I Domenica di Quaresima

I Domenica di Quaresima

Sab, 17 Feb 24 Lectio Divina - Anno B

Il brano del Vangelo odierno è preceduto dal racconto del Battesimo di Gesù da parte di Giovanni Battista, quando una voce proclama dal cielo l’identità di Gesù e lo Spirito, simboleggiato da una colomba, scende su di lui. È a questo punto che lo stesso Spirito sospinge Gesù nel deserto, in quella regione desolata che si estende tra la zona montuosa della Giudea e il Mar Morto.

Marco descrive la tentazione nel deserto con due soli versetti, tralasciando la descrizione particolareggiata delle tentazioni, come invece fanno Matteo e Luca; tale scelta in qualche modo ci induce a concentrarci sul senso fondamentale della tentazione, sia nell’esperienza di Gesù, come nella nostra. In realtà il verbo greco (ekballei) usato da Marco vuol dire “sospingere”, indica cioè un’azione violenta. È infatti lo stesso verbo usato, ad esempio, per descrivere l’azione di Gesù che scaccia i demoni. Quello che l’evangelista vuole qui indicare è un intervento improvviso ed inatteso di Dio, che interrompe bruscamente un susseguirsi normale di avvenimenti ed imprime quasi violentemente un nuovo corso alla storia.

È quindi lo Spirito Santo a spingere a forza Gesù allo scontro con Satana.

Marco stabilisce uno stretto rapporto tra il racconto della tentazione e quello del Battesimo immediatamente precedente; l’avverbio “subito” indica una quasi simultaneità tra i due episodi. Subito dopo la teofania narrata nel Battesimo non c’è un futuro pieno di gloria e di allori - come umanamente sarebbe lecito attendersi - ma addirittura lo Spirito sembra essere disceso proprio per spingere Gesù nel deserto.

Gesù, quindi, entra nel deserto spinto dallo Spirito Santo; non lo spinge il diavolo, ma lo Spirito Santo! Ed entra nel deserto per dare avvio alla sua missione, Però non c’è missione senza un cammino di conoscenza del proprio cuore; e anche Gesù, come noi, deve guardarsi dentro, scoprire le fragilità umane, le zone inesplorate, nascoste nelle profondità di ogni uomo. Guardarci nello specchio della nostra anima è un atto di umiltà necessario per avere un autentico rapporto con Dio, perché dobbiamo scendere nei nostri abissi prima di incontrare l’immagine del Padre.

Notiamo però che, sebbene sospinto nel deserto dallo Spirito, Gesù non è messo alla prova da Dio, ma da satana. Ricordiamo qui come molto opportunamente il Nuovo Messale abbia sostituito nel Padre nostro l’invocazione: “non ci indurre in tentazione” con: “non abbandonarci alla tentazione”.

Vale forse la pena di soffermarci su questo punto. C’è una tentazione-prova nella quale è Dio che vaglia la fedeltà e la purezza dell’uomo (pensiamo ad esempio ad Abramo, invitato a sacrificare Isacco…); diversa è la tentazione-insidia, che invece mira a suscitare nell’uomo la ribellione nei confronti di Dio (vedi Adamo ed Eva…). Ed infatti il Padre nostro termina con l’invocazione “liberaci dal male!”.

Durante i 40 giorni nel deserto (periodo simbolico che richiama i 40 anni trascorsi da Israele nel deserto o i 40 giorni di Mosè sul Sinai) Gesù stava con animali selvaggi, simbolo delle potenze diaboliche. Ma, mentre stava con le fiere, “gli angeli lo servivano”: è questo un segno inequivocabile della vicinanza di Dio. Diversamente da Israele, che nel deserto ha mormorato, e da Adamo che ha mangiato il frutto dell’albero proibito, Gesù non ha ceduto alle lusinghe del tentatore.

Gesù, quindi, non solo si fa uomo, ma assume su di sé tutto il carico della condizione umana, fatta anche di limiti e tentazioni; la accoglie non solo esteriormente, ma vivendola nel profondo e intensamente; attraversa il deserto delle nostre fragilità fisiche e spirituali. In poche parole si immerge nella nostra umanità, abbracciandola.

È solo a questo punto che Gesù, con poche parole, indica il suo programma: “Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”.

Il deserto può indicare lo stato di abbandono e solitudine, il luogo della debolezza dell’uomo dove non ci sono appoggi e sicurezze; ma può anche indicare un luogo di rifugio e riparo, come fu per il popolo di Israele, scampato alla schiavitù egiziana; proprio lì ha potuto esperimentare in modo particolare la presenza di Dio.

Il deserto, con la sua funzione catartica di sfrondamento da tutto ciò che è inutile, non è un soltanto un luogo geografico, è anche un luogo interiore. E Gesù, vinte le tentazioni, torna in Galilea, in mezzo agli uomini, perché lì è il suo posto: nei villaggi, nelle sinagoghe, nelle spiagge dei pescatori e tra i campi di grano. Non resta nel deserto in aristocratica solitudine ad aspettare gli uomini; va loro incontro, nelle loro case, annunciando che il Regno di Dio è vicino, proprio perché è Dio che si è fatto vicino. Non è l’uomo che annaspa in una faticosa salita verso Dio, ma è Dio che scende, come lo Spirito, incontro all’uomo.

Per andare verso Gesù occorre comunque fare tre passi:

- verso la nostra povertà, accettandone i limiti e le fragilità, senza angoscia o sensi di colpa ma sentendoci esseri amati per come siamo;

- aprendoci a Dio e al prossimo, chiunque esso sia;

- convertendoci, parola che ha il duplice significato di cambiamento e sequela di Gesù.

“Convertitevi” è quindi l’invito ad invertire la rotta per passare dalla religione come cammino stentato e faticoso dell’uomo alla fede come dono di Dio.

“Credete nel Vangelo” è la parola/invito di Gesù che chiude la pericope di oggi. Al “Vangelo!” e cioè, letteralmente, alla “buona notizia!”.

E qual è questa buona notizia? È lo stesso Gesù che lo spiega: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino”. La partecipazione a questo Regno è alla portata dell’uomo, a condizione che egli sia disponibile a credere con la vita a questa buona notizia e a trasformarla in un’esistenza nuova. La conversione sta nel fare nostra la Quaresima di Gesù: lasciarci guidare dallo Spirito, che con la sua luce farà deserto di tutto ciò che è male.