
Santissima Trinità
Mer, 27 Mag 26 Commento alla Parola - Anno A
La solennità della Santissima Trinità riapre le domeniche del Tempo Ordinario dopo le celebrazioni del Tempo Pasquale, offrendoci la cifra e l’orizzonte in cui il mistero celebrato si colloca, in modo particolare in questo tempo; al centro, infatti, sta la questione più importante, intorno a cui prende corpo tutto il resto, ovvero la natura di Dio.
L’uomo con il suo intelletto e il suo sforzo può solo provare a immaginare chi sia Dio, ma Quest’ultimo gli resterebbe ignoto, se non fosse Lui stesso a rivelarsi.
La liturgia di oggi ci pone davanti a questo indicibile mistero e allo stesso tempo ci offre la luce necessaria per sondarlo.
L’evangelista Giovanni, nel brano odierno tratto dal capitolo III (16-18) ci dice chi è Dio a partire da ciò che Egli fa, anzi che ha fatto e che perpetua nella storia. Infatti, ciò che ci racconta nel modo più chiaro l’identità di Dio è il suo amore totale e supremo per l’uomo, fino a farsi carne nella persona del Verbo e a immolarsi per la nostra salvezza:
Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Il desiderio di Dio per il mondo è: che non si perda, che abbia vita eterna senza fine, piena: cioè la vita stessa di Dio.
Il Padre da cui tutto ha origine, Colui che genera senza essere generato, ha amato il mondo, sua creatura, a tal punto da donare ciò che aveva di più prezioso: suo Figlio, cioè la seconda persona della Trinità, Colui che è generato dall’eternità, affidandogli un compito inatteso e immeritato nei nostri confronti
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo!
Il mondo non riceverà da Lui punizioni, giudizi, castighi, a conferma della parola del profeta Ezechiele: “Io non godo della morte del peccatore, ma che il peccatore desista dalla sua condotta e viva” (33,11).
C’è una radicale volontà di bene, di vita, sull’uomo e sul creato, perché ai suoi occhi siamo cosa buona: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn 1,31); pertanto lo scopo dichiarato dell’Incarnazione è:
Perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Attraverso Gesù Cristo il Padre ci regala la salvezza.
“Felice colpa!” canta il Preconio Pasquale; e ben esprime il paradosso salvifico in cui si attua la nostra redenzione; ovvero, “laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5, 20).
La natura di Dio è Amore, Dono eterno e infinito, che vuole renderci partecipi di Sé: una relazione originaria, estatica, eccedente.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.
L’unico discrimine a questo Dono risiede nella nostra libertà di credere o non credere: tutto si gioca qui!
Dio si rivela, si dona, si offre a noi come Padre e Salvatore ma non s’impone mai; la scelta di aderire al dono della salvezza dipende da noi.
Ed è proprio nell’aprirci alla fede che facciamo esperienza della terza Persona della Trinità: lo Spirito Santo.
È Lui che muove il cuore verso Dio, è Lui che ci rivela interiormente Chi è, è Lui che ci rende partecipi della Sua vita, è Lui che Lo rende presente in noi e nel mondo intero.
Senza lo Spirito Santo Dio rimarrebbe infinitamente lontano da noi, perché radicalmente altro da noi.
Lo Spirito, l’Amore eterno che passa tra il Padre e il Figlio, ci viene comunicato grazie alla solenne promessa di Cristo: “Ora, io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò” (Gv 16,7).
Lo Spirito è Colui che ci introduce nella vita stessa di Dio e nel suo movimento eterno di amore. Siamo coinvolti, resi partecipi, uniti a Lui, come figli adottivi.
Quel Dio inaccessibile sceso nella nube sul monte Sinai, al cui cospetto Mosè si è prostrato e ha coperto la faccia (Es 34,4b-6.8-9), in Gesù ci viene svelato e donato come fratello, amico, Signore: “Chi ha visto me, ha visto il Padre; come mai tu dici: “Mostraci il Padre”? Non credi tu che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico di mio; ma il Padre che dimora in me fa le opere sue” (Gv 14, 9-10).
Per questo nella seconda lettura di oggi, tratta dalla seconda lettera ai Corinzi (13,11-13) Paolo ci invita alla gioia, alla perfezione, alla pace; ci ricorda che la nostra chiamata come figli di Dio è vivere la Sua santità in noi; e per far questo ci sollecita a credere nel nome dell’Unigenito Figlio: “Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12).
“Tutti i santi vi salutano” (2Cor 13,12) …
Santi! questo era il modo in cui si chiamavano tra loro i primi cristiani; non uno stato privilegiato per pochi, dunque, ma la realtà di fatto di ogni credente redento in Cristo. Siamo Santi per il Battesimo, Santi per vocazione, Santi per nostra identità filiale.
Possiamo allora chiederci, alla luce di questa solennità:
- La mia vita rispecchia la dignità di figlio/a di Dio?
- Sono consapevole del dono inestimabile ricevuto nel Battesimo?
- In che modo vivo la comunione trinitaria nelle mie relazioni?
- Credo nel nome di Gesù, che mi rivela il volto del Padre?
Apriamoci sempre più al dono dello Spirito Santo, perché faccia della nostra vita un’offerta feconda in Cristo, per la gloria del Padre.
