
Domenica di Pentecoste - Messa del giorno
Mar, 19 Mag 26 Commento alla Parola - Anno A
Il Vangelo di oggi ci riporta a Gerusalemme nello stesso giorno della resurrezione di Cristo. Giovanni ha appena terminato di raccontare quello che era successo nella prima parte del giorno: il ritrovamento della tomba vuota, la testimonianza della Maddalena, l’unica donna audace che aveva avuto il coraggio di recarsi al sepolcro alla ricerca del suo amato perduto. È giunta la fine della giornata, è sera, e i discepoli sono riuniti in un luogo imprecisato per nascondersi, per cercare di sottrarsi al pericolo.
“La sera di quello stesso giorno”… non è di poco conto questa indicazione temporale, perché sta a significare che il giorno della risurrezione diventa subito, senza indugi, anche il giorno del dono dello Spirito e del mandato missionario a quella piccola ed impaurita comunità cristiana.
Gli Atti degli Apostoli ci dicono che il gruppo dei discepoli, con Maria e altre donne, era di circa 120 persone. Avevano paura, erano delusi e avevano chiuso le porte e il cuore a quelli di fuori, sentiti come nemici perché avevano ucciso il loro Maestro. Tentazione ricorrente anche oggi, quella del “noi contro gli altri”…
è a questo punto che Gesù, dopo i giorni della passione, torna dai suoi e si rende presente ai discepoli. Precisamente, “stette in mezzo a loro”.
In mezzo!
Non da una parte, né davanti, ma in mezzo, a rendere fisicamente visibile la necessità di essere gruppo, di fare comunità.
La prima parola del Risorto alla Chiesa (ormai abbiamo capito che di questo si tratta) è sulla pace: “Pace a voi”, Shalom. Non è un semplice saluto, un augurio; è molto di più! È un dono effettivo di pace, l’affermazione di una realtà già presente tra loro.
Pace è vita piena, armonia interiore in se stessi e con gli altri; è la salvezza che si fonda sulla certezza che Lui ha vinto il male e la morte. Gesù stesso lo aveva promesso: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come la dà il mondo io la do a voi” (Gv 14, 27).
Mentre pronuncia queste parole, mostra le mani e il costato, segnati dalla violenza della croce, infatti la pace di cui parla Gesù non è una finta che si stende come un tappeto sulla polvere, nascondendo ingiustizie, violenza e oppressione. I segni che mostra sul corpo mentre la dona ci dicono che si tratta di una pace che con quelle ferite deve fare i conti.
Dunque, Gesù le mostra, le sue ferite. Forse è un invito rivolto anche a noi, quando abbiamo paura di mostrarle e magari ci sentiamo più protetti nascondendole…
I discepoli riconoscono Gesù immediatamente e senza riserve e – dice Giovanni - “gioirono”. La fede consente loro di superare l’altrimenti incomprensibile dato fisico e gioiscono, perché intravedono la concreta possibilità di realizzazione del loro progetto di vita, basato sul Signore Risorto. Avvertono cioè la possibilità di poter continuare a vivere secondo quanto hanno imparato dal loro Maestro, in un mondo non basato sulla forza, ma sulla condivisione e il servizio, che essi dovranno contribuire a costruire.
Ed ecco il mandato alla piccola comunità riunita: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi!”. È la conclusione dei tre anni di catechesi che avevano vissuto insieme ed alla quale Gesù li aveva preparati. Piccola parolina, ma grandissimo il significato di quel “come”. Non è un semplice confronto fra due azioni di invio, ma la sottolineatura della forte continuità di un’unica missione: quella ricevuta da parte del Padre da Gesù per primo, ora è affidata ai suoi discepoli. È la stessa missione, con le stesse caratteristiche e lo stesso contenuto, e proviene da Dio.
è appena il caso di sottolineare qui che l’invio riguarda tutti i discepoli, quelli presenti a Gerusalemme e quelli futuri, di tutte le epoche e di tutte le zone geografiche.
“Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo”. All’incarico segue il dono dello Spirito Santo. Gesù soffia sui discepoli il suo respiro, che non è più alito di uomo, ma Spirito Santo. In un certo senso l’atto di soffiare è assimilabile a quello del respirare, proprio perché Gesù è di nuovo vivo e respira, non è un fantasma! Questo gesto di alitare riproduce quello primordiale della creazione dell’uomo (Gen. 2, 7), gesto con il quale il Creatore aveva alitato nell’uomo il soffio che fa vivere. Il verbo suggerisce che anche qui si tratta di una nuova creazione, perché Gesù, risorto e glorificato, comunica lo Spirito che fa rinascere l’uomo, concedendogli di condividere la sua comunione con il Padre. “Ricevete lo Spirito” dice Gesù, cioè: accoglietelo come un dono; il dono della vita piena. E questo soffio che entra in noi e si unisce al nostro soffio ha come primo effetto il perdono dei peccati.
“A chi perdonerete i peccati saranno perdonati, a chi non li perdonerete non saranno perdonati”. Parole impegnative rivolte a tutti i presenti. Che sentimenti si agitavano in essi? Probabilmente un astio incontenibile per il tradimento di Giuda; forse molti avrebbero anche voluto rinfacciare a Pietro il suo tradimento… Le donne poi potevano pensare con un certo disprezzo alla vigliaccheria mostrata dagli uomini di fronte al pericolo… Non dimentichiamo poi che Giacomo e Giovanni avrebbero voluto sedere uno a destra e uno a sinistra del Maestro.
È una bella carrellata di sentimenti che più o meno apertamente abbiamo provato qualche volta, stiamo provando adesso o viviamo situazioni suscettibili di farceli provare in futuro. Ma Gesù per il suo annuncio ha bisogno di una comunità ricca della presenza salvifica di Dio, riconciliata, in piena armonia, dove circoli davvero il perdono. Solo una comunità pervasa da questi sentimenti può essere capace di annunciare la paternità universale di Dio, che accoglierà tutti al termine della vita di ciascuno.
Impariamo quindi a perdonarci reciprocamente, a lasciarci rimodellare dallo Spirito del Risorto e saremo davvero donne e uomini “pasquali”. Perché questo è la Pentecoste: la festa della liberazione che la Pasqua ci ha donato, rendendoci capaci di quella docilità allo Spirito che rende feconde le nostre vite e trasfigura anche le fatiche quotidiane.
