Giovedì Santo: Messa della Cena del Signore

Giovedì Santo: Messa della Cena del Signore

Mar, 30 Mar 21 Formazione liturgica

Il Giovedì Santo, con la celebrazione della Cena del Signore, si dà inizio al Triduo Pasquale.

In questa celebrazione si fa memoria dell’Ultima Cena di Gesù con i suoi discepoli; ultimo incontro prima della sua Passione, che darà senso a tutto ciò che sta per accadere, in particolare il suo consegnarsi alla morte e a una morte di croce.

Tre sono gli elementi portanti che innervano la Liturgia di questo giorno:

  • l’Istituzione dell’Eucaristia
  • il Sacramento dell’Ordine
  • il Mandato del Signore circa la carità fraterna

La solenne celebrazione della Cena del Signore deve iniziare con il tabernacolo vuoto e con un canto di ingresso appropriato al mistero che si celebra, in cui si ponga in rilievo la consegna di Gesù fino alla morte; si canta inoltre il Gloria al suono delle campane, che poi dovranno restare mute fino alla solenne Veglia Pasquale.

La Liturgia della Parola aiuta a rivivere quanto accadde nel cenacolo: la prima Lettura, tratta dal libro dell’Esodo (12, 1-8. 11-14), ricorda le prescrizioni date al popolo di Israele per la cena pasquale; la seconda riporta un brano della prima Lettera di Paolo ai Corinti (11, 23-26) in cui l’Apostolo attualizza la cena pasquale evocando il racconto dell’Istituzione dell’Eucaristia; il Vangelo di Giovanni (13,1-15) presenta Gesù che lava i piedi ai discepoli in un gesto esemplare di profonda umiltà.

Dopo l’omelia, in consonanza con il testo evangelico che è stato proclamato, si realizza la Lavanda dei piedi (facoltativa), mentre si possono cantare una o più antifone tra quelle proposte dal Messale; non bisognerebbe omettere quella che ricorda l’ordine di Gesù: Vi do un comandamento nuovo… (Gv 13,34).

Il gesto della Lavanda dei piedi simboleggia la missione di Gesù: porre la sua vita a servizio di tutti; un esempio a cui i suoi discepoli non possono sottrarsi.

Si continua con la Liturgia eucaristica, ed è l’unico caso in cui il Messale Romano propone in modo esplicito il canto di offertorio: Ubi caritas.

Nel Canone il sacerdote ricorda solennemente, in modo esplicito, che si commemora il giorno santo dell’Istituzione dell’Eucaristia. La celebrazione continua poi nel modo consueto fino all’Orazione dopo la comunione; ad essa segue l’incensazione del Santissimo Sacramento, che dopo la Comunione è rimasto sull’altare nella pisside e che viene subito portato al luogo della reposizione, preparato in una cappella convenientemente ornata, ma con la severità e l'essenzialità che si conviene alla liturgia di questi giorni.

Durante la processione si canta il Pange, lingua e giunti alla cappella della reposizione si incensano di nuovo le sacre Specie al canto del Tantum ergo. Quindi il sacerdote si ritira in silenzio e senza dare la benedizione al popolo.

I ministri a questo punto procedono alla spogliazione dell’altare, che rimane privo di tovaglie e ornamenti; non si tratta di una scelta di praticità, dal momento che il giorno seguente non si celebrerà la Messa, ma di un fatto simbolico unico, perché l’altare rappresenta Cristo. Per questo anticamente questo gesto veniva accompagnato con la recitazione del testo del salmo 21, ricordato da Matteo 27,35: “Si sono divise le mie vesti, e sulla mia tunica hanno gettato la sorte”; e, sempre dallo stesso salmo, lrisuona il grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? “.

In questa notte la Chiesa invita i fedeli a stare in preghiera accanto al Signore, ricordando che Gesù si recò con i suoi discepoli nell’orto del Getsemani per pregare, aspettando la sua Ora, quando sarebbero venuti a catturarlo. In quel momento di agonia angosciosa uscirono dalle sue labbra queste parole: “Padre, se vuoi, puoi allontanare da me questo calice, però non si faccia la mia volontà, ma la tua”. E proprio in questo momento drammatico i suoi discepoli crollarono per il sonno…

Oggi noi, discepoli di Cristo, abbiamo l’opportunità di vegliare con il Signore nella tradizionale “Ora Santa” adorando il mistero del suo annientamento per la nostra salvezza.

 Ubi Caritas

Abbiamo visto che nella celebrazione della Cena del Signore, al Giovedì Santo, troviamo una singolare eccezione nel Messale Romano: l’invito a privilegiare come canto di offertorio l’Ubi Caritas. Vale la pena di comprendere meglio questa proposta liturgica.

Durante il Concilio Vaticano II furono realizzati due gruppi di studio in vista della realizzazione dei nuovi libri liturgici; da una parte un gruppo di esperti liturgisti, dall’altra di collaudati musicisti. Il risultato fu che i liturgisti proposero di sopprimere le antifone di offertorio presenti nel Messale, sottolineando così la minore importanza di questo momento liturgico a paragone dell’antico rito.

I musicisti però chiesero di conservare la tradizione musicale delle antifone di offertorio, riportandole nei libri specifici per i canti della Messa che nacquero dalla riforma: il Graduale Romanum, il Graduale Simplex, il Graduale Triplex.

Questa scelta, a lungo andare, ha creato uno strano vuoto nei repertori di canti in lingua volgare, dato che nei Messali dei vari Paesi non sono riportati i testi da cantare durante l’offertorio, raccolti come si è detto esclusivamente nel Graduale o nell’Ordo Cantus Missae.

Il Giovedì santo pertanto costituisce un’eccezione, perché per l’offertorio di questa celebrazione è stata inclusa come unica e propria l’antifona Ubi caritas, che prima della riforma liturgica si cantava, insieme ad altre, durante la lavanda dei piedi.

L’antifona è stata composta da un anonimo autore italiano intorno ai secoli IX-X e veniva cantata con le parole: Ubi caritas et amor, Deus ibi est (dove c’è carità e amore, qui c’è Dio); tuttavia, a seguito delle riforma liturgica, che invitava anche a rivedere criticamente i testi antichi, attualmente è stata ricuperata la dicitura originale: Ubi caritas est vera, Deus ibi est (dove la carità è vera, qui c’è Dio) che meglio evidenzia come la carità/amore deve essere vera perché possiamo veramente incontrarvi il Signore.