II Domenica di Avvento

II Domenica di Avvento

Lun, 30 Nov 20 Lectio Divina - Anno B

Ambientazione della pericope evangelica
Il prologo di Marco 1,1-13 offre ai lettori importanti informazioni “dal di dentro” sul conto di Gesù. Il suo contenuto narrativo e dottrinale, infatti, non prepara soltanto il ministero pubblico di Gesù, ma segna pure l’inizio del Vangelo e fa già parte di esso. Nel testo è facile distinguere il primo versetto dai rimanenti, i quali a loro volta possono essere così divisi: 1,2-8: predicazione del Battista; 1,9-11: battesimo di Gesù: 1,12-13: la tentazione nel deserto. Dopo l’intestazione (1,1), Marco comincia con un prologo scenico (1,2-13 [14-15]), che è denso di riferimenti intertestuali e di richiami alle Scritture che prefigurano eventi futuri nel corso del Vangelo.

Spiegazione della pericope evangelica
v.1: Inizio: Il versetto non può considerarsi come un vero “titolo”, almeno nel senso moderno della parola, ma piuttosto come l’enunciazione di una tesi che sarà svolta in tutto il corso del libro, i cui vari gruppi, infatti, non faranno che illustrare singoli aspetti del mistero di Gesù, presentato già qui come Messia-Cristo e Figlio di Dio. Inizio: In greco archē può significare “punto di partenza, fondamento, origine” e perfino “regola” o “principio dominante”. Il v. 1 è una specie di titolo o incipit di tutta l’opera: la fede e la proclamazione della comunità di Marco hanno sia un “inizio” sia una “norma” per l’interpretazione della storia di Gesù che sta per cominciare.

Del vangelo: in greco euangelion. Il termine non ha, in questo caso, il significato di libro, o scritto intorno alla vita e all’insegnamento di Gesù (significato che assumerà soltanto più tardi, quando sarà formato il canone del Nuovo Testamento), bensì quello etimologico di buona novella, naturalmente con in più tutto quel contenuto teologico, di cui la predicazione apostolica l’aveva arricchito. Il testo, quindi, potrebbe essere inteso nel modo seguente: così ebbe inizio la buona novella annunciata e realizzata da Gesù; ovvero così ebbe inizio la buona novella, che ha per oggetto e che riguarda Gesù.

Gesù Cristo: Gesù è il nome proprio, con il quale sarà sempre indicato il protagonista nella narrazione; Cristo, invece, è la traduzione greca del termine ebraico mashiah (Messia) che significa unto. I due termini ricorrono accoppiati qui per l’unica volta. Quindi si vuol dire che quel Gesù di Nazaret, di cui si parlerà costantemente nel seguito del libro, è il Messia o unto per eccellenza, atteso dagli ebrei come salvatore (cfr Sal 2,2).

Figlio di Dio: Non è da intendersi in modo generico, come per tutti i membri del popolo teocratico; ma in senso vero, come era inteso dalla prima comunità cristiana, di cui qui rispecchia la professione di fede. E ciò in linea anche con quanto l’evangelista dimostrerà nel corso della sua opera (cfr 5,7; 3,11; 9,7; 8,33; 13,32).

vv.2-8: L’annuncio della salvezza inizia con la predicazione del Battista, nel quale infatti cominciano a realizzarsi le promesse messianiche (vv. 2-3). La figura, tuttavia, non ha valore se non in riferimento a Cristo, al quale, del resto, la sua opera rimane interamente ordinata. Marco ricalca le linee della primitiva predicazione cristiana, in cui il Precursore occupa sempre il posto che gli compete (At 1,21; 10,37; 13,23-25).

v.2: Come sta scritto: formula stereotipata usata da Marco ovunque senza variazioni per citare o fare allusioni ai testi dell’Antico Testamento. In greco abbiamo il perfetto che sta ad indicare la perenne validità del testo citato, in quanto ritenuto e presentato come parola indefettibile di Dio. I versetti citati in Mc 1,2-3 sono una combinazione di Es 23,20 e Ml 3,1 nel v. 2 e di Is 40,3 nel v.3. Si pensa che Marco li abbia attribuiti al solo Isaia perché era il più noto dei profeti antichi.

Ml 3,1 si riferisce propriamente al periodo della restaurazione successiva all’esilio e a coloro che lamentavano la pochezza delle strutture del nuovo tempio rispetto a quello salomonico; egli prospettava un avvenire assai più glorioso, quando il Signore stesso, preceduto da un suo messaggero, avrebbe dovuto manifestarsi nel nuovo tempio con tutta la sua gloria.

v.3: Voce di uno che grida nel deserto: la citazione è presa dal Deuteroisaia (Is 40,3), il profeta della consolazione che immaginava il ritorno degli esuli da Babilonia dopo l’editto di Ciro (538 a.C) come un nuovo esodo, con Jahvè a capo del corteo e un araldo che lo precede per invitare gli abitanti dei villaggi a rendere più agevole il sentiero su cui i rimpatriati dovranno passare, così come si faceva per l’arrivo di qualche ospite illustre. I Rabbini riferivano questo testo all’epoca messianica e così fecero pure i primi cristiani, la cui convinzione è concordemente riproposta dai quattro evangelisti quando presentano Giovanni Battista quale precursore, araldo inviato da Dio per preparare le vie di suo Figlio. Nel testo isaiano il deserto è il luogo in cui bisogna preparare un sentiero per il Signore, per Marco è solo il luogo in cui compare ed opera Giovanni (v. 4). Nel contesto della descrizione marciana del Battista, il “deserto” è l’arida regione che si estende ad est di Gerusalemme fino al Mar Morto.
Mentre in Is 40,3, la voce grida: “Nel deserto preparate la via del Signore”, in Mc 1,3 è Giovanni la “voce di uno che grida nel deserto”. Il termine “deserto” per gli ebrei è una parola con vaste risonanze, che ricorda gli anni trascorsi a peregrinare dal momento dell’Esodo fino all’ingresso nella terra promessa e all’alleanza del Sinai, nonché il luogo in cui Dio avrebbe nuovamente liberato il suo popolo riportandolo dall’esilio babilonese (Is 40,3). Il deserto ha una doppia connotazione. È usato in senso positivo come il luogo degli interventi salvifici di Dio e del suo sposalizio con il popolo (cfr Ger 2,2-3; Os 2,14-15; Sal 78,12-53; 105,39-45), e in senso negativo come il luogo della prova e della ribellione (cfr Es 16; Nm 11; Sal 78,17-22.32-41; 106,6-43).

Preparate la via del Signore: La “via del Signore” è una figura molto usata in Is 40,3; 42,16.19; 48,17; 49,11; 51,10) per indicare la strada per la quale Dio farà tornare il suo popolo dall’esilio. Poiché per Marco la missione di Giovanni consiste nell’annunciare e preparare l’avvento di Gesù, è evidente che per lui Gesù è quel Signore (Kyrios) di cui parlava il profeta. La via è un elemento centrale anche per Marco che ne coglie il doppio significato di via o strada per un viaggio (2,23; 4,4.15; 6,8; 8,3; 10,17; 10,46) e di cammino per diventare discepoli (8,27; 9,33-34; 10,32; 10,52; 11,8; 12,14). In At 9,2 i primi cristiani sono chiamati “quelli che seguono la via”, ossia i seguaci della dottrina di Cristo.

v.4: si presentò Giovanni a battezzare: Giovanni viene così presentato come il messaggero di Es 23,40 e Ml 3,1, e come la “voce” di Is 40,3. L’evangelista parla di Giovanni come di persona già nota, introducendolo nella narrazione semplicemente con il nome proprio e l’attività.

Un battesimo di conversione: il precursore proclamava la necessità di un lavacro, che fosse il simbolo esteriore di una conversione interiore. “Conversione” (in greco metanoia) letteralmente significa “ripensamento” o “cambiare idea”. L’idea è quella di una “inversione” e ricorda il richiamo profetico al popolo di “far ritorno” ai suoi precedenti rapporti con Dio.

Per il perdono dei peccati: la frase è da intendersi alla luce delle precisazioni successive (vv. 7-8), ove appare chiaro che il battesimo in acqua era preparazione a quello dello Spirito. Il battesimo di Giovanni non poteva per sé conferire la remissione dei peccati. Tuttavia, disponeva gli uomini a riceverla, se veramente pentiti e contriti.

v.5: Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme: Il greco presenta una struttura chiastica, letteralmente: “tutta la regione della Giudea e da Gerusalemme tutti”, sottolineando in tal modo la Giudea e Gerusalemme dove il racconto raggiunge il culmine (capp. 11-16). Gerusalemme è la capitale della Giudea, che nel primo secolo faceva parte di una provincia romana. Una caratteristica dello stile di Marco è l’“universalizzazione” delle scene con l’uso di “tutto - tutti”. L’artificio normalmente serve a dar risalto alla figura di Gesù (es.: 1,32.37;2,12.13;6,33;9,15;11,17), a questo punto anticipata dalla descrizione dell’attività di Giovanni quale precursore di Gesù.

E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano: Questo segna il culmine della descrizione di Giovanni nella veste di battezzatore. La gente veniva battezzata nel fiume Giordano nel senso che veniva “immersa” nelle sue acque. Il Giordano scorre per 200 Km nella grande faglia o “valle del Giordano”, dalle falde del monte Ermon attraverso il mare di Galilea e proseguendo a sud nel deserto della Giudea fino a sfociare nel Mar Morto. Oltre ad essere il luogo tradizionale dell’attività di Giovanni, il Giordano ha il valore simbolico di barriera tra il deserto e la terra della promessa.

Confessando i loro peccati: La confessione sia pubblica che privata dei peccati era molto diffusa nel giudaismo (Lv 5,5; Sal 32,5; 38,19; 51,3-6), e nel periodo veterotestamentario tardivo la confessione pubblica era diventata una forma standard di preghiera (Dn 9,4-19; Bar 2,6-10). Qui accompagna il rito del lavacro e ne accentua il carattere penitenziale.

v.6: Giovanni era vestito di peli di cammello, con la cintura di pelle attorno ai fianchi: l’abbigliamento fa pensare ad un paragone con Elia in 2Re 1,8. Il vestito di pelli di cammello, il famoso cilicio, usato anche dai profeti (Zc 13,4), era una specie di tunica, rozza e ruvida, molto adatta a simboleggiare la penitenza interiore. Cavallette e miele selvatico: sono i prodotti tipici del deserto di Giuda.

v.7: E predicava: La solenne introduzione (lett. “ed egli proclamava dicendo”) conferisce risalto al messaggio, che contiene le prime parole pronunciate direttamente da un personaggio in Marco. Il Battista marciano non pronuncia alcuna minaccia di giudizio escatologico, ma è in primo luogo l’araldo che annuncia Gesù.

Dopo di me: La stessa espressione è utilizzata da Gesù quando chiama i discepoli a seguirlo.

Colui che è più forte: L’aggettivo “più forte” riecheggia Is 40,10 dove Dio verrà “con potenza”. La forza è una delle prerogative predette per i tempi messianici (2Sam 22,31; 23,5; Sl 7,12) e per la stessa persona del Messia (Is 9,6; 49,25; 53,12). È evidente che Giovanni intende riferirsi proprio a quest’ultimo; tuttavia non usa il termine Messia e neppure Gesù si proclamerà tale davanti al popolo, perché poteva prestarsi a qualche equivoco, giacché il Messia atteso dal popolo era troppo diverso dal tipo incarnato da Gesù.

Io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali: L’immagine, evocando il rapporto tra padrone e schiavo, esalta l’altezza morale di Cristo e della sua missione.

v.8: Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà nello Spirito Santo: L’aspettativa di “uno più forte” e l’immagine dello schiavo preparano il lettore ad un accentuato contrasto tra Giovanni e Gesù. Dato che Gesù, in Marco, non battezza nello Spirito Santo, queste parole rinviano il lettore a guardare oltre la narrativa (vedi 13,11). Nel Vangelo di Marco lo “Spirito Santo” è nominato solo qui, in 3,29 e in 13,11. La frase è in parallelo con la precedente. Il verbo battezzare, però, ha qui valore metaforico. È sulle anime, infatti, che lo Spirito Santo esercita la sua azione purificatrice. I profeti avevano parlato del dono dello Spirito come di una delle caratteristiche dei tempi messianici, presentandolo quale principio purificante, santificante e rinnovante (Is 44,3; Gl 3,1; Zc 12,10; 13,1; Ez 11,19; 18,31; 35,25-29). Il Battista vede nell’opera del Messia l’inizio dei tempi nuovi, caratterizzati appunto dalla presenza attiva dello Spirito nella anime dei fedeli. Il battesimo di Giovanni era in preparazione ad un rinnovamento del popolo più profondo che si realizzerà per l’intervento di “colui che è più forte”.

Nella prima lettura (Is 40,1-5.9-11), Dio, compiendo un nuovo esodo, riporta, dopo cinquant’anni di esilio in Babilonia, il popolo eletto nella sua terra. Questo ritorno, come il primo, si compirà attraverso il deserto. Mille chilometri di deserto separano il popolo eletto da Gerusalemme, e se percorre la via normale deve girargli attorno. Per questo Dio traccia una strada diritta e pianeggiante. «Una voce grida: “Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato”» (Is 40,3-5).
Dopo secoli di attesa ecco finalmente l’“Inizio del Vangelo”, della buona notizia e, come ai tempi della consolazione, Dio proclama il grande ritorno, il grande perdono attuato in Gesù Cristo, attraverso il deserto, il luogo della prova e dell’incontro con Dio. Come nell’Antica Alleanza, questa lieta notizia è preannunciata da un profeta. All’inizio del suo Vangelo, Marco saluta Gesù Cristo quale “Figlio di Dio”. Alla fine del Vangelo il centurione romano pronuncerà la propria confessione di fede esclamando: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39). Tra queste due proclamazioni c’è stata la morte dell’uomo Gesù di Nazaret. Il velo del tempio squarciato da cima a fondo (cfr Mc 15,38) è segno dell’unione definitiva tra Dio e l’uomo.
La Chiesa, tuttavia, vive il paradosso di una salvezza già donata, ma non ancora nella pienezza. Questa pienezza si realizzerà alla venuta del giorno del Signore. Ma Egli prima di ritornare attende pazientemente che tutti abbiano modo di pentirsi. Per tale motivo, l’apostolo Pietro esorta a vivere «senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace» (1Pt 3,14), «attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio» (1Pt 3,12). In quel giorno, come canta il salmista: «Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo» (Sal 85 [84],11-12).