V Domenica di Pasqua

V Domenica di Pasqua

Sab, 27 Apr 24 Lectio Divina - Anno B

La V domenica del tempo pasquale potremmo definirla anche come la domenica “della nazione eletta” secondo la grammatica dell'Antico Testamento e ne vedremo la giusta derivazione e trasformazione. La Liturgia della Parola si apre con la Lettura degli Atti degli Apostoli in cui Barnaba si fa garante per Paolo, che incuteva timore alla comunità cristiana per il suo passato di persecutore; Barnaba racconta agli apostoli come, durante il viaggio, Paolo aveva visto il Signore e si era totalmente dedicato a Lui; e infatti In questa prima lettura ci viene descritto come molto attivo e con l’entusiasmo proprio del neofita che, convertitosi pienamente a colui che aveva in precedenza combattuto, ora è pronto a testimoniare di fronte a tutti, anche a quelli di lingua greca, come Gesù fosse davvero il Signore, il Figlio di Dio.

La seconda lettura, tratta dalla I Lettera di Giovanni (3, 18-24) mira a mettere in guardia i fedeli (i suoi “figlioli” cristiani) dalle false dottrine e a rafforzarli nella fede vera. Per questo l'apostolo, in uno stile didattico-esortativo, espone per sommi capi la dottrina rivelata, dimostrando che Gesù Cristo è Figlio di Dio, che si è realmente incarnato e che con il suo sangue ha riscattato il genere umano dal peccato. Giovanni si propone come un illuminato fustigatore delle idee eretiche che si stanno annidando nelle prime comunità cristiane. Sembra che i principali fra questi insidiosi pericoli fossero l'eresia di Cerinto, il Docetismo e l'eresia dei Nicolaiti. Cerinto riteneva che Gesù fosse nato come semplice uomo da Maria e Giuseppe; su Gesù sarebbe poi sceso il Cristo in sembianze di colomba al momento del battesimo nel Giordano, per restarvi fino alla passione. Al momento della passione Gesù sarebbe stato abbandonato dal Cristo, per patirla da solo, mentre il Cristo, essendo di natura puramente spirituale, sarebbe stato “impassibile” cioè una creatura inattaccabile dalla sofferenza. Quest'eresia in sostanza annullava l'effetto salvifico della morte del Redentore. Pare quindi che l'Apostolo abbia avuto di mira sia Cerinto, sia i seguaci del Docetismo, che negavano la realtà della natura di Gesù; infine i Nicolaiti, con la pretesa di una gnosi mistica (o conoscenza superiore di Dio) si abbandonavano a eccessi immorali. Ecco perché Giovanni insiste a richiamare i fratelli “ad amare non a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”… perché “Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa”.

Il brano del Vangelo usa immagini e realtà proprie del mondo agricolo, tipiche della realtà in cui vivevano Gesù e i suoi ascoltatori. Nel Vecchio Testamento (come si accennava all'inizio) l'immagine della vite indicava la nazione eletta. Israele però, nonostante le cure amorose di Jahwe, si era dimostrato una vite infedele e infruttuosa, come dice Isaia (5, 1-7). Questo vaticinio, composto forse in occasione della festa della vendemmia e coincidente con l'inizio del ministero profetico di Isaia, dopo aver descritto tutto ciò che suole farsi per la preparazione e la piantagione di una vigna in luogo fertile, illustra l'ingratitudine di Israele verso i gratuiti benefici di Dio, la mancata corrispondenza alle sue grazie e il conseguente castigo di Dio.

Sant’Agostino, commentando questo testo evangelico, così si esprime: “Questo passo del Vangelo, dove nostro Signore dice che egli è la vite e noi i tralci, deve intendersi in questo senso: che Gesù Cristo, mediatore tra Dio e gli uomini, è il capo della Chiesa e noi ne siamo le membra”.

Vite e tralci infatti formano un tutt’uno, un unico organismo e “sono della stessa natura”; Cristo-vite alimenta i fedeli con la linfa del suo sangue eucaristico, che è la sua stessa vita. Ciò che nel Vecchio Testamento Jahwe faceva per la nazione israelitica lo fa adesso Gesù per il corpo mistico, per la Chiesa, vero Israele di Dio.

Giovanni ci mostra Gesù come la vite “vera”, autentica: in quanto Messia inviato da Dio, egli rappresenta il popolo eletto degli ultimi tempi, di cui Israele era soltanto una prefigurazione.

L'espressione “Io sono” è una formula di auto-rivelazione presente anche altrove nel quarto Vangelo. Il Padre, a cui Gesù appartiene, viene designato come il “vignaiolo” e in Gesù trova compimento tutto ciò che Jahwe si aspettava da Israele in quanto popolo eletto. In quanto vite, Gesù è dotato di tralci che sono oggetto delle cure del vignaiolo: “Ogni tralcio che in me non porta frutto lo toglie, e ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto”. I tralci rappresentano tutti coloro che, entrando in comunione con Gesù, diventano membri del nuovo popolo di Dio. In quanto vignaiolo, il Padre taglia i rami infruttuosi e pota quelli che danno frutto: i primi sono i credenti che non operano in sintonia con Cristo, e quindi si distaccano da lui, mentre gli altri sono coloro che gli rimangono fedeli, ma non per questo sono esentati da prove e sofferenze, perché solo attraverso di esse possono progredire nel rapporto con Lui e con il Padre.

La metafora della vigna si sviluppa poi mediante una serie di applicazioni e di esortazioni. Anzitutto Gesù osserva che i suoi discepoli sono già mondi per la Parola che ha loro annunciato. Lo stretto rapporto che fa dei discepoli un’unica cosa con il Maestro scaturisce infatti dalla sua Parola, che dimora in essi e li purifica, attuando così gli oracoli profetici della Nuova Alleanza. Essi non devono temere di essere tagliati via dalla vigna, anche se dovranno andare incontro a potature, cioè a tutte quelle sofferenze che la vita inevitabilmente comporta e che sono necessarie per maturare nella fede.

Gesù con l’invito rivolto ai suoi discepoli si aspetta che aderiscano al progetto del Padre specialmente nella pratica dell’amore fraterno, perché altrimenti cesserebbe la possibilità stessa di produrre frutto e la vita si disseccherebbe come un ramo staccato dal tronco. La possibilità di fare frutto dipende dunque esclusivamente dal rapporto che i discepoli hanno con il Maestro.

Gesù conclude: “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”. L’unione dei discepoli con Gesù non è altro che il prolungamento dell’amore che unisce il Padre e il Figlio: da esso derivano quei frutti che “glorificano” il Padre, perché testimoniano che la sua opera è efficace e continua per la salvezza di tutta l’umanità.

L’allegoria della vite e dei tralci mette in luce la necessità non solo di fare il bene, ma di farlo in comunione con Cristo e, per mezzo suo, con il Padre. Questo collegamento con una realtà superiore, che ispira e orienta l'azione dell’uomo credente, è importante per evitare che la ricerca di sé prenda il sopravvento, anche quando si cerca il bene degli altri.

In questa prospettiva le sofferenze della vita, determinate dagli ostacoli che si frappongono a un successo immediato, possono essere di grande aiuto, in quanto fanno emergere le vere motivazioni che muovono la persona. Il pensare che esse vengano da Dio, il quale opera come un vignaiolo che pota i rami della vite, è un'immagine che deve essere compresa alla luce della cultura in cui è elaborata. Le sofferenze della vita possono avere tante cause, il credente però sa vedere in esse non un ostacolo, ma un mezzo per giungere alla piena maturazione seguendo le orme di Cristo.