
XI Domenica del Tempo Ordinario
Sab, 13 Giu 26 Commento alla Parola - Anno A
Lo sguardo che ci ridona la vita: l’abbraccio di un Dio che non si stanca di noi!
Quante volte, camminando per le strade delle nostre città o navigando tra le notizie del mondo, proviamo quel senso di smarrimento che sembra togliere il respiro? È un sentimento che conosciamo bene: la sensazione di essere stanchi, sfiniti, come pecore senza pastore; fragili davanti a un futuro incerto e a un presente che spesso ci chiede troppo.
Il brano del Vangelo di Matteo (9,36-10,8), che oggi la Chiesa Madre ci offre, si apre con un’immagine che può parlare direttamente alla nostra quotidianità: Gesù si ferma a guardare la folla davanti a Sé: non però con gli occhi distratti di chi intende passare oltre; il suo è uno sguardo che "sente" e che lo fa vibrare di compassione. Non è un semplice dispiacere, è un fremito interiore, un dolore che si fa vicinanza, perché Gesù non vede una massa indistinta: vede volti, storie, ferite di ciascuno di noi.
In un mondo che ci esorta continuamente ad essere performanti e impeccabili, questo brano ci porta una speranza rivoluzionaria: a Dio interessa la nostra fatica! Prima ancora che noi facciamo qualcosa per Lui, è Lui che si commuove per noi. Perciò la nostra prima "missione" non è correre a fare, ma avere il coraggio di restare sotto questo sguardo, lasciando che la Sua profonda tenerezza raggiunga le nostre stanchezze. Chissà se la vera accoglienza del Signore non inizi proprio dal permettergli di amarci lì dove ci sentiamo più inadeguati…
Questo atteggiamento risuona nelle parole di Papa Francesco, che nella Evangelii Gaudium ci ha ricordato che «la gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù». Una gioia che non nasce dallo sforzo umano, ma dal sapersi amati nonostante tutto.
Come ci ricorda anche Papa Leone XIV: «la nostra gioia e la nostra grandezza non si fondano su illusioni passeggere di successo, ma sul saperci amati e voluti dal nostro Padre che è nei cieli».
Subito dopo aver guardato le folle, Gesù chiede di pregare il «padrone della messe». E la risposta a quella preghiera sono i Dodici che Egli sceglie! Gesù ha chiamato e continua a chiamare persone comuni: un pescatore, un pubblicano, persino chi lo tradirà, ricordandoci che nessuno di noi è un errore o un escluso.
È una chiamata che ci interpella oggi e possiamo ascoltare personalmente: nel silenzio, sentiamo risuonare il nostro nome tra quelli degli apostoli? La nostra fede è ancora un elenco di doveri o è un'amicizia che ci mette in cammino?
Spesso pensiamo che la "messe" sia qualcosa di lontano, invece il campo in cui tutti siamo chiamati a lavorare è proprio quello delle relazioni quotidiane, dove spesso la stanchezza altrui attende una presenza amica.
Il mandato di Gesù è chiaro: «Guarite, risuscitate, purificate». Sono verbi che possono spaventare, ma che diventano possibili se vissuti nella logica del dono che Gesù ci ha insegnato. In un tempo dove tutto si compra e si vende, la gratuità cristiana è la testimonianza più sovversiva.
Papa Leone XIV ha sottolineato spesso questo "filo rosso" della missione: la missione della Chiesa è comunicare la gioia di un amore che è più forte di ogni ferita.
Tutto ciò che siamo e che abbiamo ricevuto è un regalo: un giorno di sole dopo la tempesta, una parola che ci ha fatto rialzare, il Pane dell'Eucaristia. Se ci fermassimo a guardare quante volte ci siamo rimessi in piedi dopo un ascolto sincero o un semplice gesto di bontà, magari inaspettato, forse anche noi diventeremmo capaci di quella stessa gratuità. Dare gratuitamente non significa fare beneficenza, ma condividere la consapevolezza che ogni fratello e sorella ha un valore infinito nel mistero di Dio.
Essere uomini e donne di fede oggi significa abitare la storia come "missionari di speranza", ricordandoci che la missione non avviene in contesti protetti, ma strada facendo, nel “disordine” della vita, dove la gente fatica e spera. Come ci ricorda il motto di Papa Leone, «Nell’unico Cristo siamo uno», chiamati ad essere una comunità che non giudica, ma che offre una casa accogliente.
Camminare come Chiesa in uscita: è il lascito di Papa Francesco a cui Papa Leone XIV non vuole rinunciare.
A conclusione di questa riflessione proviamo a chiederci: a chi porteremo oggi la carezza di Dio? Non servono grandi mezzi, basta uno sguardo purificato che sappia vedere, oltre le apparenze, i bisogni degli altri. Accogliendo il Signore nella nostra quotidianità lasciamo che sia Lui, attraverso di noi, a continuare a curare il mondo, ricordando che la speranza non nasce nel rumore, ma nel silenzio di un’attesa abitata dall’amore.
