VI Domenica del Tempo Ordinario

VI Domenica del Tempo Ordinario

Dom, 11 Feb 24 Lectio Divina - Anno B

La carezza di Dio nel nostro essere lebbrosi

Il Vangelo e la prima lettura di questa VI domenica del tempo ordinario presentano un uomo, senza nome, di cui sappiamo essere lebbroso. Nel testo del Levitico ci viene riferito come il lebbroso deve essere trattato dalla comunità e come lui stesso deve comportarsi: la legge del tempo stabilisce che il lebbroso deve essere accompagnato dal sacerdote e, una volta appurata la lebbra, deve essere isolato e allontanato dalla comunità per non propagare l’impurità ed evitare il contagio; il lebbroso deve pertanto porre in atto una serie di comportamenti prestabiliti: vestire in un determinato modo, con vesti strappate, tenere il capo scoperto e un velo che copra le labbra. Deve, inoltre, gridare «impuro, impuro» in modo che le persone possano allontanarsi da lui.

La paura di contagiarsi fa dimenticare la persona colpita dalla terribile malattia, identificandola con il suo male; e questo porta all’esclusione dalla famiglia e dalla comunità, per cui tale condizione di solitudine e distacco è più dolorosa della malattia stessa.

L’impurità viene vista e vissuta dal popolo di Israele, nell’Antico Testamento, come una malattia mandata da Dio; e il testo del Levitico, nei versetti successivi, spiega come, verificata la scomparsa della lebbra, siano richiesti al lebbroso «sacrifici per la sua purificazione», a dimostrazione che la malattia viene collegata con il peccato della persona lebbrosa.

La guarigione è un dono che proviene dalla fedeltà all’alleanza da parte di Dio (Es 23, 24-25: «Voi servirete al Signore vostro Dio. Egli benedirà il tuo pane e la tua acqua, terrà lontano da te la malattia» purché il popolo di Israele rimanga fedele all’impegno con Dio).

Nel capitolo successivo del Levitico (26, 14-16), si legge, con riferimento al popolo infedele a Dio: «Se non mi ascolterete e non metterete in pratica tutti questi comandi, se disprezzerete le mie leggi e rigetterete le mie prescrizioni, non mettendo in pratica tutti i miei comandi e infrangendo la mia alleanza, ecco che cosa farò a voi io a mia volta: manderò contro di voi il terrore, la consumazione e la febbre, che vi faranno languire gli occhi e vi consumeranno la vita».

Nel Vangelo di oggi, la “Legge” viene interpretata e applicata da Gesù con una nuova connotazione rispetto all’Antico Testamento: ed Egli manifesta la sua compassione, che altro non è che amore totale verso quel figlio malato, quel fratello sofferente.

Nell’episodio qui descritto non vi è più una comunità e un lebbroso tenuto a distanza, ma due persone, una di fronte all’altra: Gesù e un malato, che ancora non ha nome.

In questo lebbroso ciascuno di noi può identificarsi.

Bellissimo e rivelativo di una fede “certa e matura” è il comportamento del lebbroso: egli non grida «impuro, impuro», ma disobbedendo alla legge si avvicina a Gesù e lo «supplica». Anche le sue azioni sono ben diverse da quelle descritte in dettaglio nel testo del Levitico: la fiducia del lebbroso lo porta ad andare verso Gesù, ad inginocchiarsi davanti a Lui, a instaurare un dialogo, con l’esplicita richiesta della “purificazione”. L’uomo senza nome crede davvero in chi ha cercato e, trovatolo, gli sta di fronte pregandolo per la sua guarigione.

Dall’altro lato, c’è Gesù che vede e accoglie il lebbroso provandone compassione e, tendendogli la mano, lo tocca purificandolo; comportamento, questo, vietato dalla legge, per il rischio del contagio, per cui chi toccava quel tipo di malato diventava a sua volta impuro, sempre secondo la legge antica.

Invece, il tocco di Gesù purifica e restituisce dignità e vita piena a quell’uomo.

Il lebbroso, con il tocco del Signore, non viene guarito soltanto nel corpo, ma anche nel cuore; e lui che era diventato uno scarto della società, un condannato all’emarginazione, un morto vivente, allontanato da tutto e da tutti, ora viene accettato, accolto e guarito da Gesù, che si fa carico della sua malattia e della sua sofferenza. Questo miracolo altro non è che un atto d’amore di Dio.

Il Signore ci insegna così che la vera malattia è l’esclusione, che crea danno ai “lebbrosi” che possiamo incontrare nel nostro cammino quotidiano; è il pregiudizio, che porta diffidenza o, peggio, indifferenza da parte dei membri della comunità.

In questo passo del Vangelo pertanto troviamo la descrizione di una splendida immagine di comunione con il Signore.

Ma per essere purificati è necessario volerlo, come ha voluto il lebbroso: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Il Signore è qui, di fronte a noi, pronto a guarirci, ma ci ha resi liberi di scegliere se voler essere purificati con il suo tocco e il suo amore.

Le malattie fisiche e qualunque sofferenza che portiamo nel cuore ci possono far crescere nella fede se permettiamo a Dio di «purificarci» come è avvenuto per il lebbroso, per essere poi avvolti dal Suo amore, che ci restituisce la primigenia regalità. Solo così potremo accogliere ed affrontare le avversità, con la forza e la pace donataci da Lui.

Il cardinale Angelo Scola, in una lettera scritta per la 21a Giornata Mondiale della Salute Mentale, richiamando la seconda epistola ai Corinti di San Paolo, scrive: «Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio» (4,7); e affermava: «La nostra debolezza può diventare espressione della forza di Dio, di un Dio al quale possiamo affidare le nostre tribolazioni e nel quale possiamo riposare con fiducia, così da affrontare le varie situazioni, anche le più gravi, senza panico, confidando nel Suo aiuto e nella Sua forza. È infatti in questi momenti della nostra vita, davanti a insuccessi e sofferenze, che la virtù della fortezza ci sorregge».

D’altronde questa fortezza non possiamo esperimentarla se non affidandoci completamente nelle mani di Colui che «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (cf Is 53,4a).

San Francesco, nel suo testamento (al n. 110) ricorda come, ascoltando il Signore, ci si allontana da se stessi e ci rende capaci di farci vicini ai lebbrosi, al punto di abbracciarli; questo gesto in Francesco “trasforma l’amaro […] in dolcezza d’animo e corpo”. Per questo, con quell’abbraccio, il poverello di Assisi arriva a guarire, prima di tutto, se stesso; perché lì, in quell’abbraccio, c’è la forza di Dio che lo aiuta a vedersi dentro, a rispecchiarsi nel prossimo e ad incontrarLo.

La Parola di Dio ci insegna, oggi, con questi testi, a fidarci del Signore e ad affidarci a Lui, che ci accoglie seppur malati, poveri, con i nostri limiti e miserie, per trasformarci, come ha fatto con san Francesco; rendendoci poi suoi piccoli strumenti per portare la stessa compassione a chi incontriamo nella nostra strada.