Ti proclamo signore di te stesso

Ti proclamo signore di te stesso

Qui., 25 Abr. 24 Formação Jovens Iniciativas pastorais para jovens

“Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio.”
              (Dante, Purgatorio, canto XXVII)

Siamo nel giardino terrestre, in Eden, quando Virgilio - dopo aver condotto Dante per le vie dell’inferno e del purgatorio - deve dirgli addio. Ma come ogni sapiente Maestro, indora la pillola con parole gentili e colme d’affetto: gli ricorda continuamente che sta per vedere gli occhi belli di Beatrice, lo invita a godere delle meraviglie della natura che il bel parco gli regala, i fiori e i frutti che crescono spontaneamente (Paradiso deriva proprio dal persiano “pairidaeza” ovvero giardino), e infine lo proclama uomo libero, incoronandolo con queste parole: “Ti proclamo signore di te stesso”.
L’amore è liberante, non costringe, non manipola. L’amore non guida segnando il percorso, ma accompagna rispettando il passo dell’altro. L’amore permette anche che l’altro cada e si faccia male affinché possa imparare a camminare, l’amore lascia persino andare. L’amore non strappa un fiore dalla sua terra, lo annaffia e lo cura affinché possa – attraverso le sue risorse - sbocciare. L’amore ci proclama signori di noi stessi.
È da queste suggestioni che muove il percorso vocazionale delle Figlie della Chiesa. Un itinerario che si configura come un viaggio all’interno di se stessi alla luce della Parola di Dio, perché come sapevano bene Agostino d’Ippona e Teresa d’Avila, è proprio nella stanza più segreta della nostra interiorità che risplende e riposa la luce dell’Eterno.
Non altrove, non fuori di noi. In noi.
Ed è solo riscoprendo la propria ricchezza che è possibile scorgere gli infiniti splendori che rifulgono nell’altro. Attraverso 4 tappe – Dove sei? Per chi sei? Chi sei? Con chi sei? – il percorso ci aiuta ad accogliere la nostra percezione di noi stessi,  riscoprendo le relazioni che determinano gli occhi con i quali via via decidiamo di guardarci (“L’io diventa io a contatto col tu” diceva Buber), il rapporto con il nostro corpo, le nostre emozioni e sentimenti, ma anche l’immagine che facciamo vedere di noi agli altri (le maschere di pirandelliana memoria…) e i ruoli in cui decidiamo di giocare la nostra partita, per giungere infine all’immagine che possediamo di Dio, che spesso rivela più cose di noi che di Dio, perché le sue vie non sono le nostre vie.
“Fiorire – è il fine” scriveva E. Dickinson. L’obiettivo è germinare, dunque, e anche se a volte ci sembra di brancolare nel buio nel nostro cammino verso la felicità, cui siamo tutti chiamati (vocati, appunto), come nella selva oscura dantesca, spesso il buio prelude al chiarore, come le stelle nella notte sono segno e primizia dell’alba che verrà.
Christine Caine ha scritto: “A volte quando sei in un luogo buio pensi di essere stato sepolto, ma in realtà sei stato piantato”.
Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto, diceva un Uomo alle periferie della storia, duemila anni fa.
E dunque bisogna morire, ma anche partire, mettersi in cammino. Ma non si è mai soli, ci sono sempre compagni di viaggio, pronti a ricordarti che la tua unicità è amabile proprio tanto quella che con ammirazione guardi negli altri.
     «Fiorire e dar frutti
     in qualunque terreno si sia piantati –
     non potrebbe essere questa l'idea?»
scriveva nel suo diario Etty Hillesum, deportata nel campo di transito di Westbork, prima di morire ad Auschwitz.
Non è forse questa la definizione propria di felicità?
Non è un caso che felix in latino fosse un aggettivo che si usava in agricoltura per indicare gli alberi che danno frutto.
Felice, dunque, è chi porta frutto secondo la sua natura.
     “Siate fecondi” (Gen 1, 26)“
     Siate felici” (Ger 7, 23; Fil 4, 4-7)
Dio ci vuole felici, ci vuole fecondi, non al modo della “produttività” tipica della società della performance, direi piuttosto soddisfatti e orgogliosi come quel grande faticatore che alla fine della giornata si compiace del lavoro fatto (“e vide che era cosa buona e bella”) e il settimo giorno si riposa. Possiamo essere così anche noi: innovativi, entusiasti, folli, creativi, generativi, ispirati, in dinamico equilibrio tra dopamina e ossitocina, adrenalina ed endorfine, voglia di fare e pace nel riposare…
E quando crediamo di non essere dove dovremmo (o vorremmo) essere, perché non siamo più fecondi, generativi, felici… ecco che bisogna (ri)partire, potare, tagliare, cambiare ambiente vitale. E anche fare silenzio,meditare, riflettere, aspettare.
     “Ricordami, come sono infelice
     Lontano dalle tue leggi
     Come non sprecare il tempo che mi rimane
     E non abbandonarmi mai
     Perché la pace che ho sentito in certi monasteri
     O la vibrante intesa di tutti i sensi in festa
     Sono solo l'ombra della luce” cantava Battiato.
Il percorso vocazionale si propone questo ambizioso obiettivo, strumento prezioso per noi, generazione del “qui ed ora”, della frenesia di una corsa senza meta, dell’immediatezza sciatta e vuota, ma anche così traboccante di desideri e bisogni. Voglia di vicinanza e intimità, innanzitutto; ma anche di affetto autentico e profondo.
E dunque, tornare in se stessi e riguardare la strada percorsa - risorse acquisite, ferite come potenziali feritoie, il ripostiglio della propria casa - per andare avanti con la giusta consapevolezza, diviene bussola essenziale per il discernimento e l’orientamento durante il cammino.
Non per psicologismo o “mindfulness”, tanto in voga in questo periodo, ma per la santa consapevolezza che non siamo, che non abbiamo nulla da temere. Qualcuno direbbe che Dio ha un progetto per ciascuno di noi, ma questa è una lettura malata e distorta - a mio parere - della vocazionalità, perché presuppone una privazione della libertà, presupposto di ogni sana antropologia prima che di ogni teologia, oltre che di ogni bella relazione o storia d’amore.
Preferisco l’immagine di un Dio amico che si siede accanto a noi davanti ad un caffè e ci aiuta a fare la scelta giusta o a troncare un rapporto che ci fa soffrire (“meriti di meglio, meriti di essere felice, meriti di essere amato”), o l’immagine di un genitore o di una sorella che ci conosce più di chiunque altro e sa cosa è meglio per noi, o ancora quella di un’insegnante che ci ricorda le nostre potenzialità quando falliamo una prova, che ci incoraggia e ci spinge a migliorare sempre, che intravede tutto ciò che possiamo diventare ma che lascia a noi la libertà di scegliere il nostro futuro.
I frammenti del mosaico della nostra storia sparsi nel tempo diventano così il materiale con cui costruire il nostro capolavoro insieme a Dio. Una bottega in cui il Maestro si aggira per valutare i progressi degli allievi, dare consigli e suggerimenti, correggere le bozze e nascondere gli errori di sbavatura.
     “Io sono sceso nella bottega del vasaio ed ecco, egli stava lavorando al tornio.
     Ora, se si guastava il vaso che egli stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio,
    egli rifaceva con essa un altro vaso, come ai suoi occhi pareva giusto” (Ger 18).

Siamo malleabili come la creta, delicati e frangibili come il vaso finito. L’arte di ri-modellare, dunque, ma anche quella di rimettere insieme i cocci è il faticoso lavoro che compete a noi e Dio. Insieme, come nella celebre scena del film “Ghost”.
Plasmare e riplasmare, maneggiare con delicatezza e pazienza, ma anche esercitare al momento giusto le giuste pressioni e forze, sporcarsi le mani.
Una vera e propria cerimonia fatta di atti complessi, dalla depurazione alla selezione dell’argilla, dalla foggiatura manuale all’essiccazione, dalla maiolicatura alla decorazione.
Un lavoro antico e raffinato.
Una bella sfida. La vita.
                                                                           Giuliana