Salmo 44

Salmo 44

Sáb., 25 Nov. 23 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo 44, per le umiliazioni del presente in contrasto con i trionfi del passato, può riferirsi alla distruzione di Gerusalemme nel 587 a.c. È un grido d’aiuto a Dio da parte della comunità d’Israele, che giace prostrata per una gravissima disfatta. È la prima lamentazione pubblica che incontriamo nel Salterio ed è la più caratteristica di questo genere letterario. In essa la comunità d’Israele, che ha subìto una grave disfatta ed è caduta in uno stato di estrema miseria morale, per lo scherno dei vicini e fisica per l’oppressione dei nemici, si rivolge a Dio per chiedere la liberazione, dopo aver ricordato le gesta gloriose da lui operate nel passato e la propria fedeltà alla divina Alleanza.

 

La prima parte (vv. 2-9) richiama la particolare assistenza divina di cui il popolo eletto ha goduto nel passato contro tutti i nemici.

La trasmissione delle gesta portentose di Dio a favore del suo popolo fatta dai padri “nelle orecchie dei figli”, che è una norma fondamentale della “tradizione” biblica (cf Es 10,2), risuona qui con forza: “Con i nostri orecchi abbiamo udito… i nostri padri ci hanno raccontato”.

Il popolo ricorda molto bene i prodigi dell’Esodo ed è consapevole in particolare che la conquista della terra promessa non è da attribuire alle armi, ma all’intervento di Dio, fatto per amore del suo popolo. È stato lui che “per piantarli… ha sradicato le genti” (linguaggio metaforico che proviene dalla nota immagine della vite (= il popolo d’Israele) trapiantata dall’Egitto nella terra promessa. Essi riconoscono che i loro padri  “non con la spada conquistarono la terra,né fu il loro braccio a salvarli;ma il tuo braccio e la tua destra e la luce del tuo volto, perché tu li amavi” (v. 4).

A questo punto appare nel testo la prima persona singolare invece di quella plurale (e così sarà anche nei vv. 7 e 16): “Sei tu il mio re, Dio mio” (v. 5); ciò fa pensare alla presenza nella comunità orante della persona del re, oppure di un capo religioso in funzione di guida liturgica, che confessa esplicitamente: “Nel mio arco non ho confidato e non la mia spada mi ha salvato, ma tu ci hai salvato dai nostri avversari”.

 

Ora però, dopo lo sguardo nostalgico sul passato glorioso, gli occhi della comunità orante si portano sull’ignominia presente: disfatta in battaglia, depredazione e deportazione fra le nazioni, rendono il popolo eletto oggetto di scherno e ludibrio per tutti; esso si sente respinto e “venduto” dal suo Dio, perciò si rivolge a Lui con un linguaggio forte, accusatorio: “Ci hai consegnato come pecore da macello. Ci hai dispersi in mezzo alle nazioni” (v. 12). Tale dispersione fa pensare naturalmente all’esilio babilonese, con la conseguente devastazione della terra donata al popolo eletto, che sarà occupata da un popolo nemico e infedele; ciò è fonte di umiliazione per Israele, che si vede come la favola dei popoli e con il volto coperto di vergogna è costretto a sentire insulti e bestemmie; e vedere che “le nazioni scuotono il capo” (v. 15), caratteristico gesto di scherno dei nemici, sia nazionali che individuali, assetati di vendetta.

 

Nei vv. 18-23 il lamento della comunità orante diventa protesta della sua incolpevolezza e fedeltà alla divina Alleanza. Nella forma di un “giuramento d’innocenza” Israele si dichiara non colpevole, perché non ha tradito l’Alleanza né ha commesso qualche delitto; e Dio lo sa molto bene, perché conosce i segreti del cuore… Perciò gli risulta del tutto incomprensibile la sofferenza che deve subire e vuole spingere Dio a intervenire (vv. 24-27)...

Fa capolino qui il problema teologico del mistero del male. Il linguaggio è molto ardito, quasi offensivo nei riguardi di Dio. Nonostante ciò è pervaso dalla fiducia e dalla speranza nella sua misericordia, espressa nella perorazione e supplica conclusiva (vv. 24-27), che vuole scuotere Dio dal suo “sonno” sollecitandolo a venire in aiuto del suo popolo: “Salvaci, per la tua misericordia!” (v. 27). In tempo di grande calamità o di grave pericolo la supplica del popolo di Dio fa appello in definitiva alla divina “misericordia”, poiché in essa si radicano tutte le gesta salvifiche di Dio.

Lettura cristiana

Nel Nuovo Testamento, Paolo nella Lettera ai Romani, dopo aver espresso in 8,35 la sua profonda convinzione che nulla può separarci dall’amore di Cristo, nel v. 36 cita il v. 23 del nostro Salmo,  affermando: Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Anche in 2Corinti 4,11 l’Apostolo, in situazione di persecuzione, constatando che “sempre, infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù”, conferma la sua convinzione che Colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi (v. 12), infondendo così speranza nelle tribolazioni.

Domande per la riflessione personale

  • Ho coscienza che tutto è dono e grazia del Signore?
  • Sono convinto che né “la mia spada”, né il “mio arco” mi hanno salvato, ma che solo il “mio Dio” è Colui che decide “vittorie per Giacobbe” (v. 5)?
  • Nelle difficoltà, nelle angosce o disfatte della mia vita, come reagisco con il Signore?
  • Come sono le mie “lamentazioni”? Riesco a conservare nonostante tutto la speranza, la fiducia e l’abbandono totale nel Signore?