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XXII Domenica del Tempo Ordinario

XXII Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 24 Ago 26 Commento alla Parola - Anno A

Come sempre ogni pericope del Vangelo che la Liturgia ci presenta va contestualizzata per capire nel modo migliore qual è il vero messaggio che ci viene offerto, pur rimanendo sempre aperti alla comprensione profonda e personale della Parola che lo Spirito Santo dischiude ad ogni orante.

Domenica scorsa il Vangelo ci ha presentato la cosiddetta professione di fede di Pietro e il primato che Gesù gli assegna sugli Apostoli, quale loro guida. Pietro rappresenta una guida anche per tracciare il percorso di fede che ognuno di noi è chiamato a fare e le varie dinamiche nelle quali ci si imbatte nella sequela del Signore, tenendo presente che il Maestro segue i nostri passi incerti in questo cammino. Gesù, infatti, prepara i discepoli a quello che deve accadere: è il primo annuncio della sua Passione.

Dopo la rivelazione della sua identità messianica, il Signore spinge i suoi amici a una comprensione più profonda di questa identità, che non coincide con un titolo che verrà riconosciuto e accolto dai capi religiosi. Erano già iniziate le polemiche con i farisei e gli altri sapienti, riguardo al suo insegnamento e al suo agire. Pertanto, Gesù suggerisce una prima lettura dei segni dei tempi e della realtà: ha avuto successo finora, ma non è quello il modo in cui verrà il Regno; anzi, l’incomprensione, la sofferenza e il rifiuto fino alla condanna a morte sono ciò che aspetta il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Infatti questo Regno richiede un’accoglienza personale e un’adesione del cuore; non si impone con la forza o la grandiosità. 

E qui Pietro rivela ancora una volta una fede piccolina, come quella che aveva dimostrato durante la tempesta sul lago: una fede entusiasta ma poco profonda, come il seme che è accolto nel terreno sassoso, fatto di pietre, che di fronte alle tribolazioni a causa della Parola resta scandalizzato e non porta frutto. Chissà che Gesù non pensasse proprio al cuore del suo amico Pietro quando ha usato quell’immagine nella spiegazione della parabola?

Con il senno di poi fa tenerezza l’atteggiamento del futuro “primo papa”, che investito di un compito tanto grande già si ritiene in grado di portarlo avanti, mettendosi avanti al vero capo, dal quale ha ancora tutto da imparare. Certamente lo avrà fatto con amore e per amore del suo Maestro, al quale voleva risparmiare sofferenze e dolori, per il quale desiderava solo onore e gloria, magari condivisa con lui; c’è sempre una componente egoica nell’amore che abbiamo per gli altri, non scandalizziamoci.

Gesù però non accetta nessun compromesso, nessuno sconto, perché tale è l’amore vero, quello serio, quello di Dio: totale, senza riserve, che va fino in fondo. Non ammette surrogati o ostacoli sulla sua strada; è disposto a mettersi in gioco senza risparmiarsi, anzi fino a perdere, perché il Padre è così, Gesù ha imparato da Lui, ed è quel volto di Dio che vuole mostrare a tutti gli uomini. È quella seduzione affascinante di un modo di amare che continua a portare nella sua missione, in ogni incontro che fa. La stessa seduzione del cuore da cui è stato conquistato il profeta Geremia, che nonostante la sofferenza che quella Parola gli causa, non può tacere, non può ritrarsi di fronte ad essa e alla spinta che gli provoca.

L’esigenza dell’amore vero porta Gesù a “maltrattare” il suo amico, rivolgendogli parole dure e molto forti. Lo definisce avversario (Satana), perché con le sue parole vuole suggerirgli una strada che lo porta ad allontanarsi dallo stile di Dio. La vera amicizia guarda nella stessa direzione, al vero bene; aiuta a farlo e non è compiacente verso l’amico. Pietro, la pietra su cui edificherà la sua Chiesa, è in quel momento pietra di inciampo sul cammino di Gesù: questo è il significato della parola scandalo e Lui se la getta alle spalle e dice Pietro di mettersi dietro di Lui, perché questo è il vero posto del discepolo e il suo destino: seguire il Maestro. 

Con il suo atteggiamento Gesù insegna anche come comportarsi nella tentazione, proprio come aveva fatto nel deserto: non entra in dialogo con essa, non si lascia suggestionare, la respinge. Quando sappiamo qual è la strada del vero bene, non c’è da fermarsi a contrattare; c’è da imboccarla e seguirla, anche se è la più faticosa.

Che cosa significa, dunque, non pensare secondo Dio? Significa ragionare secondo il suo avversario, cioè avere quella mentalità del mondo da cui bisogna convertirsi, come esorta Paolo nella Lettera ai Romani; urge rinnovare le nostre logiche secondo il cuore di Dio. Non è semplice, non possiamo farlo da soli; per questo Paolo dice che dobbiamo lasciarci trasformare dallo Spirito, dall’azione della Parola che, a contatto con il nostro cuore, pian piano lo sgrossa, lo purifica, gli insegna il discernimento e gli fa scegliere ciò che a Lui è gradito e perfetto. Questa trasformazione interiore farà di noi e della nostra vita un’offerta totale di noi stessi, nelle piccole cose come in quelle grandi, nella quotidianità come nelle scelte fondanti.

A proposito di scelte, Gesù, da vero Maestro che si appella alla libertà dei suoi discepoli, pone davanti a loro la scelta che ognuno è chiamato a fare, se vuole seguirlo. Non c’è un altro motivo per cambiare mentalità o vivere in questo modo, se non la relazione personale e d’amore con il Signore Gesù Cristo. Con grande chiarezza egli pone le condizioni e i vincoli che la sequela comporta: rinnegarsi, prendere i pesi quotidiani che ci “crocifiggono”, portandoli con pazienza e speranza, senza distogliere lo sguardo dal Signore che cammina davanti a noi, mettendo i nostri passi sui suoi.

Non possiamo ignorare che c’è un dinamismo proprio del Regno di Dio, invertito rispetto al nostro modo di pensare: noi siamo abituati alla cultura del self-made man o woman, di chi si autoafferma, si autopromuove, si autocostruisce nelle scelte, negli obiettivi da conquistare, nei progetti che riteniamo mettano al sicuro la nostra esistenza. Niente di male in tutto questo; l’uomo ha bisogno di realizzarsi come persona, di mettere a frutto le proprie capacità, di realizzare i suoi sogni. Occorre solo essere consapevoli che questa realizzazione è sempre penultima rispetto al desiderio di pienezza che portiamo in cuore. Quella “salvezza della vita” di cui Gesù parla è proprio questo desiderio e solo Lui può donarcela, se noi gliela chiediamo e viviamo con questa sete dell’anima.

Gesù parla con un linguaggio quasi economico, appunto di economia della salvezza. C’è un guadagno, un vantaggio che supera ogni conquista che si può raggiungere in questo mondo: quello che nessuno ci potrà togliere, che né ruggine, né tignola consumano, ed è la vita vera che dona il Figlio di Dio, il quale ancora una volta, al suo ritorno, non imporrà la sua volontà o la sua potenza, ma rispetterà la scelta che ognuno avrà fatto e secondo la quale sarà ricompensato. Non pensiamo solo al ritorno finale del Signore, ma ad ogni sua venuta nel nostro quotidiano, quando confrontando i nostri vissuti alla sua luce, le scelte vere, secondo Dio che avremo fatto, sono già ricompensate da una gioia profonda e duratura, così come le scelte contrarie a Dio portano con sé tutta la loro amarezza e delusione.

Domande per la riflessione personale:

  • Mi sono mai chiesto perché seguo il Signore Gesù?
  • Come si dispone il mio animo di fronte alle difficoltà e alle sofferenze della vita mie e degli altri?
  • Qual è la logica che guida le mie scelte?