I Domenica di Avvento

I Domenica di Avvento

Gio, 30 Nov 23 Lectio Divina - Anno B

In questo inizio del tempo di Avvento la liturgia ci propone il passo del Vangelo di Marco che conclude il capitolo 13, interamente dedicato al discorso escatologico, cioè riguardante il destino ultimo dell’umanità. Questi versetti costituiscono la parte conclusiva di un lungo discorso di Gesù e fungono da transizione tra la sua vita pubblica e il racconto della sua morte e risurrezione. Quando Gesù fa questo discorso, quindi, siamo già a ridosso della sua passione, che ne concluderà la vicenda terrena. Gesù pronuncia questo discorso dopo essere uscito dal tempio, circostanza che sembra parlare del definitivo abbandono del culto giudaico da parte sua, culto che già nella parabola del fico sterile aveva condannato per la sua sfarzosità priva di frutti buoni.

 

Come sempre l’Avvento, che ci prepara alla celebrazione della venuta di Gesù nella carne, si apre con uno sguardo sul futuro, cioè verso la venuta gloriosa del Cristo alla fine dei tempi. Per questo l’invito, di più, l’imperativo pressante rivoltoci in questa prima domenica, è quello di vegliare, ripreso praticamente ad ogni versetto. C’è un accento di allarme in tutto questo, l’intento però non è quello di spaventare, bensì di dare un spinta forte a prendere coscienza del modo di condurre la nostra vita.

È un passo incalzante che non lascia quasi respiro, spinge a rimboccarsi le maniche e a guardare avanti verso la meta finale. Gesù deve essersi accorto che noi esseri umani siamo maestri nel non saper attendere; per noi l’attesa è qualcosa che va ingannata. Tutti sembriamo allergici alle attese, cerchiamo di distrarci fin quasi a dimenticare cosa o chi stavamo aspettando. Gesù invece ci ricorda che l’attesa è tempo di veglia e di vigilanza.

La parola iniziale: “State attenti!”, in realtà vuol dirci: “Guardate, cioè fissate gli occhi” e poi vegliate, vigilate... Vegliare è una cosa che si fa di notte e, quindi, sostanzialmente diciamo che i tempi sono bui (eccome se lo sono!). Ma, se apriamo gli occhi, in questa notte possiamo vedere il Signore della gloria. Quindi, teniamo gli occhi aperti, perché è proprio la sera, quando sembra che non si veda niente, è proprio allora che torna il Signore.

Crepuscolo, mezzanotte, canto del gallo, mattina: sono le quattro veglie di una notte secondo la scansione romana. E subito dopo questo passo c’è il racconto della Passione, che comincia appunto nella sera, in cui Gesù viene tradito; a mezzanotte, quando agonizza nell’orto; al canto del gallo, quando Pietro lo rinnega; all’alba, quando viene condannato. Quindi gli eventi principali avvengono in quella che noi chiamiamo notte. Ed è in questa notte che dobbiamo tenere gli occhi aperti…

Nel primo versetto della pericope odierna, il 33, il verbo “vegliate” è accostato all’altro “fate attenzione”, che pure ricorre diverse volte. Queste due esortazioni molto forti dicono l’urgenza di distogliere la nostra attenzione dalle cose non essenziali per indirizzarla altrove. Si tratta di non lasciarci assorbire interamente dalla nostra quotidianità, ma di dare il giusto valore alle cose e imparare a leggerle nella prospettiva di Dio.

Essere vigilanti è un atteggiamento che forse non conosciamo più in maniera corretta. Il più delle volte non siamo vigilanti ma ansiosi... abbiamo fretta e le nostre giornate passano da una corsa all’altra, lasciandoci stanchi e svuotati. La vigilanza è un’altra cosa. Gesù si riferisce a quel modo di vivere che pone la presenza di Dio al centro della nostra esistenza.

 

Di questa attesa vigile si capisce l’importanza leggendo il versetto 32, nel quale Gesù dice “quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo, né il Figlio, eccetto il Padre”. Non è cosa buona per gli apostoli saperlo perché, stando nell’incertezza, credano con attesa costante che stia sempre per venire quel giorno di cui ignorano il momento dell’arrivo. Gesù non ha detto “noi non sappiamo” ma “voi non sapete”. Con ciò non si tratta qui di vivere nell’ansia, come chi sente sopra la propria testa una spada di Damocle, ma di accogliere lo sprone ad un maggior impegno nel dare alle cose il giusto valore, perché noi credenti – pur vivendo in questo mondo – siamo già cittadini del cielo.

 

La parabola del padrone di casa spiega il motivo per cui il Signore tace sul giorno della fine. Ed ecco, la piccola parabola allude chiaramente al tempo dopo Gesù, al tempo della Chiesa, al nostro tempo.

L’uomo che è partito per un viaggio e ha lasciato la sua casa non c’è dubbio che sia Cristo, che ascendendo al Padre dopo la Resurrezione, ha abbandonato con il corpo la Chiesa, che tuttavia non è mai lasciata sola, perché gode della sua presenza divina, dal momento che Egli rimane in lei tutti i giorni, fino alla fine dei secoli. Quello di Gesù non è un abbandono, tanto più che lascia ai suoi servi il potere. E che tipo di potere è questo che viene dato ai servi? È lo stesso che aveva Lui in terra, perché gli era stato dal Padre: un potere di servizio che il credente, da Gesù in poi, è chiamato a compiere all’interno della Chiesa ed a favore degli uomini. Sì, perché il luogo dove il discepolo si esercita nell’arte della veglia è la quotidianità, guidata dallo Spirito e dall’ascolto della Parola, sostenuta da braccia e mani che si muovono verso i sofferenti e gli ultimi.

Lasciando la sua casa l’uomo della parabola ha dato ai suoi servi facoltà e responsabilità sulla casa stessa e ha raccomandato al portinaio di vegliare su chi entra e chi esce. Per quei servi e per quel portinaio quello è il tempo della responsabilità: ciascuno ha un compito preciso da svolgere, ciascuno un lavoro di cui rendere conto. È facile comprendere che qui Gesù sta evocando la sua comunità, con dei servi responsabili e un portinaio vigilante, colui che presiede.

A ciascuno il suo compito, dunque, perché ognuno, all’interno della comunità credente, ha le sue responsabilità, definite dallo status che le vicende della vita gli hanno assegnato. Ciascuno dovrà operare responsabilmente, secondo le logiche e l’insegnamento del “padrone di casa”, cui dovrà rispondere.

 

Quello che dico a voi lo dico a tutti! Con questa conclusione viene esplicitata la portata universale dell’invito a essere vigilanti. Tutto il capitolo e in particolare questi ultimi versetti, hanno l’intento di mantenere viva l’aspettativa del ritorno glorioso di Cristo. La convinzione che il mondo sarebbe stato trasformato dal ritorno glorioso di Cristo offriva un orizzonte di speranza alla comunità primitiva, che veniva guardata nella migliore delle ipotesi con sospetto ed era quasi sempre vessata. E l’insistere sulla costante vigilanza la aiutava a trovare senso e fondamento nel comportamento da porre in atto nel momento presente. Tutto questo vale anche per noi, cristiani di oggi, chiamati a tenere viva la speranza e a vivere con impegno il presente.

Gesù, quindi, non fornisce molti dettagli su come attendere la sua seconda venuta, perché in realtà lo aveva già fatto con il suo esempio, che suggerisce di portare avanti. Quando ha donato l’Eucarestia ha invitato i suoi a rifarlo con le parole che ripetiamo ad ogni Messa: “Fate questo in memoria di me”. Quella memoria non è un fatto della mente, ma un rendere vivo Lui e rendere vivi noi. È essere vigilanti nell’attesa della sua venuta, come ripetiamo ad ogni Messa.