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Natale del Signore - Messa del Giorno

Natale del Signore - Messa del Giorno

Mer, 24 Dic 25 Commento alla Parola - Anno A

Al cuore della solennità del Natale sta l’annuncio dell’Incarnazione del Verbo di Dio. La liturgia, dopo la lettura del Vangelo della nascita a Betlemme, nella messa della notte; dell’annuncio e della visita dei pastori, nella messa dell’aurora, ci propone nella messa del giorno, uno dei testi più ricchi e profondi del Nuovo Testamento: il prologo del quarto Vangelo, nel quale l’autore ci conduce a scoprire l’identità del Bambino, che abbiamo contemplato nato e deposto in fasce, da Maria, in una mangiatoia.

Che importanza ha questo neonato per gli uomini? Chi è? Da dove viene? In quale rapporto sta con la creazione e con l’umanità?

Egli è il Verbo, la Parola di Dio, il Figlio vivente in Dio dall’eternità: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio […]. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria; gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1, 1. 14).

Il libro della Genesi si apre con le parole: “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gn 1,1). Il Vangelo di Giovanni non inizia dicendo: In principio Dio creò il Verbo, bensì con l’affermazione lapidaria: “In principio era il Verbo” (Gv 1,1). Il Verbo non è creato: esiste da sempre. Questo vuol dire che è senza principio e senza fine. È da sempre “presso Dio” ed “è Dio”.

Dopo avere parlato del Verbo e del suo rapporto con Dio, l’evangelista presenta il rapporto del Verbo con la creazione: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui” (Gv 1, 3a). Un’affermazione che viene ulteriormente rafforzata dalle parole: “E senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste” (Gv 1, 3b). Tutta la creazione, dunque, sin dalla sua origine, è legata e dipende nel suo esistere dal Verbo divino. Pertanto, quando il Verbo viene nel mondo non entra in un paese straniero, in una realtà a Lui estranea, bensì viene nella sua proprietà, viene a casa sua, tra i suoi.

In particolare, il rapporto del Verbo con gli uomini è caratterizzato dal binomio “Vita - Luce”. Il Verbo, essendo Dio, possiede la pienezza della Vita, perché in Lui è assente ogni ombra di morte e di limite. Per questo motivo diventa per gli uomini Luce che illumina, orientamento e meta.

“E il Verbo si fece carne” (Gv 1,14) è il versetto centrale, la vetta luminosa del Prologo, la sintesi di tutto il mistero cristiano, la pietra angolare e preziosa, su cui riposa la salvezza del mondo e la possibilità data agli uomini di conoscere Dio, di amarlo, di essere uniti a Lui per sempre. Si tratta di una frase semplice e disadorna, lasciata cadere con la forza inaudita di un macigno.

Il Verbo, Persona divina, tutt’uno con il Padre, che dall’eternità è presso Dio ed è Lui stesso Dio, nel quale c’è la pienezza della Vita e nel quale non c’è ombra di oscurità; in un momento preciso della storia nasce nel tempo, abita tra noi, si fa uomo di carne come noi. Si fa piccolo, entra nella precarietà e si mette alla pari con noi per incontrare la sua creatura, nella debolezza della sua condizione umana ferita dal peccato.

È diventato “carne”, umanità fragile e limitata, contingente, storicamente e culturalmente condizionata. Non si tratta unicamente di “natura” umana, ipostaticamente unita alla divinità, ma anche di appartenenza a un ambiente, a una cultura e a un’epoca; si tratta di corporeità e mortalità, di affettività e socialità.

L’autore della Lettera agli Ebrei lo dice con estrema chiarezza: “Eccetto il peccato, si è fatto in tutto simile ai fratelli” (Eb 2,17; 4,15).

“E venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14): quindi ha dimorato, è vissuto in un tempo e in un luogo preciso; è il Gesù della storia, che raggiungiamo attraverso i Vangeli e la cui traccia non è scomparsa. L’incarnazione del Verbo non va limitata al momento della sua nascita “secondo la carne” (Rm 1,3; cf Gal 4,4); abbraccia la totalità della sua esistenza terrena e, in un certo senso, si estende nel tempo e nello spazio. Se è vero, infatti, che Cristo Risorto è “il Vivente” (Lc 24,5), Egli continua a essere presente oggi nel mondo, in quanto la Chiesa è suo corpo e noi siamo le sue membra (cf 1 Cor 12,12ss).

In modo drammatico, inatteso e sconvolgente, per due volte viene affermato che il Verbo di Dio incarnato è stato respinto. Venne nel mondo, ma gli uomini, che devono a Lui l’esistenza, non lo hanno accolto, lo hanno lasciato fuori dalla porta, non l’hanno voluto tra loro. L’opera del Verbo incarnato si scontra con la forza ostile delle tenebre. Tuttavia, sottolinea l’evangelista, la Luce risplende e prevale: “Le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1, 5). A coloro che accolgono il Verbo mediante la fede, si fidano di Lui e a Lui si affidano, è dato il diritto di diventare figli di Dio; è dato di entrare a far parte di quel colloquio d’Amore che è la perfetta comunione tra Padre e Figlio, è dato di vedere Dio: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio Unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è Lui che lo ha rivelato” (Gv 1, 18).

L’incarnazione del Figlio ha reso possibile la visione del volto di Dio già qui sulla terra, visione proibita all’uomo dell’Antico Testamento. Dopo l’incarnazione, il nostro Dio può essere unicamente il Dio narrato da Gesù, in quanto Lui è l’ultimo e definitivo racconto di Dio, e chi vede Lui, chi contempla la sua vita, conosce il Padre.

Nella carne di Gesù il Dio invisibile ha reso visibile la sua gloria. Dopo l’ultima cena, a Filippo che gli chiede: “Mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14, 8), Gesù risponde: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 9); cioè, chi vede me uomo, carne fragile, nella mia vita umanissima può scorgere il racconto che io faccio di Dio.

Il prologo di Giovanni, che la Liturgia ci propone come Vangelo del giorno di Natale, deve condurci a celebrare questa festa in modo più pieno e profondo, superando quella riduzione folcloristica e sentimentale, alla quale si indulge facilmente, e che il più delle volte non lascia una grande traccia nella fede e nella vita, anche nella nostra. Natale vuol dire “incarnazione” del Verbo di Dio: il Figlio di Dio viene a rivelarci il Padre e il suo amore che salva.

Accogliere il Verbo incarnato è credere in lui per avere la Vita, una Vita abbondante, “grazia su grazia”. Questo è il grande dono che riceviamo e che, a nostra volta, dobbiamo donare a tutti. La luce del Verbo splende in mezzo alle tenebre della notte oscura dei cuori. Anche oggi, purtroppo, il Verbo incarnato non viene accolto, anche oggi “non c’è posto per Lui”. Questo vale per il mondo e non deve stupirci; ma, in qualche misura, potrebbe essere vero anche di noi. Non lasciamo che questo Natale e tutta la nostra vita trascorra tra il luccichio delle luci artificiali, lasciando fuori dalla porta la Luce vera, quella che illumina ogni uomo e ci mostra il Volto di Dio.