
Sacratissimo Cuore di Gesù
Ven, 12 Giu 26 Commento alla Parola - Anno A
Il cuore, nella tradizione biblica e filosofica, rappresenta l’essenza stessa della persona, il luogo in cui spirito, anima e corpo si incontrano e si fondono; il luogo dei sentimenti, il sacrario della coscienza. Per cui, il Sacro Cuore di Gesù, di cui oggi celebriamo la solennità, rappresenta l’essenza stessa di Cristo: la sua umanità, la sua divinità, le sue emozioni e sentimenti, la sua infinita volontà di salvezza. È l’incarnazione dell’Amore Misericordioso di Dio, l’amore infinito di Cristo per l’uomo, simbolo di misericordia, perdono e compassione.
La liturgia, nella sua grande sapienza, offre alla nostra contemplazione il testo tratto dal Vangelo secondo Matteo (11, 25-30).
Letteralmente, il brano inizia con le parole: “rispondendo, Gesù disse” ... Questa notazione lega ciò che Gesù sta per dire agli eventi appena narrati: la domanda del Battista sulla messianicità di Gesù (cfr Mt 11, 3ss.) e il fallimento, o almeno lo scarso successo, della sua predicazione e missione (cfr Mt 11, 20-24). Gesù ha appena rimproverato le città di Corazìn, Betsàida e Cafàrnao perché, pur avendo assistito ai gesti meravigliosi da lui compiuti, non si sono convertite. Si comprende così il senso del verbo “rispondere” che introduce il ringraziamento di Gesù. Questa risposta reagisce a degli eventi, non a una domanda esplicita che, appunto, nel testo non c’è. Gesù risponde, allo scarso interesse suscitato dalla sua persona, dalla sua predicazione, dalle sue opere, con la preghiera, addirittura con una preghiera di ringraziamento: “Ti rendo lode, Padre” ... Egli integra nella sua preghiera anche l’insuccesso, mette tutto davanti al Padre e conferma la sua irrevocabile adesione a Lui; essa non è condizionata dal successo della sua missione, è un’adesione radicale che non si lascia intaccare neanche da situazioni sfavorevoli o contraddittorie. Il “no” che la sua persona e il suo ministero hanno ricevuto confermano, nella preghiera, il suo “sì” al Padre. Con la preghiera anche il fallimento, o ciò che comunemente viene giudicato tale, diviene non causa di scoraggiamento o di abbandono, ma momento di paradossale conferma della sequela del Signore.
I sapienti e i dotti avevano creato una serie di leggi che imponevano al popolo in nome di Dio, pensando che Dio esigesse tali osservanze; invece, la legge dell’amore, portata da Gesù, dice il contrario. Ciò che importa non è quello che noi facciamo per Dio, bensì quanto Dio, nel suo grande amore, fa per noi. Le folle che seguivano Gesù e comprendevano le sue parole si riempivano di gioia venendo a conoscere la tenerezza del Padre; i sapienti, al contrario, non erano capaci di capirle, in quanto incapaci di modificare il loro concetto di Dio, visto più come un controllore che come desideroso di instaurare un rapporto d’amore con l’uomo.
Il Figlio, che conosce il Padre, sa qual era il suo volere quando, sul Sinai, consegnò la Legge a Mosè. Il Padre, a sua volta, ha consegnato al Figlio tutto quanto vuole dirci e quest’ultimo lo ha rivelato ai piccoli, affinché si aprissero al suo messaggio con cuore filiale.
Nella preghiera di Gesù, l’accento non è punitivo nei confronti di chi non ha accolto la rivelazione, quanto di ringraziamento a Dio che rivela ai piccoli i suoi disegni. In particolare, rivela l’uomo Gesù come Messia.
L’adesione di alcuni, definiti con un termine che può indicare anche gli infanti, i “senza parola”, dunque senza istruzione, è l’angolatura da cui Gesù guarda gli eventi e li coglie nella loro dimensione positiva, che svela il volere di Dio, ciò in cui Egli mette il suo compiacimento.
I semplici, credendo alla Parola e alle opere compiute da Gesù, hanno colto in lui la rivelazione del Padre; tale azione diviene contemporaneamente anche svelamento e giudizio del cuore di coloro, la cui sapienza intellettuale e dotta si rivela inconsistente davanti alla semplicità dei piccoli.
Il “sì” di Gesù al Padre è un “sì” che sgorga dalla sua familiarità con il cuore di Dio: un cuore che predilige il minore, il piccolo, il disprezzato, il dimenticato, da Abele in poi. Anche Abele, che nel testo biblico non pronuncia parola (cfr Genesi 4,1-16), è un “infante”, un “senza parola”. Ciò che è stato rivelato, ovvero “queste cose” (v. 25), è il senso profondo delle “opere del Messia” (11,2); un senso che è rimasto nascosto ai dotti e sottili ragionatori di questo mondo (cfr 1Cor 1,20). Con la sua umiltà, Gesù rivela l’umiltà di Dio e, insieme, si propone come fonte di umiltà per i suoi discepoli. Egli invita tutti coloro che si trascinano, stanchi, sotto il peso delle imposizioni e delle osservanze che la legge della purezza impone, a trovare in lui riposo; e sollecita: “Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore” (v. 29). Molte volte questa frase è stata manipolata e fraintesa, interpretata come una richiesta di essere sottomessi e passivi. Gesù, invece, invita coloro che sono schiacciati dal peso delle osservanze della legge a trovare in lui riposo, poiché lui è mite ed umile di cuore, capace di dare sollievo e di consolare quanti soffrono e si sentono stanchi ed oppressi. È un appello a scoprire la tenerezza e l’accoglienza di Dio, che consola e dà vita.
Gesù è il riparo accogliente che il Padre offre a quanti sono stanchi (cfr Is 66,10-13). In quanto “mite e umile di cuore”, a Lui il Padre ha consegnato tutto ed Egli lo rivela ai piccoli. Dio si sottrae a chi si appoggia sulle proprie forze, conta sulla propria intelligenza, sulle proprie doti e capacità; predilige invece manifestarsi agli umili, ai senza pretese, ai piccoli, ai “senza parola”.
Andare a Cristo, imparare da Lui e seguirlo significa apprendere l’arte della mitezza, che vince la violenza e l’aggressività con la parola dialogica. La beatitudine dei miti è la beatitudine di chi si sottomette alla fatica del dialogo, come sottolineava San Paolo VI nella Ecclesiam suam: “Il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo. La sua autorità è intrinseca alla verità che espone, alla carità che diffonde, all’esempio che propone; non è comando, non è imposizione. È pacifico; evita i modi violenti; è paziente, è generoso. La ‘fiducia’, tanto nella virtù della parola propria, quanto nell’attitudine ad accoglierla da parte dell’interlocutore, promuove la confidenza e l’amicizia; intreccia gli spiriti in una mutua adesione ad un Bene che esclude ogni scopo egoistico” (n. 83).
Cristo è mitezza fatta persona in quanto è Parola fatta carne, in quanto Parola che Dio interpone fra sé e l’uomo; non per imporre, ma per invitare, per suscitare uno scambio, per far entrare liberamente nella relazione con Lui. Accogliere la rivelazione di Cristo “mite e umile” significa entrare nel dialogo che Dio ha apprestato come via per la relazione autentica, non violenta, non manipolatoria, non impositiva, non mistificatrice.
Piccoli, stanchi, oppressi: sono coloro che hanno un posto speciale nel cuore di Dio. I piccoli, perché sanno accogliere una “sapienza” che non è quella umana, dei dotti, ma quella rivelata dal Padre al Figlio e a coloro che il Figlio vuole renderne partecipi. Una sapienza che non è di concetti, ma di amore, di relazione fraterna, di accoglienza reciproca, come la relazione fra Padre e Figlio. Il cuore di Dio sta proprio in questo far partecipi di Lui tutti quei piccoli che sanno semplicemente accogliere.
Gli stanchi e gli oppressi, perché le vicende della vita li hanno messi alla prova, e appunto per questo hanno bisogno di trovare ristoro non in surrogati umani, ma nel Signore stesso, che è “mite e umile di cuore” e offre un giogo che, a differenza dei gioghi umani che fanno male e schiacciano, è dolce e leggero: un giogo che paradossalmente rende liberi. Un Dio così vicino all’uomo, così pronto ad accompagnare chi ne ha bisogno, è un Dio che rivela il suo cuore in una maniera quasi “scandalosa” per il mondo; eppure, è proprio il Dio che in Gesù Cristo ci salva fino in fondo. Un Dio con un cuore di amore infinito.
