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Presentazione del Signore

Presentazione del Signore

Mar, 27 Gen 26 Commento alla Parola - Anno A

La festa di oggi, fortemente cristologica, è la celebrazione della presenza, nelle strutture umane, del Figlio di Dio. Come dice il profeta Malachia, “l’angelo dell’alleanza” è Colui che ha inaugurato un nuovo modo di relazionarsi tra Dio e l’uomo, “la punta di fuoco dell’infinito nel finito”, come scriveva poeticamente S. Kierkegaard.

Al centro del Vangelo di Luca c’è il Cristo che entra nel suo tempio senza clamore, nella povertà di una famiglia ebraica, accettando le strutture legali e rituali degli uomini e presentandosi con la semplicità di una creatura indifesa e povera. Attorno a Lui si raccoglie il suo popolo, costituito dai “poveri del Signore”; quelli che l’Antico Testamento presentava come i giusti fedeli alla legge di Dio e, per questo, spesso emarginati e schiacciati dagli oppressori e dai potenti. C’è la madre di Gesù, Maria, c’è il padre legale, Giuseppe, classificati tra i poveri con la loro offerta sacrificale di due tortore, richiesta ai meno abbienti. C’è Simeone, l’uomo della speranza, e c’è Anna: essi sigillano la serie dei primi testimoni di Cristo nella storia.

Questo brano si presenta come la storia di un’attesa e di un incontro sorprendente ed è pervaso da un’atmosfera festosa: Simeone benedice Dio cantando un inno di pace, di luce e di gioia; il padre e la madre sono pieni di stupore; la profetessa Anna esplode nella lode; il bambino è avviato a crescere in sapienza e grazia, mentre su tutta la scena aleggia lo Spirito di Dio.

Il fondo della scena è molto quotidiano: Gesù bambino entra nel tempio portato dai suoi genitori. Maria obbedisce alle norme legali e rituali e lei, la purissima madre del Signore, si sottopone alle prescrizioni della Legge che, per quaranta giorni dal parto, l’hanno tenuta lontana dal tempio, perché impura. Simeone, descritto come “giusto e timorato di Dio”. appartiene al popolo degli Anawim, i “poveri di Jahweh; sue caratteristiche fondamentali sono, quindi, la fede profonda, la fiducia e l’abbandono in Dio. Egli prende tra le braccia il bambino Gesù e l’arte delle icone lo raffigura come il Theodochos, “colui che accoglie Dio”. Simeone è anche l’uomo dell’attesa; la quotidianità in cui è imprigionato non gli impedisce di tenere lo sguardo fisso verso l’orizzonte. Anche se il presente è senza sole, è certo che l’alba spunterà, che Dio infrangerà il suo silenzio e la notte oscura sarà diradata. Egli accoglie il Bambino Gesù con queste parole: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo”.

Cristo è, per eccellenza, la rivelazione del Mistero invisibile di Dio, che si irradia non soltanto sul popolo eletto, ma sull’intera umanità. Per questo il simbolismo della luce domina la celebrazione di questa festività. La luce squarcia le tenebre e ingaggia con esse un duello, facendole arretrare. Simeone, infatti, annuncia che Gesù sarà un segno di contraddizione e di divisione. Attorno a questo bambino e alla luce che egli porta, l’umanità è chiamata ad esercitare la sua libertà, a scegliere tra le tenebre e la luce. Gesù, “presentandosi” nel mondo, diventa una linea di demarcazione, un segno di scontro e di confronto.

Il Cantico di Simeone è un inno di fede e di speranza; al termine però Simeone si rivolge a Maria indirizzandole un oscuro oracolo: “Anche a te una spada trafiggerà l’anima”. Varie sono state le interpretazioni date dalla tradizione cristiana a questo versetto, ma il senso reale è da cercare nella profezia precedente. Maria è nel cuore della battaglia pro o contro suo Figlio. La legge della spada di Cristo è la legge del perdere per trovare, della povertà totale per tutto possedere, dell’abbandono nella fede per essere pienamente saziati, consolati, salvati. Maria diventa così, ancora una volta, il modello del perfetto discepolo, del fedele, del salvato.

L’esegeta Charles Perrot ha scritto che, dopo la tenebrosa profezia di Simeone, il personaggio di Anna appare come un sorriso. Essa è profetessa, attenta ai segni della storia e al segno decisivo che è Cristo. È il ritratto della vecchiaia felice e benedetta da Dio, la rappresentazione della senilità operosa e piena di speranza. Luca la ritrae come l’orante serena, che “non si allontana mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. Di fronte ad un mondo sempre più vuoto e alla ricerca di una sazietà artificiosa, Anna è il segno della vera pace, della gioia e della pienezza. L’evangelista ce la presenta come vedova, condizione che, come la verginità, è chiamata a costituire un segno libero e gioioso di donazione a Dio e ai fratelli: nella preghiera, nella lode, nell’accoglienza operosa, nell’annunzio del Vangelo e nell’impegno missionario. Anna incarna la missione del discepolo di Cristo che al mondo in attesa annunzia la “redenzione”, il riscatto dal male, la possibilità di un mutamento delle vicende umane.

Con Simeone e Anna accogliamo questo Bambino che entra nella storia del mondo assumendo il nostro sangue, la nostra carne, le nostre prove, le nostre sofferenze e persino quell’orizzonte oscuro e così umano che è la morte. Ed è proprio “presentandosi” in questa forma al mondo, non come realtà angelica ma come nostro fratello, che egli può strapparci alla nostra tenebra, al nostro male, al nostro limite. Accendiamo, perciò, la fiaccola della luce di Cristo nella notte della storia; parliamo anche noi di questo bambino “a quanti aspettano la redenzione di Gerusalemme”.

 

Per la riflessione personale:

  • Siamo capaci di lasciarci sorprendere da un Dio che, in Gesù, continua a percorrere le strade della storia e della nostra vita?
  • La nostra fede è stanca, ripetitiva, fatta di certezze acquisite, oppure è luce per illuminare le tenebre del mondo e profezia dell’amore di Dio per l’uomo?
  • Secondo la profezia di Simeone a Maria una spada le trafiggerà l’anima: quanto siamo disposti ad accettare situazioni di sofferenza (malattia, lutto, perdita del lavoro…) conservando la speranza in un Dio che ci ama sempre e comunque?