Natività della Beata Vergine Maria

Natività della Beata Vergine Maria

Lun, 06 Set 21 Lectio Divina - Anno B

La genealogia di Matteo si ispira al primo libro delle Cronache 1,34; 2,1-15; 3,1-18; e al libro di Rut 4,18-22. Per l'ebreo linfatti a storia si esprime in termini di genesi, di generazione. Nella Bibbia c'è una sola storia: quella di una promessa fatta da Dio ad Abramo, padre dei credenti (cfr Is 51,1-2), manifestatasi nel re Davide (cfr Is 9,6; 11,1-9) e adempiuta in Gesù (cfr Gal 3,28-29).

v.1: Il primo versetto di questo brano è il titolo della genealogia, ma può essere contemporaneamente il titolo di tutto il vangelo. L'espressione "libro della genesi" richiama il titolo del primo libro della Bibbia e suggerisce che il vangelo è il racconto della nuova creazione. L'evangelista Giovanni si pone sulla stessa linea mettendo all'inizio del suo vangelo le parole "in principio", riprese direttamente dal libro della Genesi 1,1.
Come figlio di Davide, Gesù porta a pieno compimento le promesse che Dio aveva fatto per mezzo dei profeti (2Sam 7,1ss; Is 7,14ss), come figlio di Abramo, realizza perfettamente la promessa fatta al capostipite del popolo di Dio: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra. Ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re" (Gen 17,6; cfr Gal 3,8-29).
La genealogia mette in evidenza la continuità tra la storia d'Israele e la missione di Gesù e ci prepara a capire il vangelo, secondo il quale la Chiesa fondata da Gesù (Mt 16,18) è il vero Israele di Dio e l'erede di tutte le sue promesse.

v.3: Da Tamar: la menzione di donne nell'albero genealogico di Gesù, cosa pressoché insolita nel genere della genealogia, ha lo scopo forse di preparare la presenza determinante ed esclusiva di una donna, Maria, nella nascita del Salvatore (v. 16). Inoltre è singolare il fatto che quasi tutte siano non israelite: Rachab (v. 5 a), la meretrice di Gerico preisraelitica (cf Gs 2,1); Rut (v. 5b), la moabita (cf Rt 4,10); quella che era stata la moglie di Uria (v. 6) l'ittita (2Sam 11,3); forse anche Tamar, probabilmente cananea come la suocera  (cfr Gn 38,2.6). Ciò tradisce la segreta intenzione dell’evangelista di attribuire una portata universalistica al piano della salvezza fin nelle remote origini del Messia.
Al versetto 16 la struttura dell'albero genealogico bruscamente si spezza. Stando al susseguirsi delle generazioni precedenti, avremmo dovuto leggere: Giacobbe generò Giuseppe e Giuseppe generò Gesù. Leggiamo invece:" Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale fu generato (da Dio) Gesù chiamato il Cristo". Questo verbo in forma passiva "fu generato" (in greco eghennethe) esprime l'azione di Dio, che verrà richiamata esplicitamente nel brano seguente:" Quel che è generato in lei viene dallo Spirito santo" (Mt 1,20).
Nel versetto 17 Matteo attribuisce una grande importanza al numero 14. Questo numero è la somma di valori numerici delle tre lettere dell’alfabeto ebraico che formano il nome di Davide (daleth, waw, daleth = 4+6+4). Questo versetto esprime una tesi teologica: sottolineando la cifra di Davide moltiplicata per tre (la cifra tre è simbolica: esprime la realtà dell'uomo nella sua continuità, nel suo permanere nell'essere), Matteo pone l'accento su Davide e sulla continuità della sua discendenza, argomento che svilupperà nel brano seguente.

v.9: Nella genealogia di Gesù Cristo, Matteo ci ha dato una visione teologica del susseguirsi della generazioni. Ora prosegue questa sua concezione presentando il ruolo e la missione di Giuseppe dal punto di vista di Dio. Giuseppe è un uomo giusto. Il suo problema non è principalmente la situazione nuova che si è creata con la sua promessa sposa Maria, ma il suo rapporto con questo bambino che sta per nascere e la responsabilità che egli sente verso di lui. Giuseppe è detto giusto perché sintetizza nella sua persona l'atteggiamento dei giusti dell'Antico Testamento e in particolare quello di Abramo (cfr Mt 1,20-21 con Gen 17,19).
La giustizia di Giuseppe non è quella "secondo la legge" che autorizza a ripudiare la propria moglie, ma quella "secondo la fede" che chiede a Giuseppe di accettare in Maria l'opera di Dio e del suo Spirito e gli impedisce di attribuirsi i meriti dell'azione di Dio.
Di sua iniziativa Giuseppe non ritiene di poter prendere con sé una persona che Dio si è riservata. Egli si ritira di fronte a Dio, senza contendere, e rinuncia a diventare lo sposo di Maria e il padre del bambino che sta per nascere; per questo decide di rinviare segretamente Maria alla sua famiglia.

v.17: Quattordici: tale numero, ottenuto artificiosamente mediante l’omissione di diversi anelli della catena genealogica, rivela il suo carattere simbolico, essendo multiplo di 7, il numero della completezza, vuol significare la ‘totalità’.

v.18: Benché l'Evangelista ne dia pochi cenni, pure parla chiaramente della concezione miracolosa nel seno della vergine Maria, per opera dello Spirito Santo, di Giuseppe perplesso per lo stato della sua fidanzata, della luce da lui ricevuta per mezzo dell'angelo, che dissipò i suoi dubbi attraverso un fatto predetto nelle profezie, finalmente del nome ch’egli doveva dare al celeste bambino per ordine di Dio (Matteo 1,18-25).

vv.18-25: II brano, che ha per tema centrale la crisi spirituale di Giuseppe di fronte all'impiegabile gravidanza della sua sposa-fidanzata, ci presenta lo sposo di Maria come il testimone più autorevole del verginale concepimento del Messia. Nella narrazione che si sviluppa in tre momenti (vv. 20-21: annuncio; vv. 22-23: citazione biblica; vv. 24-25: realizzazione), si trovano gli elementi caratteristici del genere letterario degli annunci di cui è piena la Bibbia (cf Gn 17-18; Es 3; Gdc 13; Lc 1); e cioè: l'apparizione (v. 20a), il turbamento (v. 20b), il messaggio (vv. 20-21), l'obiezione (v. 20), il «segno» e il nome (v. 21).

v.19: Giuseppe è giusto di una giustizia che scopriremo nel seguito del vangelo, quella che si esprime nell'amore dato senza discriminazioni a chi lo merita e a chi non lo merita (Mt 5,44-48) ed è riassunto nella "regola d'oro": "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7,12). L'uomo giusto è misericordioso come Dio è misericordioso.
La crisi di Giuseppe ha lo stesso significato dell'obiezione di Maria in Luca 1,29. Maria era turbata perché non sapeva che cosa significasse il saluto dell'angelo. Giuseppe è incerto perché non sa spiegarsi ciò che è avvenuto in Maria. Maria può chiedere la spiegazione all'angelo, ma Giuseppe non sa a chi rivolgersi; per questo decide di mettersi in disparte aspettando che qualcuno venga a liberarlo dalle sue perplessità.

v.20: Matteo mette in rilievo l'identità messianica di Gesù affermando la sua discendenza da Davide, al quale Dio aveva promesso un discendente che avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe (cfr Lc 1,33; 2Sam 7,16). Quindi, secondo la genealogia, Gesù è il discendente di Davide non in virtù di Maria, ma di Giuseppe. È per questo che Matteo presenta Giuseppe come destinatario dell'annuncio con il quale gli viene dato l'ordine di prendere Maria con sé e di dare il nome a Gesù. Giuseppe, riconoscendo legalmente Gesù come figlio, lo rende a tutti gli effetti discendente di Davide. Gesù verrà così riconosciuto come figlio di Davide ( Mt 1,1; 9,27; 20,30-31; 21,9; 22,42).

v.21: Il nome di Gesù significa "Dio salva". La promessa di salvezza contenuta nel nome di Gesù viene presentata in termini spirituali come salvezza dai peccati (v. 21). Anche per Luca la salvezza portata da Gesù consiste nella remissione dei peccati (Lc 1,17). In queste parole c'è il netto rifiuto di un messianismo terreno: Gesù non è venuto a conquistare il regno d'Israele o a liberare la sua nazione dalla dominazione straniera.
La singolarità dell'apparizione dell'angelo consiste nel fatto che essa avviene in sogno. Matteo forse presenta Giuseppe secondo il modello del patriarca Giuseppe, vicerè d'Egitto (Gen 37,5ss). La cosa importante è che l'apparizione dell'angelo chiarisce con sicurezza che la direttiva viene da Dio.

v.22: Qui troviamo la prima citazione dell'Antico Testamento. Questa è preceduta dalla formula introduttiva: "Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta". Con questa espressione Matteo vuol darci l'idea del compimento delle intenzioni di Dio contenute nella Scrittura. È importante notare che attraverso il profeta ha parlato Dio. Con la citazione di Isaia 7,14 Matteo presenta la generazione di Gesù come un parto verginale. Gesù quale Emmanuele, Dio con noi, costituisce un motivo centrale del vangelo di Matteo. Questa citazione di Isaia forma un'inclusione con l'ultima frase del vangelo: "Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).

v.25: Senza che egli la conoscesse (lett. fino alla nascita del figlio cioè «fino a che non diede alla luce un figlio»). Su questa frase, com'è noto, i negatori (antichi e moderni) della perpetua verginità di Maria hanno trovato un buon argomento. Ma è facile rilevare che l'evangelista, pur mettendo l'accento sul periodo precedente alla nascita di Gesù, non lascia affatto capire che l'atteggiamento di Giuseppe nei riguardi di Maria sia in seguito mutato. Nel linguaggio biblico (cf Gn 8,7; 1Tm 4,13, ecc.) la congiunzione temporale «finché» non implica necessariamente un cambiamento di situazione per il tempo successivo. Del resto, la preoccupazione principale di Matteo non è tanto quella di far sapere che Maria non ebbe rapporti con Giuseppe nella concezione del bambino, attribuita inizialmente allo Spirito Santo (cf 1,8), ma di legittimare la presenza e l'azione di Giuseppe nei riguardi del Messia: nonostante che non ne sia il padre, egli può essergli al fianco e imporgli persino il nome. Infatti la primitiva generazione cristiana non ha dovuto difendere direttamente la verginità di Maria, ma spiegare la paternità «putativa» di Giuseppe.