
Natività di San Giovanni Battista - Messa del Giorno
Gio, 18 Giu 26 Commento alla Parola - Anno A
Il vangelo di questa solennità ci fa puntare lo sguardo sulla nascita di un uomo che ha aperto un’era nuova: Giovanni Battista.
Il Vangelo di Lc 1,57-66.80 non è il semplice racconto della nascita di un grande profeta, ma anche un vademecum su come fare spazio al nuovo in un mondo che ci vorrebbe “fotocopie” del passato, installate in una forma mentis cristallizzata dentro i confini di una sicurezza mortifera e priva di incremento vitale.
Carlo Acutis aveva intuito questo processo cristallizzante che esprimeva così: “Nasciamo originali e moriamo fotocopie!”
Il Vangelo di oggi ci insegna come aprire le strade al nuovo che avanza e restare originali, cioè connessi alla Sorgente, il Padre, da cui ciascuno scaturisce, proprio come Giovanni Battista.
Se leggiamo attentamente il testo di Luca al versetto 1,59 troviamo un punto cruciale: è il momento in cui, all’ottavo giorno, il bambino deve essere circonciso e i parenti devono decidere che nome dargli. Essi dicono che si deve chiamare Zaccaria: una ripetizione, dato che già il padre si chiama così.
Perché questa scelta? Perché si vuole dare una continuità alla tradizione, si vuole rimanere in un porto sicuro. Questo versetto già ci interroga: quante volte le aspettative degli altri decidono per noi? Spesso decidiamo di essere in modo più o meno consapevole ciò che gli altri si aspettano da noi, alterando la nostra vera essenza, la nostra “originalità”; siamo spinti dagli altri a percorrere strade già battute per compiacerli.
La vera svolta è al versetto 60, nella risposta audace e intuitiva di Elisabetta: “No, si chiamerà Giovanni”. Questa risolutezza della cugina di Maria è connotata dal coraggio di affermare l’identità originale di ogni essere umano. Nell’originalità di ciascuno è nascosta la potenza divina, ognuno diventa “freccia appuntita”, canale dello Spirito, se rimane fedele alla matrice originale. I parenti di Zaccaria ed Elisabetta si stupiscono di tale affermazione, ed escono infatti con una esclamazione quasi scandalizzata: “Nessuno della tua parentela si chiama così!”. Questa originalità purtroppo la perdiamo creando immagini fittizie di noi, preferiamo dare tutto per scontato, così da sentirci al sicuro; in realtà tradiamo noi stessi intrappolandoci in una routine senza senso, in risposte preconfezionate, in retoriche o moralismi senza sostanza.
Zaccaria rimane muto perché non ha creduto all’impossibile, la sua lingua si scioglie solo quando scrive il nome del figlio sulla tavoletta, accettando la proposta di Elisabetta che parla dalla Sorgente, dalla Bocca di Dio.
Il mutismo lo respiriamo anche in questo mondo, ed è l’incapacità di comunicare speranza, di pronunciare parole significative che incidano nel cuore dell’uomo di oggi. La dispersione e la distrazione è lo smarrimento del cuore, è la luce della Parola che occorre ritrovare, perché l’abbiamo perduta allontanandoci dall’Originale.
Come ritrovare la capacità di una parola acuminata e profonda, senza cadere nella trappola di diventare fotocopie? Quando si riconosce la verità! Zaccaria, infatti, smette di resistere alla novità nel momento in cui firma la sua adesione alla realtà: Giovanni infatti significa: Dio ha fatto grazia; un nome che evidenzia il favore, la misericordia e la generosità divina. Solo nell’istante in cui riconosce quella verità inedita. torna a parlare.
La nostra voce “guarisce” quando smettiamo di lamentarci del mondo e iniziamo a bene-dire (cioè: dire bene) e ad aprirci a ciò che di nuovo sta accadendo. Entrare in noi stessi e imparare a riconoscere le resistenze alla verità è fondamentale per diventare canali di grazia ed aprire nuovi orizzonti.
Notiamo anche che la prima ad opporsi alla parentela è stata Elisabetta; in una cultura dove la donna contava poco o niente, lei prende posizione. La decisione è una qualità dello spirito che se usata nel baricentro solido dell’Origine (il Padre) ha il potere di aprire strade nuove.
È un’icona che rappresenta l’importanza dell’intuizione e la forza di chi vede la Grazia prima ancora che i fatti siano evidenti. È l’invito a non lasciarsi zittire dal “senso comune” quando sentiamo nel cuore una verità profonda.
Sentite che libertà grandiosa ci dà il Vangelo?
Che sarà mai questo bambino? La gente si interroga, prova timore e meraviglia… non capiscono tutto, intuiscono però che c’è qualcosa di grande, qualcosa di speciale; e ne parlano tra loro come di un presagio pregno di un futuro tutto da scoprire.
Oggi questa attitudine sembra bloccata dalla presunzione che tutto possa essere spiegato con algoritmi e dati… Samo inquadrabili, addirittura prevedibili. Invece le parole del Vangelo di oggi ci aprono all’inesprimibile, al non controllabile, perché la natura umana è aperta all’infinito, non incasellabile in alcun modo! Ogni uomo, grazie a Dio, è una domanda aperta e di lui o lei possiamo dire: Chi diventerà costui?
Il Vangelo investe sul potenziale degli altri e non sui limiti, investe sulla qualità espansiva del cuore umano, che è creato per l’infinito e ha la capacità di migliorare questo mondo boicottante e deprimente.
Il testo del Vangelo si chiude dicendo che Giovanni visse in regioni deserte. Il deserto non è solo un luogo geografico, è anche lo spazio del silenzio, della disconnessione dai ritmi frenetici per la formazione interiore.
Non si può essere “voce” per gli altri se non sappiamo stare nel silenzio. Per essere persone autentiche oggi è importante prendersi lo spazio per contattare il deserto interiore, perché nella beatitudine di questo silenzio lo spirito si fortifica e impara a riconoscere la Sorgente da cui ciascuno sgorga.
Questo Vangelo ci interroga:
- Siamo capaci di chiamare le cose con un nome nuovo?
- O siamo così legati alle nostre abitudini da non accorgerci che Dio sta portando qualcosa di mai visto nella nostra vita?
La fede non è ripetizione, è nascita. Essere cristiani oggi significa avere il coraggio di Zaccaria: scrivere sulla propria “tavoletta” quotidiana che la grazia è possibile anche quando tutti gli altri dicono: “si è sempre fatto così”.
Apriamoci quindi all’inedito e respiriamo il nuovo che sta nascendo in ciascuno di noi!
“Dentro di me
C’è una sorgente profonda.
E in quella sorgente c’è Dio.
A volte riesco a raggiungerla,
più sovente essa è coperta da pietre e sabbia:
allora Dio è sepolto.
Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo”
(Etty Hillesum)