
XX Domenica del Tempo Ordinario
Lun, 10 Ago 26 Commento alla Parola - Anno A
Gesù parte e si ritira nella zona pagana di Tiro e Sidone. Nulla avviene per caso: è Lui, infatti, a preparare l’incontro che sta per avvenire, recandosi proprio in quella regione, anche se potrebbe sembrare che l’iniziativa sia della Cananea che grida, si avvicina, si prostra e gli rivolge la parola.
All’inizio la donna - anonima e connotata soltanto dalla sua provenienza geografica, che la dichiara pagana - rimane a distanza, perciò grida, per farsi sentire da Gesù; e lo fa con insistenza, dicendo “Abbi pietà di me”, come il cieco Bartimeo seduto a mendicare lungo la strada (cfr Mc 10, 47 s.). La Cananea si rivolge a Gesù con il duplice appellativo di “Signore” (Kyrie) e “figlio di Davide”, riconoscendo con il primo termine la sua autorità e la sua capacità taumaturgica; con il secondo la sua messianicità che lei, in quanto pagana, probabilmente ripete per sentito dire. Infatti, che ne può sapere di Davide e della sua discendenza regale e messianica?
A Lui “figlio” parla di sua “figlia”, molto tormentata da un demonio.
Le sue parole rimangono senza risposta: Egli non le rivolse neppure una parola! Così, quello che poteva diventare un dialogo si blocca in un monologo.
Il comportamento di Gesù non può non provocare in noi un certo disagio, se non addirittura indignazione, per quella che ci appare un’evidente insensibilità e freddezza da parte sua. Ma chiediamoci: da quanto conosciamo e ascoltiamo nei Vangeli, questo atteggiamento è in sintonia con la persona di Gesù? E se non lo è, cosa vuole dirci con questo suo strano modo di fare? Lasciamo per il momento in sospeso l’interrogativo…
A superare l’imbarazzo, compaiono sulla scena i discepoli, che si avvicinano a Gesù facendosi portavoce della richiesta della donna; e implorano il Maestro di esaudirla, perché si sentono a disagio e disturbati da quel continuo gridare.
Dalle loro parole siamo informati sull’insistenza della donna nella sua richiesta e anche del fatto che si è messa al seguito di Gesù insieme ai discepoli, divenendo in qualche modo una di loro. Gesù risponde con un’affermazione apparentemente rivolta a coloro che l’hanno interpellato, i suoi, ma, in realtà, rivolta anche alla donna: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”.
Con tale dichiarazione Gesù di fatto esplicita la sua missione, fornendo utili indizi sulla sua identità: Egli è un “inviato”; non agisce quindi di propria iniziativa e ha come destinatari della sua missione le “pecore perdute”, cioè quelle che si sono smarrite separandosi dal gregge.
Così indirettamente si proclama “pastore” dedito esclusivamente alla ricerca delle pecore che si sono allontanate e perse; e il gregge è il popolo d’Israele, definito qui, con un’altra bella immagine, “casa”. Ed è proprio per coloro che si sono allontanati da questa casa e si sono smarriti che Egli è stato mandato, con il compito di ricondurli all’interno di una relazione familiare.
La metafora è chiara, come del resto la situazione in cui viene a trovarsi la Cananea con sua figlia: in quanto pagane, esse non appartengono alla “casa di Israele”; non sono pecore di quel gregge e Lui non è venuto per loro.
La donna, tuttavia, non si rassegna: si avvicina a Gesù, si prostra dinanzi a Lui come fa un servo con il suo padrone, lo chiama per la seconda volta “Signore”, e gli chiede di continuare ad aiutarla; sì, perché forse lei ha già compreso che quel silenzio iniziale di Gesù non era contro di lei, ma per lei, per aiutarla a compiere un graduale e progressivo affidamento a Lui, sprigionando tutta la sua forza e determinazione per consegnare totalmente se stessa, sua figlia e la loro drammatica situazione nelle mani del Signore, senza altri sostegni, se non Lui solo.
Gesù si rivolge ora direttamente a lei, con parole che di nuovo ci risultano dure: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Ricorre ad una metafora, anzi ad una doppia metafora, quella del pane e quella dei cagnolini: la prima si riferisce alla sua persona (cfr Gv 6,48 ss.: Io sono il pane della vita… Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno); cioè un pane capace di donare la vita e liberare dalla potenza del male. La seconda metafora è rivolta ai “pagani” chiamati dagli Ebrei senza mezzi termini “cani”, che però sulle labbra di Gesù diventano “cagnolini”: un diminutivo che dice tutta la tenerezza e l’affetto del suo cuore per questa donna e per i pagani in genere; perché, nonostante quanto detto sulle pecore della casa di Israele, è Lui stesso ad affermare altrove: “Ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare” (Gv 10,16).
La Cananea, riprendendo la parola usata da Gesù, esprime allora una verità straordinaria: a lei, che è uno di questi “cagnolini”, bastano anche soltanto le briciole di quel “pane”, consapevole che anche in un piccolo frammento è contenuta tutta la potenza salvifica del figlio di Dio.
Segue quindi il più grande elogio che Gesù potesse fare ad una creatura umana, riconoscendo che la sua fiducia e il suo abbandono in Lui è così totale, da rendere il desiderio della donna il Suo desiderio; al punto che, mediante la Sua Parola, viene immediatamente realizzato: “Avvenga per te come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita.
È grandioso: la piena unione e comunione con Cristo fa sì che i desideri del nostro cuore diventino quelli di Dio e viceversa.
Ecco allora che la richiesta della donna pagana trova esaudimento, perché ha saputo pazientemente e tenacemente lasciarsi condurre in un’intima e profonda relazione con il Signore, ben più di quanto abbiano saputo fare i discepoli che chiedevano di esaudirla per fastidio o sfinimento, non certo per amore.
Per questa donna, e per chiunque accetti di compiere il percorso per diventare da “straniero” “familiare” di Cristo, si realizza quanto proclamato dal profeta Isaia nella prima lettura: “Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore… li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera”.
Domande per la riflessione:
- Quando il Signore sembra rimanere muto e indifferente alle nostre richieste, ci arrabbiamo e indignati ce ne andiamo oppure, come la Cananea, sappiamo rimanere umilmente dinanzi a Lui, consapevoli di dover crescere nella capacità di abbandonarci e lasciar fare a Lui?
- Anche noi, come i discepoli, possiamo sentirci infastiditi e disturbati dalle richieste di aiuto dei fratelli e sorelle. Vogliamo imparare invece ad accoglierli con amore, presentando al cuore misericordioso di Cristo le loro necessità?