
Santi Pietro e Paolo Apostoli - Messa del Giorno
Mar, 23 Giu 26 Commento alla Parola - Anno A
La liturgia di questa solennità ci fa sostare su un brano del vangelo di Matteo molto importante. Non siamo a Gerusalemme, centro religioso per gli Ebrei, ma a Cesarea di Filippo, una regione di confine caratterizzata dal culto pagano e dalla forte potenza politica dei Romani.
Questo luogo dove Gesù ha condotto i suoi discepoli è terra di confine, di frontiera e proprio qui vuole che compiano un ulteriore passo nel riconoscere la sua identità e affida loro la responsabilità della missione.
Sono ormai alcuni anni che Gesù vive insieme ai dodici… e oggi gli viene in mente di “fare un sondaggio”, senza paura di porre domande scomode: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” I discepoli riportano le opinioni diffuse tra la gente, risposte che però sono incerte e insufficienti; pur comprendendo che Gesù è una persona speciale, risulta che la gente non riesce a cogliere la sua unicità: rimane per loro un profeta tra i tanti, un riferimento spirituale come altri.
Il Maestro però non si accontenta delle risposte della gente; ora la sua domanda si fa personale e interpella in profondità i discepoli presenti: “Ma voi, chi dite che io sia?”.
A questo punto nessuno può dare una risposta generica; qui deve necessariamente emergere la relazione che ciascuno ha con lui.
Simone non indugia e prendendo la parola a nome di tutti pronuncia la “confessione” che è al centro della fede cristiana: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.” Riconosce così che Gesù non è solo un inviato di Dio, ma il Messia atteso, il Figlio che vive della stessa vita del Padre. Egli sa vedere e dire ciò che gli altri non riescono ad esprimere. È un riconoscimento esistenziale!
La fede di Simone è dono, ma anche risposta libera, coraggiosa e personale. E Gesù gli dà un nome nuovo: “Tu sei Pietro” cioè, ‘roccia’ e gli assegna anche una missione nuova.
Sappiamo che la storia di Simone-Pietro è caratterizzata da entusiasmo e disponibilità, ma è anche segnata da fragilità. La Chiesa nasce quindi dalla fedeltà di Cristo, che si affida a uomini deboli e imperfetti: su questa debolezza costruisce qualcosa di stabile e forte, che niente potrà distruggere.
L’autorità che Gesù affida a Pietro non è però dominio, ma responsabilità. “A te darò le chiavi del regno dei cieli.” Si tratta di custodire l’accesso alla comunione con Dio; di aprire a tutto ciò che è buono e chiudere alle istigazioni del male; di accompagnare e non ostacolare. È un’autorità a servizio della fede degli altri, non privilegio personale.
Il potere di “legare e sciogliere” dice la capacità di discernere, di guidare, di prendere decisioni per la Comunità. È un potere che nasce dalla relazione con Cristo e che deve sempre essere esercitato con misericordia e compassione.
Poco dopo Pietro, che ha fatto la sua bella professione di fede, non capirà la missione di Gesù e nel momento più tragico della passione lo rinnegherà; Gesù però non gli toglie la sua fiducia e conferma la scelta di renderlo pietra per edificare la sua Chiesa.
Chiesa che lungo i secoli continua ad essere santa per dono, ma fragile nella sua umanità; è fondata su Cristo, ma affidata a uomini imperfetti. La sua forza non sta nella coerenza dei discepoli, ma nella fedeltà del Signore.
Ora però possiamo anche porci alcune domande: perché Gesù ha chiesto di essere riconosciuto? Perché aveva bisogno di sentire quale era il legame, la relazione che chi lo seguiva aveva nei suoi confronti; di verificare che cosa in realtà sapevano di Lui?
Per entrare nel Regno, oggi come allora, deve essere chiaro per noi chi è Gesù. Non basta sapere qualcosa su di Lui; occorre riconoscerlo, entrare in confidenza, come in un’amicizia particolare. Gesù, infatti, non è uno tra i tanti, ma il tutto.
“E voi, chi dite che io sia?” Questa domanda di Gesù rimane aperta anche per noi oggi, e oggi noi dobbiamo rispondere. Ogni credente deve lasciarsi provocare, interpellare. La fede non è ripetizione, ma rinnovamento continuo. Pietro ci insegna che si può riconoscere Cristo anche con un cuore imperfetto, purché disponibile alla conversione e a una relazione sempre più profonda con Lui.
Il Cristo, il Figlio del Dio vivente, chiede che gli apriamo il nostro cuore: così Egli lo potrà trasformare e potrà affidare anche a noi una missione. È così che continua ad espandersi la Chiesa: da un incontro, da una parola ricevuta, da una promessa che sostiene anche nelle fragilità. E continua a vivere ogni volta che qualcuno, come Pietro, si fida e ha il coraggio di dire: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.”