Salmo 42-43

Salmo 42-43

Sex., 10 Nov. 23 Lectio Divina - Salmos

I Salmi 42 - 43 formano un solo Salmo per unità tematica, stilistica, letteraria, ideologica e di autore. Al v. 1 troviamo un vocabolo tecnico: Maskil, che indica la qualità sapienziale della composizione. Il titolo prosegue con l’espressione: Dei figli di Core (o Qorah) che si ritrova anche nei Salmi 42, 49, 84, 85, 87. Core è un personaggio di cui si parla nel capitolo 16 del libro dei Numeri, capo di una ribellione contro il potere sacerdotale di Mosè e di Aronne.

 

Il testo si apre con l’immagine singolare di una cerva assetata che cerca una sorgente d’acqua per dissetarsi; e a questo bisogno istintivo e insopprimibile viene paragonato l’anelito del salmista, che ha sete di Dio, lo desidera con tutto se stesso e vorrebbe vedere il suo Volto, perché in Lui riconosce la sorgente della vita; ma ne sembra impedito dall’irrisione di chi lo provoca con una domanda incalzante: «Dov'è il tuo Dio?» (v. 3).

L’orante non riesce a trattenere le lacrime e con dolore struggente ricorda i suoi pellegrinaggi al Tempio, quando il suo desiderio di raggiungere per primo la casa di Dio gli metteva le ali ai piedi e sperimentava una profonda gioia, cantando le lodi del Signore in un clima festoso che coinvolgeva tutta la moltitudine dei pellegrini.

Sembra che il salmista senta acutamente la mancanza della liturgia comunitaria, che è come fonte e sostegno della sua vita; si angoscia per la lontananza dal tempio, tanto più perché si sente attaccato da miscredenti che deridono la sua fede (vv. 4-5).

Con il v. 6, si introduce un ritornello che si ripeterà al v. 12 e a conclusione del Salmo 43: «Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, Lui, salvezza del mio volto e mio Dio».

È come un dialogo interiore, in cui l’orante si interroga su questo atteggiamento di tristezza e agitazione che lo tiene prigioniero di se stesso. Si tratta di una situazione che possiamo ritrovare anche in noi: spesso ci sfoghiamo interiormente, ci incoraggiamo o ci scoraggiamo, come se fossimo in due: io e me; come se la coscienza si sdoppiasse in due personaggi. Scopro un "io" angosciato dentro di me, tanto da disperarmi; allora viene un altro "io" coraggioso, che cerca di comunicare la sua speranza al primo "io".

Il salmista però, sebbene abbia l’anima piena di tristezza e senta come passare su di sé i flutti di acque impetuose, cascate fragorose che vogliono travolgerlo, anche in queste situazioni si ricorda di Dio: lo sente presente dappertutto, sia nel punto più basso della superficie terrestre, che corrisponde alla depressione del Mar Morto in cui sfocia il fiume Giordano, sia nelle cime montuose dell’Hermon e del Misar (vv. 7-8). La visione di questi monti fa da stimolo alla nostalgia per Sion, l'unico monte che il poeta ama e sogna e dove si trova il tempio di Gerusalemme.

Ma l’orante, che sta vivendo una forte emozione e tensione spirituale e psicologica, sperimenta la presenza amorevole di Dio non soltanto nei luoghi, la percepisce anche nel dispiegarsi del tempo; e ne dà splendida testimonianza: Di giorno il Signore mi dona il suo Amore; e di notte il suo canto è con me, preghiera al Dio della mia vita (v. 9). Perciò diventa ardito e rivolgendosi con fiducia a Lui, che è la sua Roccia, gli rivolge domande appassionate, perché pur percependo la sua presenza si sente abbandonato, dimenticato, oppresso, vittima degli insulti e anche delle violenze dei nemici (vv. 10-11), che gli ripetono la domanda atea e sarcastica: "Dov'è il tuo Dio?"

Perciò il ritornello del v. 12, ripetuto con maggiore intensità, semina nel presente quasi disperato, il segno della speranza.

 

Salmo 43

È la prosecuzione del Salmo 42, con l’appello del salmista a Dio perché gli faccia giustizia contro la gente spietata, perfida e perversa che vuole prevalere su di lui; è un grido di dolore, perché si sente respinto da Dio che dovrebbe difenderlo; è una preghiera ardente, colma di speranza e di attesa per il divino intervento giudiziario (vv. 1-2). A Lui chiede di inviare la sua luce e la sua verità, come guide infallibili verso la santa montagna a cui è proteso nell'itinerario di ritorno verso Sion (v. 3).

La luce è il segno della benevolenza divina, la verità è sinonimo di fedeltà. Con questo retto giudizio la sorte dell'esiliato muta e finalmente riappare il profilo mirabile della città santa. Tutto si trasforma in gioia, in giubilo, in canto rivolto al Dio mio, che è "Dio della mia gioia e della mia felicità" (v.4).

La preghiera nel tempio e la partecipazione alla liturgia sono il vertice di ogni attesa e di ogni gioia. Si tratta di un sogno che non resterà irreale, perché dominato dalla fede che di nuovo ha messo in moto il salmista verso l’altare di Dio per esprimergli tutta la sua speranza e la sua lode.

I 10 “perché” che risuonano nel Salmo e che mostrano la lotta, la ricerca, la protesta, la domanda di giustizia, trovano ora risposta in Colui che è di nuovo proclamato “salvezza del mio volto e mio Dio” (v. 5).

Lettura cristiana

Il salmista sembra anticipare l’angoscia di Gesù nel Getsemani, quando la sua anima “è triste fino alla morte” (Mc 14,34) e quando sulla croce grida il suo dolore perché fa l’esperienza dell’abbandono di Dio (cf. Mc 15, 34).

 

Domande per la riflessione personale

  • Come vivo il rapporto con Dio, specialmente nelle difficoltà?
  • So sperare contro ogni speranza?
  • Ho "sete del Dio vivente" specialmente quando devo fare i conti con il suo silenzio?