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Salmo 115

Salmo 115

Sab, 10 Ott 26 Commento alla Parola - Salmi

Il Salmo 115 è un’invocazione comunitaria al Signore da parte del popolo ebraico, da poco tornato dall'esilio ma ancora dominato da stranieri e circondato da pagani che non risparmiano ironie nei riguardi della loro religione e del loro Dio.

In questa situazione dolorosa popolo e sacerdoti, in una grande funzione liturgica, esprimono la loro piena e assoluta fiducia in Dio.

La struttura del Salmo è organizzata in forma chiastica; vi si alternano la voce del popolo e le parole dei sacerdoti, con al centro una preghiera comune di entrambi.

In apertura il salmista ci fa ascoltare la voce del popolo, che, affermando di non voler ricercare la gloria per se stesso, si rivolge a Dio appellandosi alla sua fedeltà e alla sua grazia; e lo implora di dare gloria al suo nome; in modo che i popoli confinanti non si sentano autorizzati a irriderlo, con la domanda provocatoria: Dov’è il loro Dio? (vv. 1-2).

Israele, infatti, si sente custode dell'immagine più alta di Dio, che è nei cieli e continua ad operare nella sua volontà benevola verso tutti.

La risposta viene attraverso le parole dei sacerdoti (vv. 3-8), che contengono una catechesi anti-idolatrica molto polemica nei confronti della provocazione pagana. All'ironico interrogativo: Dov'è il loro Dio? contrappongono una vivace pittura degli dèi adorati dalle Nazioni, spesso liquidati nel salterio con la definizione di vanità, cioè un nulla che porta alla nullità anche i loro fedeli.

Gli idoli, infatti, sono la mistificazione del Signore, che è un Dio vivente e personale. Sebbene forgiati con materiali preziosi come l’argento e l’oro, oppure fatti di pietra e legno dipinto; e sebbene abbiano fattezze umane, sono incapaci di parlare, di vedere, di odorare, di toccare, di camminare… I cinque sensi che sembrano avere sono del tutto inattivi e il salmista non teme di augurare di diventare come sono i loro idoli sia a chi li fabbrica, sia a chi si affida a loro (vv. 4-8).

Si passa a questo punto all'inno corale, cantato in forma antifonale tra popolo e sacerdoti.

Vengono qui evocate tre classi di persone: anzitutto Israele con le sue 12 tribù; poi la casa di Aronne da cui provengono i sacerdoti; infine, coloro che temono il Signore, cioè i proseliti, pagani convertiti alla fede di Israele.

La parola-chiave che raccoglie in unità queste tre classi è la fiducia, il confidare in Jahweh.

Questa professione di fede strappa dalle tenebre dell'idolatria e riconosce, come ripete il popolo nella sua antifona, che il Signore è l'unico scudo e aiuto per tutti (vv. 9-11). È questo il nucleo tematico del Salmo, ben evidenziato al centro del carme.

Alla fede del popolo risponde la benedizione impartita dai sacerdoti nel nome di Jahweh. Una benedizione ampia, che raggiunge piccoli e grandi, efficace come la Parola di Dio. Essa è ri-creazione di forze vitali che renderanno il popolo, decimato dalle stragi e dalle deportazioni a Babilonia, non più sterile. L’espressione augurale: vi renda fecondi il Signore, voi e i vostri figli, viene rafforzata con la promessa che Dio, autore del cielo e della terra, continuerà ad effondere le sue benedizioni.

Alla benedizione dei sacerdoti subentra il coro del popolo, per celebrare il dominio di Dio su tutto il mondo che, secondo la cosmologia del tempo, è diviso in tre settori: anzitutto il cielo, esclusiva dimora di Jahweh, ove gli altri idoli non possono avere alcuno spazio. Il Padre è nei cieli non tanto perché è infinitamente trascendente e diverso dall'uomo, polvere e creatura, ma perché da lassù abbraccia l'intero universo e lo governa con la sua potenza.

Il secondo settore è la terra, che è stata da Lui donata ai figli dell’uomo in qualità di suoi rappresentanti e amministratori, ai quali tutto è subordinato nel creato. Nasce così un'armonia mirabile tra la natura e l'uomo, che con la sua scienza e la sua tecnica può trasformare ed esaltare i beni terrestri secondo l'ideale progetto di Dio contenuto nel cap. 2 della Genesi, e che purtroppo l'uomo ha scartato con il suo peccato (Genesi 3-4).

La terza sfera è quella dello Sheol, triste e spettrale soggiorno dei defunti. Sappiamo che il cammino di Israele per conquistare la fede nella sopravvivenza dell'uomo è stato faticoso e progressivo; e per molte pagine bibliche -come qui al v 17, dove si afferma non i morti lodano il Signore, né quanti scendono nella tomba- l'oltrevita è immaginato come un silenzio totale, un’esistenza quasi larvale, priva soprattutto di quella meravigliosa possibilità, offerta dalla vita terrestre, che è la preghiera e la liturgia del Tempio.

Per questo il salmista conclude, con gioia e sconfinata felicità, come a voler rispondere alle benedizioni di Dio con lo stesso slancio: Noi, i viventi, benediciamo il Signore, ora e sempre! (v. 18).

Domande per la riflessione personale:

  • Quando gli idoli attuali del mondo si presentano con il loro fascino, so riconoscere la loro falsità e rivolgermi al Dio vivente?
  • So accogliere le innumerevoli benedizioni di Dio e rispondere con le mie benedizioni?

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