III Domenica di Avvento - Gaudete

III Domenica di Avvento - Gaudete

Sab, 12 Dic 20 Lectio Divina - Anno B

Ambientazione della pericope evangelica
Il Vangelo propriamente detto comincia con la testimonianza di Giovanni il Battista, resa in tre giorni (1,29.35); giorni che hanno un significato simbolico più che strettamente cronologico. Il primo giorno la testimonianza di Giovanni il Battista sul proprio ruolo è in larga parte negativa; il secondo, Giovanni testimonia positivamente su ciò che Gesù è; il terzo, Giovanni manda i suoi discepoli a seguire Gesù. Questa triplice progressione non fa altro che esplicitare lo schema fissato in precedenza in 1,6-8: primo: Giovanni il Battista non era la luce; secondo: egli doveva rendere testimonianza alla luce; terzo: per mezzo di lui tutti gli uomini avrebbero potuto credere.
Nei Sinottici abbiamo un solo grande processo di Gesù dinnanzi al sinedrio, la notte precedente la sua morte. Una delle tecniche del quarto vangelo invece è di mostrare che certi temi ricorrenti in una parte dei Sinottici avevano una realtà attraverso tutto il ministero di Gesù, e ciò vale in particolare per il tema del processo di Gesù. Ormai la Parola di Dio è stata rivelata agli uomini, e lungo tutto il ministero di Gesù gli uomini cercheranno di mettere alla prova la verità di questa Parola, cercandone delle testimonianze. Ancora prima che Gesù compaia, il quarto vangelo si apre con un processo e con Giovanni il Battista sotto interrogatorio.
Come sappiamo dai Sinottici, Giovanni il Battista era disceso dal deserto della Giudea, quelle aride colline a occidente del Mar Morto, e con zelo apocalittico proclamava il giorno del giudizio. Egli amministrava un battesimo di penitenza a coloro che accettavano il suo messaggio e riconoscevano i propri peccati. Ben poco di tutto ciò appare in Giovanni, perché l’evangelista non si interessa al Battista come battezzatore o come profeta, ma solo come araldo di Gesù e primo testimone nel grande processo alla Parola. Gv 1,26 semplicemente presuppone che il lettore sappia che Giovanni il Battista era un battezzatore.

Spiegazione della pericope evangelica
Il primo giorno ci sono due interrogazioni: vv. 19-23 e 24-27. In risposta alla prima, Giovanni il Battista rifiuta per sé ogni ruolo escatologico tradizionale con negazioni progressivamente più brusche. Egli rivendica per sé solo un ruolo di araldo, accentrando così tutta l’attenzione su Colui che deve venire. In risposta alla seconda, egli giustifica anche il suo battesimo in termini di preparazione per Colui che doveva venire.

v.19 Questa parte comincia con una E (in greco kai). Prima che fosse premesso il prologo, può darsi che questo versetto aprisse il vangelo, sebbene sia più probabile che i vv. 6-8 precedessero il v. 19 e costituissero l’inizio originale.
Questa è la testimonianza. Nei vv. 6-7 abbiamo sentito che Giovanni fu inviato a rendere testimonianza alla luce, ed ecco qui ora la sua testimonianza. Ci aspetteremmo una testimonianza su Gesù, ma quella viene solo nei vv. 29-34.
La persona di Giovanni si dà per conosciuta. È stato presentato nel prologo come “un uomo” (1,6) di quelli per i quali la vita è la luce (1,4) e si sono addotte le sue credenziali (inviato da Dio) e l’obiettivo della sua missione (1,6-8). La pericope presente si ricollega a quel passo del prologo con la congiunzione “e” esplicativa, e con il termine “testimonianza” (1,7: venne per rendere testimonianza).
Inizia il confronto drammatico e giuridico fra colui che vuol portare alla fede in Gesù e i giudei, tipici nemici di Gesù. I mandanti dell’ambasciata sono “i giudei”, che qui vanno identificati con le autorità religiose ostili a Gesù. A interrogare Giovanni intorno al suo battesimo viene inviata una delegazione di specialisti in purificazione, composta di sacerdoti e leviti.

vv.20-21 Abbiamo tre risposte negative, sempre più secche.
Egli confessò e non negò, e confessò: “Io non sono il Cristo”: ripetizione che sottolinea la solenne proclamazione ufficiale del Battista.
Io non sono il Cristo: Giovanni conosce la loro intenzione e risponde con un diniego sorprendentemente concreto. Si chiarisce il motivo della missione: la possibile pretesa messianica di Giovanni preoccupava le autorità, che però non osavano formulare apertamente la domanda. Giovanni risponde al sospetto che indovina in loro. La frase ridondante con cui l’autore introduce la dichiarazione di Giovanni indica che vi era chi lo considerava Messia e che l’evangelista ha particolare interesse a smentire tale credenza, per bocca dello stesso Battista.
La negazione di Giovanni: io non sono il Messia, è la concretizzazione storica dell’affermazione in 1,8: non era la luce. È questo che Giovanni riconosce. Egli non è la luce, né, pertanto la vita. Egli non può offrire l’alternativa di vita a coloro che soffrono sotto il giogo delle tenebre; può solo destare la loro nostalgia e ravvivare l’aspettativa. Riconosce di non essere il salvatore del popolo, né pretenderà di esserlo. La frase di Giovanni: io non sono il Messia, prepara quella di Gesù: Io sono. Di fatto, Giovanni non pronuncerà mai una frase affermativa che contenga “io sono”, neppure in 1,23: io, voce. L’interesse dell’evangelista nel sottolineare tale frase negativa io non sono e nell’evitare sulla bocca di Giovanni ogni altra espressione con il verbo “essere” mostra che a quella frase negativa sta per essere contrapposto l’“Io sono” di Gesù, già determinato per il suo riferimento a “Messia” la prima volta che compare (4,26).
Allora gli chiesero: “Che cosa dunque? Sei Elia? Rispose: “Non lo sono”: la prima dichiarazione del Battista ha risolto la questione principale, ma in forma puramente negativa, lasciando aperte altre possibilità; per questo l’interrogatorio continua. La commissione, ormai tranquillizzata riguardo al primo sospetto, può specificare maggiormente: sei Elia? Il dialogo si accelera, le risposte sono ogni volta più brevi, fino a concludersi con un brusco e secco “no”, che blocca l’interrogatorio e lascia sconcertati gli inquisitori.
Secondo una tradizione popolare (2 Re 2,11), Elia era stato portato in cielo su un carro; e l’idea che egli fosse ancora vivo e attivo era stata ravvivata dalla strana apparizione di una sua lettera qualche tempo dopo che egli era stato portato via (2 Cron 21,12). Nelle attese post-esiliche, Elia doveva ritornare prima del giorno del Signore (non necessariamente prima del Messia). In Mal 3,1 c’è un accenno all’angelo che doveva preparare la via del Signore, e un’aggiunta al libro (2,23) identifica questo messaggero come Elia. Ancora un altro accenno del II sec. a. C. si trova in Sir 48,10. L’attesa di Elia era molto diffusa in Palestina al tempo di Gesù (Mc 8,28; 9,11) e continuò nel giudaismo dell’epoca post-cristiana. Gli interroganti avrebbero avuto buone ragioni per domandare a Giovanni il Battista se pretendesse di essere Elia. Egli portava abiti come quelli di Elia.
“Sei tu il profeta?” Rispose: “No”: La risposta è ancora più secca. Il titolo “il profeta” allude a Dt 18,15-18: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto”. Sebbene la promessa si riferisse alla successione di profeti dopo Mosè, si giunse a interpretarla come relativa alla figura di un secondo Mosè, che sarebbe apparso negli ultimi tempi. È interessante che nelle loro domande i sacerdoti pongano Elia e il Profeta-simile-a Mosè. Queste due figure appaiono insieme nella scena sinottica della trasfigurazione. Il fatto che Elia, come Mosè, fosse associato al Monte Sinai o Oreb (1 Re 19,8) probabilmente li univa nel pensiero popolare, e questo sfondo desertico può aver fatto pensare che essi avessero qualcosa in comune con il Battista. A queste tre domande, Giovanni il Battista risponde con tre negazioni, negando così di essere il salvatore escatologico aspettato.

v.22-23 Terminato l’interrogatorio, gli inviati non hanno fatto luce su nulla e chiedono a Giovanni di definirsi egli stesso. Dopo aver rifiutato i ruoli escatologici tradizionali, Giovanni pronuncia la sua dichiarazione positiva e definisce se stesso con un testo del Deuteroisaia (Is 40,3) con il quale lo identificano i sinottici. Le autorità gli hanno chiesto di parlare di se stesso, ma egli si definisce come una mera voce, annunciata fin dall’antichità. “Voce” è termine relazionale che suppone uditori. Il passo di Isaia originariamente si riferiva al ruolo degli angeli nel preparare una via nel deserto, attraverso la quale Israele potesse ritornare dalla cattività babilonese alla terra di Palestina. Gli angeli dovevano abbassare le colline, colmare le valli e preparare così una superstrada. Ma Giovanni il Battista deve preparare una strada non perché il popolo di Dio ritorni alla terra promessa, ma perché Dio venga al suo popolo. Il suo battesimo e la sua predicazione nel deserto apriva i cuori degli uomini, abbassava il loro orgoglio, colmava il loro vuoto, e così li preparava all’intervento di Dio. Nei Sinottici, sono gli evangelisti ad applicare al Battista il testo di Isaia; nel quarto vangelo, invece, è lo stesso Battista ad applicare a sé il testo. Ciò sottolinea il metodo del quarto evangelista per far testimoniare Giovanni il Battista.

vv.24-25 Appaiono per la prima volta i farisei, che saranno gli acerrimi avversari di Gesù nel corso del vangelo. È il gruppo degli osservanti e custodi della Legge. Hanno assolutizzato Mosè (9,28), il mediatore della Legge (1,17), e si opporranno all’amore che sta per manifestarsi in Gesù Messia. La menzione dei farisei in questo luogo, oltre ad indicare quali siano i principali nemici dell’attività di Giovanni (4,1-3), mostra a chi si rivolga in particolare l’annuncio del Messia. I farisei non si contentano della spiegazione negativa, né prestano ascolto alla denuncia fatta da Giovanni. L’obiezione posta dai farisei ha una sua logica: se Giovanni non rivendica alcun ruolo escatologico riconoscibile, perché compie un’azione escatologica come il battezzare? La domanda che gli rivolgono è quasi un’accusa: lo trattano da usurpatore.

vv.26-27 Nella risposta, il Battista declassa il suo battesimo ad un rito di purificazione. Sin dall’inizio della sua missione, Giovanni sapeva che il suo battesimo sarebbe stato seguito da un altro superiore ad esso, con lo Spirito Santo (1,33). L’acqua appartiene al mondo fisico e può avere contatto unicamente con quanto è fisico; lo Spirito penetra nell’interno dell’uomo. L’acqua può simboleggiare una trasformazione; lo Spirito, che è forza divina, è l’unico che può realizzarla.

Il battesimo di Giovanni, pertanto, non è definitivo, ma soltanto preparazione per ricevere un personaggio che sta per giungere; soltanto lui darà il battesimo definitivo. Questo personaggio cui il battesimo di Giovanni prepara è già presente, ma essi non si sono ancora resi conto della sua presenza. In caso contrario, l’interrogatorio di Giovanni sarebbe stato superfluo. Non lo conoscono adesso, prima della sua manifestazione, né mai lo conosceranno (8,19).
Giovanni, pur non essendosi identificato con Elia, si proclama precursore del Messia che viene ed afferma la propria inferiorità nei suoi confronti. Il testo fa una chiara allusione alla legge giudaica del levirato, secondo la quale, quando uno moriva senza figli, un parente doveva sposare la vedova per dare figli al defunto. Se colui che aveva il diritto e l’obbligo di farlo non soddisfaceva a esso, un altro poteva occupare il suo posto. La cerimonia per dichiarare la perdita del diritto consisteva nello slacciare il sandalo (cfr Dt 25,5-10; Rt 4,6-7). Affermando di non poter prendere il posto di colui che viene (cfr 1,15), Giovanni lo annuncia come Sposo. Nei termini simbolici dei profeti, che spesso presentavano l’alleanza come unione coniugale fra Dio e il popolo, lo Sposo che giunge annuncia l’inaugurazione di un’alleanza nuova.

v.28 Questo primo giorno si chiude con un accenno al luogo dove il Battista rese testimonianza. Chiudere una parte con un riferimento geografico è cosa comune in Giovanni. Betània non è la città presso Gerusalemme (11,18), ma una località nella Transgiordania della quale non rimane traccia. Il suo nome però si presta alla interpretazione simbolica: bet-aniyyah, “casa della risposta/testimonianza”, una derivazione che renderebbe il nome quanto mai adatto al luogo in cui Giovanni il Battista rese testimonianza a Gesù.

L’invito a gioire proclamato dall’antifona d’ingresso attraversa tutta la liturgia odierna. Nella prima lettura, Isaia afferma di aver ricevuto una consacrazione che l’ha costituito profeta, testimone dell’alleanza tra Dio e gli uomini. Per questo può inneggiare: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli”. Quella di Isaia è immagine della consacrazione di tutti i cristiani che li costituisce profeti e testimoni dell’evangelo.
Paolo, scrivendo ai Tessalonicesi, li esorta a stare sempre lieti, a pregare incessantemente e a non disprezzare il dono della profezia che, essendo la presenza, nell’uomo, dello Spirito sempre nuovo, rende attuale il Vangelo. Il dono della profezia e la testimonianza vengono personificate in Giovanni il Battista.
Ai teologi di Gerusalemme, che si chiedevano chi fosse quest’uomo che faceva accorrere le folle e faceva risuonare forte la voce di profeti che taceva ormai da tre secoli, Giovanni dà una risposta sorprendentemente umile. Egli non è il messia, non è Elia redivivo, non è il grande profeta atteso. È semplicemente il testimone, totalmente subordinato allo sconosciuto che annuncia; è voce che libera la Parola. Una dichiarazione di identità attraverso una serie di negazioni. Alla scuola del Battista impariamo che nostro compito è portare Cristo, che siamo chiamati a essere, attraverso la nostra testimonianza di vita, trasparenza di Gesù presente e nascosto in mezzo agli uomini. Dobbiamo imparare a cantare con la nostra vita a tutti gli uomini: “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino”.