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XXIII Domenica del Tempo Ordinario

XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Gio, 03 Set 26 Commento alla Parola - Anno A

CORREZIONE FRATERNA

Il Vangelo di oggi è molto chiaro e di per sé non avrebbe bisogno di commenti, che tuttavia sono opportuni per capire quale sia il nostro atteggiamento nei confronti di esso: giudica cioè il nostro modo di giudicare. Siamo al capitolo diciottesimo di Matteo, che contiene il discorso sulla comunità. Le indicazioni che vi troviamo appaiono manifestamente tratte da esperienze vissute, da situazioni venutesi effettivamente a creare e che hanno interrogato i responsabili delle comunità. Il risultato è l’elaborazione di un processo di risoluzione dei contrasti ispirato a criteri di gradualità, discrezione e rispetto; ma anche, come vedremo, a fermezza.

È un crescendo su un tema scottante e sempre attuale – la correzione fraterna è l’arte più difficile dello stare insieme – e le indicazioni che Gesù ci consegna nel Vangelo di oggi sono preziose per costruire una comunità che sia nel mondo segno luminoso del suo amore.

Il binomio correzione fraterna potrebbe sembrare un ossimoro: correzione, infatti, fa pensare a qualcosa che ha a che fare con la verità, ma anche con la durezza; mentre l’aggettivo, fraterna, indica accoglienza, accettazione, e consente di fare verità nella carità. E di questo, infatti si tratta, perché questo Vangelo non è certo una clava da usare contro i fratelli.

I primi versetti riportano semplici norme su come procedere in caso di conflitto in comunità. In prima istanza, in caso di un comportamento che ostacola la vita in comunità, bisogna cercare di conversare da soli con la persona interessata: un incontro da solo a solo. Se non si ottengono risultati, bisogna richiedere la presenza e la collaborazione di altre due o tre persone. Solo in casi estremi di fallimento di tali tentativi, bisognerà portare il problema all’attenzione di tutta la comunità. E, se la persona non volesse ascoltare nemmeno questa, “sia per te come un pubblicano o un pagano”, cioè come qualcuno che non fa parte della comunità. Tradotto: non sei tu che lo escludi, ma è la persona stessa che si esclude da sé e la comunità non fa altro che constatarne –con dolore – l’esclusione.

Passaggio importante questo, perché serve a comprendere che si tratta di una distanza che nasce dalla sofferenza, non dall’indifferenza. Ricordiamo che la grazia di poter perdonare e riconciliare in nome di Dio fu data a Pietro (Mt 16, 19), agli Apostoli (Mt 20, 23) e qui ora alla comunità stessa. Ciò rivela l’importanza delle decisioni che la comunità assume nei confronti dei suoi membri.

Poi viene il momento della preghiera comune. L’esclusione dalla comunità non significa che la persona viene abbandonata alla propria sorte; può essere separata dalla comunità, ma questa non smette mai di pregare per ottenerne la riconciliazione.

Gesù garantisce che il Padre ascolterà! e il motivo di questa certezza è la promessa di Gesù: “Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio, che è nei cieli, ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. È un versetto davvero affascinante, perché è una promessa per tutti! Gesù, infatti, non dice: “Dove sono due o tre santi… oppure: due o tre perfetti e senza macchia…” ma semplicemente: due o tre! comuni membri della comunità che credono in Lui, perché la sua presenza è offerta a tutti, senza meriti particolari. Basta che siano riuniti nel suo nome.

È un messaggio, quello di Gesù, che non rende impeccabili gli uomini, ma che chiede loro di amarsi gli uni gli altri a prescindere dai loro difetti e dai loro errori.

Gesù è il centro, il perno della comunità; e quindi insieme con essa pregherà sempre il Padre affinché conceda il dono del ritorno del fratello/sorella che si erano esclusi.

Il Signore ci chiede di avere cura del cuore dei nostri fratelli. Questo significa anche avere il coraggio di dire la verità con carità. È forse una delle cose più complicate, perché ci può capitare che per il timore di ferire o di essere fraintesi, magari fingiamo di non vedere o abbassiamo la testa davanti a situazioni che sappiamo non essere il bene, diventandone così inevitabilmente complici. Non è facile trovare il giusto equilibrio che ci consenta di rappresentare il giusto punto di vista senza avere la presunzione di essere superiori o migliori. Ricordiamo allora quello che è il fondamento di ogni nostra azione, gesto o parola: custodire in noi e negli altri la comunione con il Signore: solo così sarà Lui a guidarci.

Il centro di questo brano è un invito a guardare il fratello e riguadagnarlo alla comunità con delicatezza. Se io, infatti, accendo un faro e glielo punto negli occhi, lo acceco. Se invece voglio aiutarlo a capire il suo errore, meglio accendere una candela e sedersi al suo fianco. In quella penombra che forse nasconde qualche lacrima sarà più facile aiutarlo a capire i suoi errori.

Ma che relazione c’è tra perdono e correzione fraterna? Certo, è sempre necessario perdonare e riconciliarsi; ma… se ho perdonato al fratello, io sento di essere, anzi, sono suo fratello. Ma lui? Lui magari no, quindi è una mezza fraternità. Solo quando lui stesso si ravvede, torna ad essere fratello e quindi la fraternità sarà reciproca e completa.

E così è anche nella Chiesa, dove è amore anche dire ciò che va male, dove è carità chiamare le cose con il loro nome, con una correzione nella quale l’altro non si senta attaccato, ma accettato. Perché fare verità è una cosa molto importante, proprio per lo stesso perdono.

Lo stile di fraternità che ci propone Gesù è stupendo: delicatezza, discrezione, pazienza e gradualità.

Poniamoci onestamente qualche domanda:

  • Quanto siamo lontani da questo?
  • Quanto ancora ci dobbiamo nutrire della sua Parola per costruire comunità dove ci si aiuti a crescere e a non disperarsi davanti agli errori?
  • Dove ci si dia una mano per migliorare e non si punti il dito contro chi ha sbagliato?
  • Dove si impari a parlare con amore e non con presunzione?

Nessun uomo è un’isola,
completo in se stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una nuvola venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai per chi suona la campana:
suona per te.”

Meditazione XVII di John Donne,

ripresa da Hemingway nel suo romanzo del 1940 sulla guerra spagnola