I Domenica di Avvento

I Domenica di Avvento

Mar, 24 Nov 20 Lectio Divina - Anno B

Il tempo di Avvento è un tempo breve, ma intenso. Inizia con i primi vespri della prima domenica d’Avvento e termina immediatamente prima dei primi vespri di Natale. È il tempo nel quale la liturgia ci fa vivere l’attesa per la venuta del Signore. Egli è venuto una prima volta nel nascondimento e nella debolezza della carne, duemila anni fa, nell’umile mangiatoia di Betlemme; verrà nella gloria alla fine dei tempi per consegnare il Regno al Padre. Tra queste due venute ogni uomo fa l’esperienza di una venuta intermedia, quando alla fine del proprio pellegrinaggio terreno incontrerà faccia a faccia il Signore. Il tempo d’Avvento è dunque celebrazione dell’attesa per il Signore che è venuto, che verrà alla fine dei tempi e alla fine della nostra vita terrena. La liturgia concentra la sua attenzione sulla venuta ultima nella prima parte del tempo d’Avvento, mentre nei giorni precedenti il Natale, dal 17 al 24 Dicembre, si concentra sulla prima venuta nella quale il Verbo si è fatto carne.

Il filo rosso che percorre le letture bibliche e i testi eucologici di questa prima domenica d’Avvento è il tema della vigilanza per la venuta del Signore.

Ambientazione della pericope evangelica

La pericope di questa prima domenica di avvento, anno B, è tratta dal cap. 13 del Vangelo di Marco, il quale è occupato interamente da un discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli sul monte degli ulivi, rispondendo ad una loro domanda: “Di’ a noi: quando accadranno queste cose e quale sarà il segno quando tutte queste cose staranno per compiersi?” (v. 4). Il tema dominante è quello della “fine” (cfr vv. 7; 13). Per questo motivo si è soliti indicarlo col titolo di discorso escatologico. Talvolta viene anche chiamato Piccola Apocalisse, in contrapposizione alla Grande Apocalisse di Giovanni, o Apocalisse sinottica, in relazione alle altre due versioni di Mt 24-25 e Lc 21. Il termine apocalisse significa “rivelazione” e in quanto forma letteraria un’apocalisse si propone di rivelare le cose nascoste. Alcune apocalissi, come quelle di Mc 13, descrivono importanti eventi storici che poi sfociano in una trasformazione cosmica. Poiché il loro contenuto spesso riguarda le “ultime cose” (morte, risurrezione, giudizio, premio e punizione, vita nell’aldilà), si dice che le apocalissi trattano dell’escatologia (lo studio delle “cose ultime”).

Nell’apocalisse di Marco, Gesù è presentato come il rivelatore del futuro e del regno dei cieli. L’ambientazione per questa rivelazione (13,1-4) è il monte degli Ulivi di fronte al complesso del Tempio di Gerusalemme. Gesù risponde alla domanda postagli da quattro dei suoi discepoli su "quando accadranno queste cose". La conversazione passa rapidamente dalla predicazione di Gesù sulla distruzione del Tempio al corso degli eventi futuri e alla grande trasformazione cosmica che accompagnerà la venuta del regno di Dio in tutta la sua pienezza.

Nella prima parte del discorso (13,5-13), Gesù parla di quelli che cercheranno di impersonare lui, nonché di guerre, terremoti e carestie, che però saranno solo “l’inizio dei dolori [del parto]” (vv. 5-8), e passa ad avvertire che i suoi seguaci possono aspettarsi persecuzioni e divisioni nelle famiglie (vv. 9-13). Nella seconda parte (13,14-23), Gesù parla della “grande tribolazione” che verrà innescata dal “sacrilegio devastante” (vv. 14-20) e mette in guardia dal lasciarsi ingannare dalla comparsa di falsi messia (cristi) e falsi profeti (vv. 21-23). Nella terza parte (13,24-27), Gesù descrive i portenti cosmici che precederanno la manifestazione trionfale del glorioso Figlio dell’uomo e la rivendicazione degli “eletti”. La parte conclusiva (13,28-37), dalla quale è tratta la nostra pericope, è un’esortazione costituita da parabole e detti, che presentano messaggi che inculcano una piena fiducia nel piano di Dio ed una costante vigilanza, mentre questo piano si svolge e raggiunge il suo culmine. Questa esortazione conclusiva è costituita attorno a diverse parole chiave (“queste cose”, “porta”, “passare”, “vegliare”). Per mezzo delle parabole e dei detti, Marco riesce sia a tenere viva l’aspettativa escatologica, sia ad instillare un atteggiamento di costante vigilanza, visto che “quel giorno e quell’ora” rimangono sconosciuti.

Marco 13 utilizza le convenzioni della letteratura apocalittica per parlare a cristiani che hanno dovuto affrontare sofferenze per il nome di Gesù e che possono aspettarsi anche il peggio. I cristiani costituivano una piccolissima minoranza nell’impero romano e per necessità di cose dovevano riporre la loro speranza di una rivendicazione unicamente in Dio. Nella visione apocalittica essi trovano la spiegazione della sofferenza di Gesù e della propria, come pure la promessa che la loro sofferenza sarebbe presto premiata con la gloria. La convinzione che il mondo sarebbe stato trasformato e che essi avrebbero regnato con Gesù, risorto nella gloria, offriva loro un orizzonte di speranza a confronto del quale potevano interpretare la loro sofferenza presente, e l’insistenza sulla costante vigilanza li aiutava a trovare significato e direttive etiche nel loro comportamento nel tempo presente.

Spiegazione della pericope evangelica

Il passo è tutto imperniato sull’impossibilità (v. 32) di conoscere in anticipo, e quindi con precisione, il giorno e l’ora in cui si svolgeranno gli avvenimenti predetti.

v.33 State attenti, vegliate: è il ritornello abituale di tutto il discorso (cfr 13,5.9.23.35.37) qui ripetuto come conseguenza immediata di quanto detto nel versetto precedente. I due imperativi sono un richiamo a prestare attenzione ora che il discorso si avvia alla conclusione e preparano il terreno per gli altri due imperativi che seguiranno nei vv. 35.37.

Non sapete quando è il momento: Dato che nessuno conosce il momento esatto (vedi 13,32), l’atteggiamento più logico è quello di stare in guardia, ossia di comportarsi come se il giudizio finale possa verificarsi in qualsiasi momento e di vivere in modo da poter ottenere un verdetto positivo. Questo è un tema ribadito a più riprese nell’insegnamento etico del NT.

v.34 È come un uomo che è partito: Questa parabola controbilancia quella dell’albero e del fico in 13,28-29 dove l’attenzione è rivolta ai segni della fine dei tempi. L’esempio del signore che partendo lascia ai suoi servitori la cura della casa, affidando a ciascuno un compito particolare, richiama la parabola dei talenti (Mt 25,14-15) e quella delle mine (Lc 19,12-13), ma esprime un concetto diverso: State sempre in guardia (anziché “usate i vostri talenti con profitto”). Visto che il padrone ha affidato un compito specifico ad ogni servo e che ha incaricato un portiere di vegliare, al suo ritorno potrà facilmente giudicare chi abbia agito nel modo richiesto.

Ha ordinato al portiere di vegliare: L’accenno al “portiere” contiene un legame verbale con 13,29: “quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte”. La frase presenta anche il verbo “vegliare”, che compare nella costruzione con l’imperativo nei vv. 35.37 ed è la parola chiave del passo costituito da 13,33-37.

v.35 Voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà: Normalmente ci si aspetta che il padrone ritorni nel corso della giornata, perché viaggiare di notte è difficile e pericoloso, ma nessuno può averne certezza. Perciò uno deve comportarsi come se arrivasse in qualsiasi momento. Nel contesto di Marco 13, sembra che si possa fare l’identificazione del Figlio dell’uomo (13,26-27) con il padrone di casa. Nel contesto marciano generale, potrebbe anche esserci qui un riferimento alla venuta del regno di Dio nella sua pienezza, del quale la venuta del Figlio dell’uomo è un elemento importante (vedi parabole del regno in 4,26-32). Quando arriva il padrone di casa, ci sarà un rendiconto e una valutazione del lavoro svolto dai servi (il giudizio finale). Il v. 35 interrompe il racconto. Il narratore viene alla ribalta e parla direttamente alla comunità. Il momento del ritorno del suo Signore è incerto. Probabilmente, qui la casa è già immagine della comunità. L’arrivare nella notte è collegato al discorso del portiere, ma adesso, all’interno dell’allegoria, allude anche all’attesa diffusa che la parusia avverrà in un’ora della notte. A differenza dei giudei, che conoscevano solamente tre vigilie, i romani ne distinguevano quattro. La loro enumerazione completa sottolinea l’impressione dell’incertezza, ma si collega al già sperimentato rinvio della parusia.

v.36 Fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati: Al portiere è stata affidata la supervisione generale, ma ogni servo ha un suo compito specifico e su questo sarà giudicato al ritorno del padrone. L’accenno ai servi “addormentati” prepara il quadro dei discepoli che dormono nell’episodio del Getsemani (vedi 14,37.40.41).

La possibilità che il padrone al suo ritorno trovi i servi nel sonno viene presentata nella forma dell’ammonimento. Siccome egli verrà all’improvviso e in modo inaspettato, si raccomanda di essere pronti. Siccome il suo ritorno può avvenire in ogni momento, è necessaria una prontezza costante.

v.37 Quello che dico a voi, lo dico a tutti. Mentre nel contesto narrativo il discorso è stato rivolto ai quattro discepoli – Pietro, Giovanni, Giacomo e Andrea – nominati in 13,3-5, questa direttiva finale indica che il discorso vale per tutti i lettori di Marco. Tutta la comunità, che viveva nell’ansiosa attesa del ritorno del Signore (cfr Rm 13,11; 1Cor 11,26; 1Ts 5,6; Ap 22,20), viene esortata alla vigilanza. Nulla viene detto della reazione dei discepoli, nulla circa il dove Gesù si è recato dopo questo discorso. Segue immediatamente il racconto della passione. Con esso iniziano le sofferenze e le persecuzioni che sono state annunciate nel discorso.

La parola chiave in questo sottoblocco: vegliate! (13,34.35.37) è anche la parola chiave nella pericope del Getsemani (14,34.37.38). È una indovinata sintesi dell’atteggiamento etico che emerge dal discorso escatologico marciano.

All’inizio dell’Avvento, la liturgia ci invita a innalzare a Dio, facendola nostra, l’invocazione di Isaia: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi” (Is 63,19a). Questa invocazione è sostenuta dalla certezza della salvezza già donata, ma non ancora pienamente realizzata. Il nostro Dio è un Dio veniente, e Gesù è totalmente impegnato in questa venuta: egli è “colui che era, che è e che viene” (Ap 4,8). Di fronte alla venuta del figlio dell’uomo, che nessuno può prevedere e nessuno può impedire, durante questa lunga notte di un mondo di cui ignoriamo la fine, bisogna vigilare, prendendo coscienza della nostra responsabilità nei confronti del presente e dando a ogni istante il suo valore eterno. Dobbiamo, come dice S. Paolo, rendere grazie continuamente. L’azione di grazia, tuttavia, non esprime una soddisfazione che conduce al disimpegno. Al contrario, dobbiamo volgere lo sguardo verso colui che è l’origine e la fine di tutte le cose, e denunciare ciò che frena la sua venuta, annunciando allo stesso tempo quanto può affrettarla. Non dobbiamo più sognare un paradiso perduto né un avvenire lontano: il Regno di Dio è già qui. Vegliare significa leggere il presente e scoprirvi l’eternità. In questo modo i cristiani, come una spina nella carne del secolo, diventano la vigilanza del mondo, che vince il sonno e rilancia la speranza: “Vieni, Signore Gesù!” (Ap 22,20).