II Domenica dopo Natale

II Domenica dopo Natale

Gio, 31 Dic 20 Lectio Divina - Anno B

Il prologo di Giovanni, anche nella sua forma linguistica, prende le mosse dal mistero della creazione. “In principio” rievoca l’inizio del libro della Genesi: “In principio Dio creò il cielo e la terra”. Ora Giovanni ci dice che al principio di questa creazione, e prima ancora di essa, era il Verbo. Non è necessario pensare a un inizio cronologico e sarebbe inesatto immaginare la presenza del Verbo solo in quel remotissimo istante in cui tutto ebbe inizio. E’ meglio intendere quel principio come il senso ultimo e permanente della creazione. Dietro a tutto e a fondamento di tutto sta il Verbo di Dio.

v.1: Logos vuol dire Parola, ma anche senso, significato. Il mondo ritrova il suo senso quando viene percepito e vissuto come creato da Dio. Se il mondo guarda se stesso è caotico. Bisogna che il mondo, la vita di ciascuno di noi sia rivolta verso Dio. Nel Verbo era la vita: se vogliamo che la nostra esistenza sia illuminata, che abbia una direzione, una luce, nel Verbo la nostra vita trova orientamento. Gesù è il Verbo, il senso del mondo, fatto carne. Quando il mondo accoglie Gesù, il senso del mondo si compie e splende della bellezza e della gloria di Dio.

La TOB preferisce tradurre: “rivolto verso Dio”. Il Logos era dapprima orientato verso Dio (pròs tòn theòn), un orientamento illuminato dalla terza frase del v. 1 “il Logos era Theòs (Dio)” (senza articolo): ciò significa che il movimento del logos verso Dio culmina in una unione con il Dio Creatore che ha come risultato la partecipazione del logos all’essenza divina; l’importanza di questo orientamento è tale da essere ribadito al v. 2. Da questo scaturisce l’attività del Logos nella creazione. Il prologo afferma semplicemente che “tutto avvenne per mezzo di Lui e senza di Lui nulla avvenne di quanto avvenne”.

 v.4: Nel vangelo di Giovanni si ribadisce che il mondo non conobbe il Logos, perché gli esseri umani amano le tenebre e non la luce. Inoltre, il prologo afferma che persino i suoi (del Logos-Sapienza), cioè Israele, non l’hanno accolto; alcuni tuttavia lo hanno accolto, come afferma il v. 12 e attestano le Scritture dell’Antico Testamento: sempre, in effetti ci fu un ‘resto’ ed è a questo che fa riferimento il prologo, quando afferma che coloro che accolsero positivamente il logos non divennero solo ‘amici di Dio’, ma esso “diede loro potere di diventare figli di Dio”, cioè di essere nel mondo la discendenza di Dio.

v.10: Senza alcuna premessa e inaspettatamente, il Logos “divenne carne”, cioè un’esistenza umana concreta. In contrasto con l’originario movimento verso Dio, che lo univa a l suo Principio e lo identificava con Dio, il Logos è ora unito alla carne: egli è diventato un uomo storico, unendosi in una relazione indissolubile con un essere umano di carne e sangue, di conseguenza assumendo la fragilità, i limiti e la temporalità degli esseri umani. In tal modo il Logos-Sapienza può ora essere visto nella vita fisica e storica di un essere umano. Perciò nel seguito del racconto evangelico, allorché Filippo chiede a Gesù: “Mostraci il Padre e ci basta”, quegli replicherà: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre”.

v.14: Se cerco nel mondo la somiglianza con Dio, la trovo essenzialmente in un Crocifisso. C’è infatti una strettissima correlazione tra Incarnazione e morte in croce di Gesù. Quale immagine di Dio viene fuori da un Crocifisso? Viene fuori l’immagine del Dio condiscendente e ricco di amore. Condiscendente vuol dire che Dio discende per stare con, cioè non guarda e non salva da lontano, ma si mescola nella debolezza della condizione umana, la fa propria per esprimere una vicinanza e una condivisione. Il discorso dell’incarnazione è essenzialmente questo. Dio non aveva bisogno dell’incarnazione per salvare l’uomo: Dio la salvezza può farla da lontano.

Ma il mistero di Dio si è rivelato in concreto attraverso l’incarnazione, cioè il farsi nostro, il farsi uomo, il condividere la condizione umana; non solo il farsi uomo ‘generico’, ma in una condizione precisa di povertà, di umiliazione, di morte, di croce. Allora è questo il vero volto di Dio. Secondo il Nuovo Testamento la traduzione più vera del mistero di Dio è la morte di un crocifisso. Quindi, se vogliamo trovare l’immagine più vera di Dio, non andiamo a trovarla nei miracoli di Gesù, che sono un’immagine vera di Dio, come tutta la vita di Gesù, ma non ne sono il compimento, ne sono un elemento importante, ma incompleto. Se uno si ferma solo ai miracoli, rischia di non arrivare al cuore, al centro: per cogliere il centro, uno deve guardare i miracoli, ascoltare le parole di Gesù, guardare i suoi gesti... però al centro dobbiamo mettere la croce, l’offerta della sua vita. Quando si arriva a questo, allora c’è la somiglianza con Dio; la somiglianza di Gesù con Dio si compie innanzitutto lì; la traduzione del mistero di Dio in esperienza umana si compie innanzitutto lì: nella croce di Gesù.

Ciò che ha di straordinario la Rivelazione è che essa ci dice che questa sapienza, che sta da principio, che sta prima della creazione del mondo, che non è dunque interna a nessuna cultura, né può esserlo, ha messo le tende tra noi. Mettere le tende tra noi vuol dire scegliere un certo tempo e un certo spazio, scartando altri tempi e altri spazi, entrando nel determinato e nel relativo, il che è contraddittorio. Questa è la contraddizione di cui dobbiamo prendere coscienza, per trarne poi le conseguenze che sono nel senso profondo della fede.

v.16: Si potrebbe tradurre anche: “la grazia della verità” o “la grazia della rivelazione” o “la grazia della conoscenza vera di Dio”. Questo dono della rivelazione ci è stato dato da Gesù Cristo; Mosè è stato solo un preparatore. La legge di Mosè veniva certamente da Dio, ma era ancora una parola incompleta, non era ancora la verità, la rivelazione piena del Padre, dell’amore di Dio. In Gesù Cristo questa rivelazione è completa. In Cristo, Dio si manifesta in una Persona.

Non esiste dunque nessuna strada autonoma che dall’uomo porti a Dio; non basta l’intelligenza umana per capire Dio e nemmeno la virtù umana per salire a lui. L’uomo può costruire una filosofia raffinata e cogliere molte verità sul mondo o su Dio, ma Dio rimane al di sopra del pensiero umano. Questo vuol dire che dobbiamo rinunciare a colmare quel desiderio di Dio che l’uomo nutre dentro di sè? No. Vuol dire piuttosto che la via corretta è quella di una rivelazione libera di Dio che viene incontro all’uomo e apre il mistero del suo cuore.
La pienezza della vita sta nel seguire Dio; ma Dio è invisibile e l’uomo si trova perciò nella tragica condizione di non poter realizzare ciò che desidera, ciò di cui sente un bisogno inestinguibile. Per questo Dio si è reso visibile in Cristo, perché seguendo il Cristo, che possiamo vedere, la nostra vita si orienti verso Dio, che non possiamo vedere. Il nostro sì a Dio diventa concretamente un sì a quel Gesù che è vissuto come nostro fratello e che ha trasformato la sua vita in dono.

v.18: L’espressione “che è nel seno del Padre” è messa in modo molto strano, perché la preposizione “nel”, nel testo greco, è una preposizione di moto a luogo, che lascia interdetti gli esegeti perché il verbo essere è un verbo di stato ed è accompagnato da una preposizione di moto. Si può tradurre: “il Figlio unigenito, che è verso il seno del Padre”. Cosa significa? È un discorso che parte dall’incarnazione. Con l’incarnazione il Figlio di Dio prende, in qualche modo, le distanze dal Padre, perché Dio è eterno e il Figlio diventa mortale; Dio è onnipotente e il Figlio diventa debole; Dio è al di sopra di tutto e il Figlio entra nella storia degli uomini sottomesso alle condizione della storia umana.

Per certi aspetti l’uomo Gesù è lontano dal Padre, ma in questa lontananza mantiene l’orientamento al Padre. Gesù è uomo che cammina tra gli uomini, ma in realtà è rivolto verso il seno del Padre, abita dentro l’amore del Padre; quando perdona, perdona per amore, quando insegna, insegna per amore. È l’amore del Padre che dà senso al suo essere. In Gesù vediamo il Padre perché Gesù è nel Padre. Possiamo così comprendere l’amore umano di Gesù e l’amore del Padre.