqua, avverte la necessità di intraprendere un serio cammino di conversione. Il compiere opere penitenziali, anche gravose sotto il profilo dell’impegno personale, non serve se non si ha chiaro qual è il fine che le orienta: la comunione con Dio mediante l’adesione vitale all’Agnello immolato, ciò che appunto l’Eucaristia ci fa vivere ogni domenica.

È questo l’impegno che ci proponiamo e la grazia che chiediamo al Signore, per questa Quaresima e per la migliore preparazione della Pasqua.

Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima 2018