III Domenica di Avvento

III Domenica di Avvento

Sab, 16 Dic 23 Lectio Divina - Anno B

Domenica “Gaudete” (= Gioite): così è detta la III domenica di Avvento, che giunge, circa alla metà dell’Avvento, a mitigare la gravità dei colori liturgici, sostituendo il viola dei tempi penitenziali con un colore rosaceo, significante la gioia, dovuta alla consapevolezza della presenza del Signore, ricco di misericordia in mezzo a noi, suoi poveri.

Come vediamo già nella prima lettura, tratta dal Terzo Isaia, è Lui il fondamento della grande gioia che illumina la nostra domenica, perché Egli è venuto proprio per noi miseri, a guarire tutte le nostre piaghe.

Da ciò nasce la sensazione di profondo entusiasmo per la nuova realtà cui ci sentiamo elevati, espresso a pieno nelle immagini affascinanti dello Sposo che circonda di attenzioni la sua Sposa e della natura che, al risveglio primaverile, si veste di nuovi germogli.

Lo stesso entusiasmo si ripete nelle parole del cantico del Magnificat,ripreso dalla Liturgia di oggi come Salmo Responsoriale: la vergine Maria proclama con parole simili a quelle del Profeta Isaia la sua gioia incontenibile per la scelta che il Signore, attraverso di Lei, ha fatto nei confronti degli umili, dei servi e dei poveri.

Il clima di gioia viene ripreso anche nella seconda lettura (1Ts 5,16-24: "Fratelli siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie").

Non è un tema secondario per il cristiano. Anzi. Gesù, nell’ultima cena, nel suo testamento spirituale, afferma a chiare lettere: "Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena" (Gv 15,11).

La gioia e la serenità fanno parte integrante del cristianesimo. Certo non si tratta della gioia e della serenità fondate sul successo, sul potere o sulla ricchezza in questo mondo. Si tratta di una gioia e di una serenità che hanno sede nello spirito dell’uomo e sono dono dello Spirito di Dio; san Paolo ce lo ricorda: "Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal.5,22)

Aprirsi a questa profonda gioia/serenità che solo Dio può generare nella persona, significa avere chiaro il significato della vita, nonostante le difficoltà presenti in essa; comprendere che ogni cosa coopera al bene per coloro che amano Dio; sapere che ogni momento della vita è un dono di Dio anche quando, umanamente, non riusciamo a capirlo o accettarlo; sapere che niente di ciò che il Padre ha affidato a Gesù può andare perduto; essere sicuri che Cristo ci ha preparato un posto nel suo Regno; esperimentare la presenza dello Spirito.

Quando manca la gioia, il Vangelo non passa. Un cristiano triste può parlare di cose bellissime, ma è tutto vano, se l’annuncio che trasmette non è lieto. Papa Francesco si è espresso così: «Diceva un pensatore: Un cristiano triste è un triste cristiano. Non dimenticare questo».

Nella lettura del Vangelo il tema della gioia sembra meno evidente, ma è solo una sensazione: in realtà viene presentata in primo piano la figura del Precursore, Giovanni Battista; ma questi è venuto per annunciare la Luce e la Luce è sempre strettamente legata alla gioia.

Giunse dunque una delegazione da parte dei Giudei per sottoporre il Battista ad una sorta di inquisizione: evidentemente la predicazione ed il Battesimo di Giovanni avevano avuto una risonanza sufficiente a mettere in ansia chi deteneva il potere a Gerusalemme.

Quando troviamo il termine Giudei, nel Vangelo di Giovanni, quasi sempre si riferisce a coloro che avversavano Gesù: si tratta di un’avversione per motivi religiosi, ma in ultima analisi anche questi motivi sono legati al timore di perdere potere. Comunque, in questa fase, la “commissione indagatrice” accampa motivi religiosi, tanto è vero che è costituita da personaggi legati al culto: Sacerdoti e Leviti.

Giovanni dà la sua testimonianza in risposta ai quesiti proposti in termini solo negativi, dicendo chi Egli non è: “Non sono io il Cristo”; “Non sono il Profeta”; “Non sono Elia”; ma gli inviati dei Giudei ritenevano che un gesto della portata del Battesimo di Giovanni dovesse riconoscere un’autorità istituzionale; solo di fronte alle loro obiezioni, allora, il Battista dà una risposta in positivo: dice di essere la “voce” di Colui che attendiamo.

Sant’Agostino rileva che nello stesso brano del vangelo di Giovanni, poco prima, l’Evangelista ha definito la Persona stessa dell’Atteso come Parola: voce e parola non sono la stessa cosa! La voce è un fatto fisico, materiale; la parola è frutto di un processo del pensiero, è un evento spirituale: come la voce dà materia alla parola, così la voce che “grida nel deserto” diviene la via per introdurre l’annuncio del Verbo Eterno.

Il Battista delinea per sé il ruolo solo di Precursore di Colui che sta venendo a portare la pienezza della Buona Novella; fra loro due, ribadisce, esiste una distanza immensa: «uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».

Gesù stesso dirà in seguito che “tra i nati di donna non è sorto mai nessuno più grande di Giovanni Battista”, ma lo stesso Precursore sottolinea la differenza di importanza fra di loro due: lo slacciare il sandalo era un atto riservato al servo nei confronti del padrone: tanto grande era la distanza che Giovanni poneva tra sé e Gesù. Giovanni Battista individuerà proprio in Gesù il Messia, autore di un Battesimo non più di acqua, ossia solo rituale, ma “in Spirito Santo e fuoco, capace di causare nell’uomo un profondo e sostanziale cambiamento.